Tra genere e diritto: riflessioni e spunti per un approccio differente al sistema giruidico

VENERDI’ 17 NOVEMBRE dalle 15 alle 18
Sala Muratori della Biblioteca Classense Via Baccarini 3 

Il convegno, che si svolge nell’ambito della rassegna “Una società per relazioni”, ideata dal Comune di Ravenna nel mese dedicato al contrasto alla violenza sulle donne ed è riconosciuto dall’ordine degli Avvocati. Aprono i lavori l’Assessora all’Istruzione, Infanzia e Politiche di genere Ouidad Bakkali e il presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati Mauro Cellarosi. All’avvocata Monica Miserocchi del Foro di Ravenna spetta il compito di moderare il dibattito, che vede a confronto espert* e protagoniste a livello nazionale e internazionale.

Questo è il programma:
– D.ssa Paola di Nicola, GIP/GUP presso il Tribunale di Roma, “Un’ipotesi di risarcimento alla vittima del reato di violenza di genere, alla luce del diritto internazionale”;

– D.ssa Anna Mori, giudice consigliere presso la Sezione Penale della Corte di Appello di Bologna, “Quale risposta offre il sistema penale alla violenza di genere?”

– D.ssa Silvia Vida, docente di Filosofia del diritto, Scuola di giurisprudenza, sede di Ravenna, “Raccomandazioni per un linguaggio giuridico rispettoso del genere”

– Avvocata Barbara Spinelli del Foro di Bologna, “Il ruolo delle associazioni e dei centri antiviolenza secondo le fonti internazionali e il diritto interno”,

– Dott. Bruno Gilotta, già Presidente del Tribunale di Ravenna, “Strumenti di tutela e protezione nel sistema civile”

– Prof.a Maria Serena Sapegno, docente di Letteratura Italiana e studi di genere, Sapienza Università di Roma “Come dire le donne e perché?”

Il convegno, organizzato a cura di Casa delle donne Ravenna, Fidapa e Udi Ravenna

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OMBRE DI UN PROCESSO

OMBRE DI UN PROCESSO / 6
di Carla Baroncelli

10 novembre 2017 – QUARTA UDIENZA PROCESSO BALLESTRI

Riguardando gli appunti presi durante le ultime udienze, c’è un participio passato, e aggettivo, che svetta fra gli altri: DISONORATO.
In cinque ore di interrogatorio, il nuovo compagno di Giulia ha riferito le parole che l’imputato ripeteva ossessivamente alla moglie, come avevano già detto sia il fratello, sia l’amica di Giulia, nelle scorse udienze.
Disonorato: “Che ha perduto l’onore, irrimediabilmente menomato nel prestigio o nella dignità”. (Garzanti Linguistica)
Onore: “Onore non è altro, che rendimento di riverenza in testimonianza di virtudi”. (Jacopo da Cessole, un frate domenicano, nel 1300).
Onore che l’imputato, a sentire le parole di Giulia, temeva di perdere. Non voleva essere disonorato.
Parole di Giulia che fanno apparire l’imputato tutt’altro che un uomo pieno di “virtudi”, a meno che non si tratti di confusione lessicale o ribaltamento di significati.
A quanto pare è disonorevole che una donna voglia divorziare, abbia un amante, voglia andare a lavorare, voglia essere libera di scegliere quali libri leggere, andare a trovare i propri genitori e il fratello, voglia mettere nel campanello anche il suo cognome da nubile, tenga nella rubrica del cellulare il nome dei propri amici, beva solo da bottiglie sigillate per paura che il marito manipoli i liquidi e che dica al suo innamorato: “se non mi senti per sette, otto ore, vieni a cercarmi”. E’ disonorevole che una donna subisca e subisca col pensiero rivolto ai propri figli.
D’altra parte invece, è onorevole che un uomo spii la moglie con investigatori privati e intercettazioni ambientali e telefoniche, che pretenda di mettere solo il suo cognome nel campanello, che faccia
terra bruciata attorno alla moglie per isolarla da amici e parenti, che la costringa ad andare dal suo amico psicologo e che si faccia riferire da questi i colloqui con la moglie. E’ onorevole che un uomo costringa la moglie a prendere dei sedativi sottostare a rapporti sessuali, per dovere coniugale, e che la minacci di sputtanarla con i figli.
E’ onorevole che un uomo incuta paura alla moglie preannunciando: “Ti farò un regalo e tu sarai libera”.
Sento, in lontananza, l’eco del famigeratonart. 587 del Codice Penale del 1930: “Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella … nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni”. Cioè il marito aveva la pena ridotta.
Sento nei discorsi riportati anche odore di ”pater familias”. Il patriarca della famiglia aveva diritto di vita e di morte su moglie, figlie e schiavi, e le botte erano semplicemente correzioni, quindi lecite.
Lo so che il “delitto d’onore”, che giustificava il femminicidio, è stato abrogato nel 1981, e che dal 1975, è stata introdotta la piena parità tra uomini e donne nella famiglia e che è stata abolita la “patria potestà”.
Io lo so, noi lo sappiamo. Lo sappiamo?
Pare che l’imputato sia uno di quelli che non lo sa.
Purtroppo, come lui, sono in troppi a non saperlo.
Ogni due giorni una donna viene uccisa da un marito, un compagno o un ex. Dall’inizio dell’anno ad oggi, in Italia, i femminicidi sono già 53. Per amore o per passione o per l’onore oppure per evocazioni spiritiche nella Villa dei Morti?
E dire che sarebbe bastato solo il rispetto per le scelte altrui per essere un uomo d’onore.

