Ventimiglia città aperta

 

 

 

 

 

 

“Non saremo a Ventimiglia ma esprimiamo tutto il nostro sostegno per la partecipazione alla mobilitazione del 14 luglio. Anche noi siamo impegnate nella lotta per l’autodeterminazione dei corpi e per la libertà di movimento che ci accomuna tutte, migranti e non”

 

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OMBRE DI UN PROCESSO/33

OMBRE DI UN PROCESSO / 33

di Carla Baroncelli

22 giugno 2018 – TRENTESIMA UDIENZA – PROCESSO CONTRO MATTEO CAGNONI PER IL FEMMINICIDIO DI GIULIA BALLESTRI

La parola di oggi è Ergastolo.
E’ nella sentenza delle donne e degli uomini della Corte D’assise di Ravenna: ergastolo per Matteo Cagnoni per il ‘femminicidio’ di Giulia Ballestri. Femminicidio l’ho aggiunto io, la parola usata nel dispositivo è ‘omicidio volontario pluriaggravato’.
Quelle donne e quegli uomini hanno creduto alle parole di Giulia, alle confidenze che aveva fatto a chi le voleva bene, e che è venuto a testimoniare in aula. Suo marito era violento, possessivo, manipolatore, persecutore.
Giulia è stata la Testimone Principale di questo processo.
La sua storia è un tesoro che noi donne, e spero tanti uomini, porteremo nella vita quotidiana, come nuova consapevolezza di quanto il femminicidio sia tutt’altro che un fenomeno occasionale, ma un modo per definire il movente dell’omicidio di una donna, quando questa viene uccisa da un marito o un ex perché vuole vivere una vita diversa e uscire da una famiglia autoritaria e patriarcale che la opprime fino a toglierle la voglia di vivere.
Le donne e gli uomini della Corte non hanno creduto alle parole di Matteo Cagnoni, nella sua ultima presa di parola in aula.
Qualcosa, o tutto, non li ha convinti nella sua dichiarazione sul suo rapporto con Giulia.
Taci e sii bella, non gli appartiene, dice.
Recita poi: quando Giulia venne da me non ne avevo percepito la bellezza, ma ho visto in lei qualcosa di speciale; di lei mi ha colpito la semplicità, la simpatia, una capacità di battuta rapida, quasi maschile; in poco tempo mi sono reso conto che mi divertivo con lei come con un amico; Giulia era il mio baricentro esistenziale; quando non ero con lei, il mondo si ingrigiva; uscire da solo senza di lei, per me era sprecare una serata.
Quante cose voleva da quella donna? In quanti modi l’ha usata? Di quanto peso l’ha caricata? Si divertiva con lei come fosse un amico. Non un’amica. Dalla battuta rapida, quasi maschile. Quasi.
Poi ha continuato Cagnoni, sempre leggendo a testa bassa: Ho tre figli che hanno un trauma spaventoso addosso.
Questo no. Non può permettersi di dirlo. Non si può ascoltare.
Le donne e gli uomini della Corte hanno scritto nella sentenza: dichiara Cagnoni Matteo in stato di interdizione legale, nonché sospeso dall’esercizio della potestà di genitore per la durata della pena.
Ha perso la potestà sui figli.
La Famiglia, quella che ha affida al figlio maschio la prosecuzione del sangue, della stirpe, del cognome, è un ritratto da rifare.
Mi hai disonorato, diceva il marito alla moglie. Ora lui ha disonorato Famiglia, Padre, Figli.
Ma non è questione di Onore, è questione di Potere.
Quel Potere che, pur disonorato, saprà evitargli di finire a convivere in compagnie ben peggiori di quella ‘gente poco evoluta’ del carcere di Ravenna.
Il Potere della Famiglia ha solide radici, segrete logge.
Le cose si pacificano pagando non scappando, disse il Patriarca al Figlio.
La vox populi intanto mormora: ben gli sta, tre ergastoli gli dovevano dare, uno per ogni figlio; dovrebbe ringraziare, in America la sedia elettrica gli davano; in miniera a lavorare lo manderei; la catena al piede con la palla di piombo.
Il giustizialismo s’impenna nei commenti di chi, prima della sentenza, chiedeva: l’ergastolo gli devono dare e buttare via la chiave. Trova sempre un oltre stratosferico da immaginare.
Non credo sia la soluzione. Queste parole sono sterili, vuote, non servono per andare oltre. Il giustizialismo si autoalimento e non produce alcun cambiamento.
Il caso è chiuso, per ora.
Non sappiamo se Matteo Cagnoni è davvero destinato a scontare la pena dell’ergastolo poiché ci sono ancora 2 gradi di giudizio da affrontare. Tuttavia la sentenza di primo grado è stata letta ad alta voce dal Presidente della Corte Corrado Schiaretti, registrata, trasmessa dai telegiornali della sera di venerdì 22 giugno e ascoltata da tutto il paese. Giustizia è fatta, in nome del popolo italiano. Non di Matteo Cagnoni.
Cosa fare per andare oltre? Oltre la sentenza che riguarda una persona? Oltre l’indignazione per il femmincidio di Giulia? Oltre la pietas di una lacrima?
A cosa è servito questo processo?
Serve una camminata in riva al mare.
Ho ancora ai piedi le Scarpe Rosse che avevo per assistere alla sentenza. Tante donne e qualche uomo le hanno indossate. Rosso. Nastri rossi. Lacci. Fiocchi. L’avvocato Scudellari, è vero non le ha potute indossare per rispetto della Corte, ma con orgoglio ha mostrato il cinturino del suo orologio..
Scarpe Rosse e una sedia vuota. Un posto riservato per la Testimone principale di questo processo. Giulia Ballestri.
Scarpe Rosse ad ascoltare.
Sono le Scarpe Rosse delle Ombre delle donne uccise da un marito o dall’ex, per privarle della libertà. Ombre che non potranno più indossare scarpe. Abbiamo fatto, noi tutte, un fatto politico, un flash mob partendo dallo stesso sentire. Di donne.
Il mare è in burrasca. Inquieto.
Mi slaccio le scarpe e le poso sulla battigia.
Le onde danno voce alle Ombre.
La sentenza ha ridato dignità ad una di noi.
Giustizia è fatta per Giulia, i suoi bambini e la sua famiglia.
Restate umane. Umani. L’ergastolo, per quanto giusto, rimane una sconfitta per tutte e tutti.
Leggeremo le motivazioni che hanno portato la Corte alla condanna. Fra novanta giorni.
Sapremo perché Giulia Ballestri è stata uccisa, secondo la verità processuale. Dalle motivazioni sapremo se il processo potrà essere considerato un seme verso un cambiando, se farà giurisprudenza, se sarà un punto di riferimento per i futuri processi per femminicidio.
E intanto?
Rimetto le scarpe.
Ciò che è successo durante il processo è già un fatto importante contro il femminicidio.
Un processo per femminicidio dove la Pubblica Accusa è stata rappresentata da una donna, Cristina D’Aniello. Donna la Cancelliera, Susi Randi.
Dove sono state accolte le parti civili: Comune, Udi, Linea Rosa e Associazione dalle parte dei minori.
Dove le donne del pubblico hanno partecipato come se ognuna chiedesse giustizia anche per se stessa. Per una famiglia patriarcale che ha represso madri, figlie, mogli, amiche. Una famiglia patriarcale dove il Potere del Pater è violento fino ad uccidere.
Questo Processo ci ha fatto crescere, prendere consapevolezza che bisogna cambiare la cultura che sta alla base della relazione uomo donna.
Lo so che la Cultura si insegna a scuola, ma la cultura si fa a partire dalla famiglia, e prima ancora dall’esempio, la cultura si fa anche nelle aule di giustizia.
Un messaggio di Morena: ho letto le Ombre di un processo udienza dopo udienza e quando avranno l’età giusta, leggerò questi tuoi articoli alle mie due figlie per far sì che abbiano gli strumenti per riconoscere certi mostri che prima imbrigliano la libertà delle donne e poi le uccidono brutalmente.
Sappiamo che non basta consolare le donne maltrattate. Occorre aiutarle a rendersi conto che di fronte alla violenza in famiglia si deve chiedere aiuto, pretendere ascolto e protezione.
Da dove cominciare?
Prestiamo attenzione alle parole e impariamo a riconoscere quelle che alimentano una cultura discriminatoria e sessista, che rafforzano gli stereotipi del maschile e del femminile.
Un cronista locale, descrivendo la tensione dell’attesa della sentenza scrive che l’avvocato Trombini, un uomo, tamburella con le dita sul tavolo, mentre IL PM, una donna, continua ad aggiustarsi i capelli e IL CANCELLIERE, un’altra donna, annuncia l’entrata della Corte.
Allora Alberto, lo fai apposta? Speriamo di sì.
Le Ombre di un Processo continuano ad ascoltare.