OMBRE DI UN PROCESSO

OMBRE DI UN PROCESSO/5

3 novembre 2017 – TERZA UDIENZA PROCESSO BALLESTRI

Di Carla Baroncelli

L’imputato oggi, giorno delle testimonianze del fratello e della migliore amica di Giulia, non scrive neppure una riga. Si agita sulla sedia. Si gira e rigira. Mette e toglie gli occhiali. Intreccia e scioglie le mani. Due volte afferra il microfono del suo difensore per interrompere: Non è vero. Il presidente della corte lo redarguisce. Lui tace, la sua mascella mastica i denti. Sembra non essere lo stesso uomo delle scorse udienze. E forse, ascoltando bene le parole dei testi, se ne intuisce il perché. SEMBRAVANO UNA FAMIGLIA NORMALE, ha detto il fratello di Giulia. NORMALE. E’ la faccia mostrata fuori di casa: moglie, marito e tre figli; tutti belli, benestanti, colti, giovani; socialmente ben inseriti; sostenitori di un’Associazione contro la violenza sulle donne, come Linea Rosa. SEMBRAVANO. E’ la faccia dentro casa, fra le pareti domestiche: il marito, mosso dalla morale, maltratta la moglie, che difende il suo essere persona. E mentre la ragnatela brilla al sole, il ragno è in agguato dietro una foglia. Su ogni filo, s’annida un tipo di violenza: psicologica, economica, con ricatti affettivi, l’umiliazione economica, il sesso forzato. L’obbligo morale del silenzio. Così, di fronte alla richiesta di divorzio da parte di Giulia, il marito risponde: non siamo in crisi, noi andiamo benissimo, siamo belli e stimati, sei solo depressa, verso i 40 anni è facile che le donne si deprimano. Prendi queste medicine… Giulia si ribella: Lui si siede di fronte a me con la pillola in mano, finché non la prendi, non ti alzi di qui. Me la mette in bocca e mi costringe a mandarla giù. Così la prendo e basta. I ricatti affettivi sono la mossa più vigliacca. Ho le prove che hai un amante, le dice il marito, ti ho fatto pedinare e ti ho clonato il telefono. Io ti porto via i bambini, Ti distruggerò. Già i figli. Giulia si tormenta: Non posso abbandonare i bambini, mi ricatta, dice che mi devo comportare come se niente fosse, minaccia di dire ai bambini che lo tradisco. Giulia riconosce anche la violenza economica: Non va più a lavorare, disdice gli appuntamenti per controllarmi. Viviamo con la paghetta che gli passano i suoi genitori, e i soldi devo chiederli a lui. Non vuole che io torni a lavorare. Non mancano le regole di stampo patriarcale: non posso bere una birra che mi mortifica dicendo ai bambini: la mamma si ubriaca. Non posso fumare una sigaretta, e posso leggere solo i libri che sceglie lui. Mi controlla anche quando vado in bagno, per stare un po’ da sola. E mi dice: puoi andare dalle tue amiche una volta la settimana, ma non dovete andare al ristorante. E ovviamente arriva il richiamo del marito al dovere coniugale cui deve sottostare una moglie: Tutte le notti mi costringe a stare a sentirlo, poi mi costringe a fare sesso. Durante la pausa pranzo, mi porta in camera, chiude a chiave e vuole far sesso. Sempre sesso. Alla fine mi concedo… ma come una morta. L’esplosione della morale del marito, è un classico: Mi hai disonorato, ma io non posso perdere la faccia ed essere deriso dalla gente. Facciamo i separati in casa, perché così nessuno vede e non diamo nell’occhio. Fuori devi sorridere e far finta. Ogni giorno una minaccia: mi ha spinta contro l’armadio, mi ha messo le mani al collo, l’ho scansato con uno spintone. Gli ho fatto capire che non doveva più farlo. Non lo farà più. Giulia si è fidata di se stessa. E di lui. E dire che non voleva la luna, voleva solamente avere una famiglia normale, non sembrarlo. Ma non ha tenuto conto dell’avvertimento del marito: Ti distruggerò. Così è rimasta intrappolata nella ragnatela che il ragno ha costruito per mesi. Ha subito tutte quelle violenze, restando però coraggiosamente determinata a volere il divorzio. Più la preda si dibatte, più s’immobilizza. Il fratello e la sua amica l’hanno confortata, circondata d’affetto e attenzione per alleviare il suo sono angosciata, non ne posso più, ho paura. Ma dentro le mura di quella casa, in cui abitava quella che sembrava una famiglia normale, Giulia rimaneva sola. E in solitudine, chiusa a chiave in camera da letto col marito, si rassegnava: lo lascio fare, come una morta. Crediamo ancora al vecchio adagio: fra moglie e marito non mettere il dito? E se qualcuno, fra amici e familiari, avesse invece affondato il dito nella piaga? L’avesse aiutata ad allontanarsi dalla ragnatela, prima che il ragno, zac, la distruggesse, come aveva minacciato? Si usa dire anche: è facile parlare da fuori e col senno del poi e dire dovevi fare, andare, denunciare… Ma non c’è solo il senno del poi, c’è anche quello del prima. La violenza sessuale, dal 1997, non è più un reato contro la morale, ma un reato contro la persona. Nel corso degli anni le donne hanno capito di essere portatrici di diritti, oltre che di doveri, e faticosamente sono riuscite ad ottenere leggi importanti contro la violenza sessuale, lo stalking, i maltrattamenti, la violenza di genere. Purtroppo sono sempre di più le donne uccise dai loro mariti, compagni o ex, dentro famiglie che sembrava normali. Forse perché ancora dobbiamo imparare a chiedere aiuto. E dire che Linea Rosa era lì, a qualche passo di distanza da casa di Giulia.

(… continua)

OMBRE DI UN PROCESSO

OMBRE DI UN PROCESSO/4

26 ottobre 2017 – SECONDA UDIENZA

di Carla Baroncelli

Nella seconda udienza è risuonata la parola: personalità. A pronunciarla è stato l’avvocato Trombini, difensore, che pertanto chiamerà a testimoniare amici comuni della vittima e dell’imputato, perché “Solo così’ si potrà avere chiaro il rapporto di coppia tra Matteo e Giulia e come lui si relazionava nei confronti della moglie”. (Più nell’ombra veleggia anche la parola ambigua: moralità). E se saltasse fuori che l’imputato era un marito buono, bravo e bello, un professionista stimato, un padre eccellente e che alle elementari era un bambino generoso e mite? Potrebbe essere. Ma quando era tutto questo ben di dio? Quando? Sette donne su dieci vittime di femminicidio hanno subito maltrattamenti o stalking, prima di essere uccise. Tre su dieci, però, prima di essere uccise non avevano subito violenza fisica, ma una violenza psicologia, economica, fatta di denigrazione ed umiliazione quotidiana. In questi casi accade che per la donna vittima sia la prima volta che subisce una violenza fisica da parte della persona che l’ha uccisa. Ma non si tratta di raptus o di delitto passionale, come erroneamente titolano i media. I dati dimostrano che sono meno del 10 per cento i casi in cui il femminicida aveva un disturbo depressivo o una malattia psicologica o psichiatrica, L’imputato aveva accettato la separazione, si opponeva soltanto alla frequentazione dei figli con l’amante della moglie, dice l’avvocato Trombini, poi aggiunge: il femminicidio non è un concetto giuridico, ma sociologico. Ha ragione avvocato, non ancora. Prima o poi questa parola diventerà un concetto legale, com’è successo con la parola stalking. Già la legge ha recepito la differenza di genere. Genere, parola finora aborrita. Nella convenzione di Istanbul (art 3), infatti, è specificato che “l’espressione ‘violenza contro le donne basata sul genere’ designa qualsiasi violenza diretta contro una donna in quanto tale. Qualsiasi violenza diretta contro una donna in quanto donna. Per la prossima udienza, il 3 novembre, l’accusa ha chiamato a testimoniare il fratello di Giulia, la sua amica del cuore, il suo nuovo compagno e un agente di polizia. Ma un’immagine continua a balzarmi davanti. Il Presidente della Corte in apertura d’udienza ha letto i capi d’imputazione a carico di Cagnoni e ricostruito i momenti precedenti l’uccisione di Giulia, il 16 settembre dell’anno scorso. Dettagli crudi, feroci. Furia. Odio. Accanimento da parte dell’imputato. Nonostante fossero già stati resi noti nella conferenza stampa dopo l’arresto, quei dettagli colpiscono ancora dritti allo stomaco. Guardo le persone che mi stanno vicine: occhi sbarrati, strizzati, sguardi bassi, fiati sospesi. Espressioni di raccapriccio. Comunque siamo tutti immobili e annichiliti. E l’imputato? Scrive. La sua mano non trema, la mascella non si contrae. La penna non inciampa mai. Lo sguardo fisso sul foglio segue la scrittura. Impassibile. Meccanico. Una freddezza che non ci sta con le parole del Giudice: colpita ripetutamente, schizzi, denti, scalini e spigoli di un muro. Lui scrive. Appunti, memorie? Lui continua a scrivere. Come se il fatto non lo riguardasse. Come se Giulia fosse stata un’estranea. Come se non fossero stati sposati 12 anni. Come se non fosse la madre dei loro tre figli. (continua)

3 DONNE 3 VIAGGI

Martedì 24 ottobre alle ore 18 primo appuntamento della rassegna 3 donne 3 viaggi.

3 socie della Casa delle donne racconteranno le loro esperienze di vita e di lavoro in 3 diversi paesi del mondo.

 

 

 

OMBRE DI UN PROCESSO

OMBRE DI UN PROCESSO/3

di Carla Baroncelli

17 ottobre 2017 DOPO LA PRIMA UDIENZA DEL PROCESSO BALLESTRI

Oggi gioco con i condizionali.

Se una vostra conoscente, una signora istruita, lettrice, attenta alle donne, vi dicesse: Non posso credere che suo marito abbia fatto una cosa così crudele … forse era molto arrabbiato e non ci ha visto più … gli uomini quando perdono la testa, non ci vedono più … poi si pentono. Magari a questo gli è venuto un raptus di follia, un colpo di testa … un momento di debolezza.

Se una donna, che si sta separando dal marito, scrivesse, come ha realmente fatto, dei messaggi al nuovo compagno, di questo tipo: ti vorrei chiamare, ma lui è una iena … domattina devo andare via con lui per vedere dei quadri, ma non mi fido … ha giurato sui miei figli che non mi farà del male … mi auguro che disastro non avvenga … oggi ho ribadito che non lo amo … mi dice che l’ho disonorato e che sono guai miei … può fare quello che vuole, ma non mi uccide. E’ debole e a volte mi fa tenerezza …

Se poi questa donna venisse trovata uccisa crudelmente … mi viene da chiedere: ma perché le donne scusano gli uomini, li perdonano sempre, e, nonostante tutto, continuano a provare tenerezza?

Eccola là, la trappola, in cui cadiamo noi donne. Non ci arrendiamo mai. E’ difficile credere che il proprio marito possa essere una iena fino in fondo. E’ uno stimato professionista dal perenne sorriso pubblico. E io l’ho disonorato. Non lo amo, ho detto che sono sfinita … ma aspetto … per i figli, per la famiglia e la gente … ha giurato sui miei figli che non mi farà del male. Non mi fido … però poi mi fido, è un debole, a volte mi fa tenerezza, e vado con lui in una casa abbandonata. Ed è lì che mi aspettano i guai miei.

Se la vostra conoscente vi mostrasse le foto sui giornali di lei e il marito in abiti da sera che sorridono, teneramente allacciati, e dicesse: qui sembrano la rèclame di vissero felici e contenti.

A questo punto, se io fossi quella donna uccisa, pretenderei almeno dai giornali il rispetto della mia privacy. Le fotografie sui due sposi, per favore no. NO: non eravamo una coppia perfetta, come dicono le fotografie. Non più. Come succede, come capita.

Una foto è il fermo di un attimo: forse di un lontano passato, forse di una soirée da papillon. E vi pare che in una foto in posa si possano mostrare i dissapori, le rabbie, i disagi? Cheese… click. Potrebbero essere due attori che recitano una parte sulla scena. Foto che, però, potrebbero infondere il sospetto che lei, la donna uccisa, qualche colpa l’avesse per indurlo ad ucciderla. Mentre lei forse avrebbe voluto soltanto calare il sipario su una recita che non ce la faceva a continuare. Ho detto che sono sfinita.

PS. E il diritto di cronaca? Una fotografia di quel tipo aggiunge qualcosa alla comprensione dei fatti? Quale interesse pubblico tutela? E’ essenziale alla notizia? Se rispondessimo di no, sarebbe meglio far riposare quelle fotografie in un album privato. In ogni caso, quelle fotografie mi stringono il cuore ogni volta che le vedo.

(continua)

OMBRE DI UN PROCESSO

OMBRE DI UN PROCESSO/2

di Carla Baroncelli

12 ottobre 2017 DOPO LA PRIMA UDIENZA DEL PROCESSO BALLESTRI

Dalla prima udienza del processo Ballestri, ci sono delle parole che continuano a pungere i miei pensieri. La difesa dell’imputato, durante la sua requisitoria sull’inammissibilità di alcune prove, a proposito delle intercettazioni telefoniche eseguite dalla Procura, elenca le persone intercettate subito dopo la scomparsa di Giulia Ballestri, quando ancora non era stato trovato il suo corpo e si sospettava un sequestro di persona: il dottor Cagnoni, suo padre e… (dopo una pausa allusiva di sopraffina arte forense) l’amante della povera Giulia.

Dottor. Amante.

Dottor: l’imputato è un dermatologo, un medico, quindi ci sta. Come si dice anche a chi laureato non è, magari per piaggeria. Far precedere dottor ad un nome, è già un un’attribuzione di valore positivo, socialmente di riguardo. Più corretto sarebbe chiamare dottor tutti i laureati, e premettere al cognome la professione per tutti e tutte.

L’ Amante invece non ha titoli, e neppure un nome e cognome, è solo un amante.

Ma la parola Amante? Che parola è? Non è una parola neutra. Possiamo dire amante della natura, della carne ai ferri, della birra, nel senso che amo natura, carne ai ferri, birra. Essere amante di una cosa reale, amante dei gatti, o immateriale, amante della solitudine, dà l’idea di una relazione positiva. Sottende affetto, cura, interesse, passione. E’ un indice di vitalità. Positività. L’amante di una persona, è una persona che ne ama un’altra. Ma la parola detta in aula è risuonata negativa, dispregiativa. Sottende tradimento, tresca, vergogna. Giudizio. Come se l’amante fosse un ladro che ha rubato qualcosa. Una cosa che possediamo. Una proprietà privata. L’ Amante ha rubato la povera Giulia al Dottor Cagnoni. Si possono rubare le persone come fossero cose proprie, un possesso? Si può togliere loro il diritto di scegliere la propria vita? Il diritto di non amare più. Il diritto di scegliere chi amare di nuovo. Il legame fra la povera Giulia e l’Amante era dichiarato, voluto. Forse era un grande amore, ma importa? C’era una richiesta di separazione in corso.

Ma per la difesa del Dottor, la povera Giulia, aveva un Amante. Quindi anche lei era un’amante.

Sarebbe opportuno usare i meno ridondanti il nuovo compagno, il fidanzato. E perché no, ci si potrebbe limitare ad un uguale Dottor, se non addirittura ad un democratico nome e cognome.

In merito, poi, all’uso dell’aggettivo povera, come ci si riferisce a una persona defunta, lo trovo solo triste. Pietistico. Un po’ banale. Il nome di Giulia non riesco ad affiancarlo a povera, anche se è stata crudelmente uccisa. Lei è di più. Ciò che sconvolge e fa infuriare è pensare che un’altra donna sia stata uccisa e che ci siano altri tre bambini vittime di femminicidio. Così, se penso a Giulia, sento la forza di una donna che ha avuto il coraggio di dire ‘non ti voglio più’, anche se questa frase potrebbe essere la causa della sua morte.

Per me, per il suo coraggio, la povera Giulia, era e resta Dottoressa Giulia Ballestri.

(continua)

OMBRE DI UN PROCESSO

OMBRE DI UN PROCESSO/1

di Carla Baroncelli

10 ottobre 2017  PRIMA UDIENZA DEL PROCESSO BALLESTRI

Ravenna. Corte d’Assise. Processo Ballestri (conosciuto come processo Cagnoni). La vittima è Giulia Ballestri e non Matteo Cagnoni, che è accusato di aver ucciso, il 16 settembre 2016, la moglie, Giulia Ballestri, appunto, con crudeltà, occultamento e premeditazione. Sono stata giornalista alla cronaca del tg2 per ventitre anni, di cui cinque passati a seguire il processo Marta Russo, la studentessa uccisa nel 1997 in un vialetto dell’Università la Sapienza di Roma. Sono stati anni all’inseguimento del come venne uccisa, particelle di polvere da sparo, calibri, false testimonianze, tattiche. Anni pieni di parole grondanti di sensazionalismi, soprattutto nei titoli, perché così si deve fare per catturare l’audience. Ora che sono in pensione, posso saltarle quelle parole, che comunque si trovano in qualsiasi giornale e tv.  Voglio dedicarmi, invece e finalmente, alla ricerca del perché le cose accadono, cercando di restituire un senso alle parole e chiamare le cose col proprio nome. La colpevolezza dell’imputato, le modalità del fatto e la pena non li ritengo compito mio. Vorrei, invece, mettere in luce quegli aspetti culturali che sono l’origine del femminicidio. Colgo questo processo come una occasione per ragionare di violenza di genere, di educazione di genere nella speranza che ci possano essere un giorno relazioni pacifiche e paritarie fra i sessi. Un obiettivo pretenzioso? Forse, ma perché non insistere? Credo che le azioni siano quasi sempre reazioni ai mutamenti nelle relazioni e dai quali spesso la violenza trae nuova forza. Così eccomi qui a leggere le OMBRE DI UN PROCESSO.
 
10 OTTOBRE 2017 – PRIMA UDIENZA PROCESSO BALLESTRI
Come si sa, in ogni processo ognuno gioca la propria parte.
La difesa di Cagnoni la tira per le lunghe chiedendo l’esclusione dal processo di tutte le parti civili, tranne ovviamente i famigliari. Secondo la tesi dell’avvocato Giovanni Trombini, Comune, Linea Rosa, Udi e Associazione dalla parte dei minori, non hanno subito alcun danno diretto, né di immagine, per  l’omicidio di Giulia Ballestri.  Ma qui non si tratta di un omicidio qualunque, si tratta di un femminicidio, anche se questa parola non è ancora di uso comune.  Femminicidio non indica il sesso della persona uccisa, ma il motivo per cui è stata uccisa. Una donna uccisa in quanto donna. Giulia è una delle donne di un triste e lungo elenco di mogli, compagne e fidanzate che vengono uccise dall’uomo che non amano più e che vogliono lasciare. Una ogni tre giorni, cento ogni anno.  Donne che non accettano più di vivere in un costante clima di violenza domestica e che hanno deciso cosa fare delle proprie vite. Donne che hanno trasgredito al ruolo loro assegnato, sottomesse per tradizione o opportunità sociale. Donne coraggiose che per questo sono state punite con la morte. Giulia era una di noi.
La richiesta è stata respinta dalla Corte: per statuto, Comune, Udi e Linea Rosa, hanno come scopo preciso la tutela delle donne e la ragion d’essere dell’Associazione dalla parte dei minori è la tutela dei diritti di bambini e bambine. E qui di bambini ce ne sono ben tre. “L’eventuale risarcimento economico a favore delle parti civili, priverebbe del giusto ristorno le reali persone offese”, ha sottolineato ancora la difesa di Cagnoni. Considerato che, qualsiasi risarcimento economico per la perdita della propria mamma sarebbe comunque insufficiente, l’eventuale risarcimento economico, dice l’Udi, “sarà devoluto ad un progetto di educazione culturale ‘differente’ nelle scuole, per contribuire a scardinare quella cultura della disuguaglianza tra i sessi, da sempre terreno fertile per la violenza contro le donne”.
(continua)      

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