OMBRE DI UN PROCESSO. EDIZIONE STRAORDINARIA

OMBRE DI UN PROCESSO / 32

di Carla Baroncelli

21 giugno 2018 EDIZIONE STRAORDINARIA

Oggi mi rivolgo direttamente alla Corte. Al Presidente di questa Corte d’Assise, Corrado Schiaretti, al giudice a latere, Andrea Galanti, alla Giuria Popolare. Dopo il dibattimento, la requisitoria e le arringhe , siamo quasi al termine, ma mi sembra manchi qualcosa. Penso e ripenso. Manca la voce di Giulia, la principale parte lesa. L’ho cercata fra i verbali delle udienze che ci hanno portato fin qui. E l’ho trovata. La sua voce sta nelle testimonianze, riportate tra virgolette nei verbali della Corte. Le parole sono quelle che Giulia stessa ha riferito a Stefano, all’amica, alla madre, al fratello, agli psicologi e a vari altri testi. Io ho soltanto cucito le frasi, collocandole nei tempi indicati dai testi stessi.  Così mi permetto di far uscire dalle Ombre di questo processo la voce di Giulia per raccontare con le sue parole la versione dei fatti. Questa è la sua arringa.

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OMBRE DI UN PROCESSO/29

OMBRE DI UN PROCESSO / 29

di Carla Baroncelli

12 giugno 2018 – VENTISEIESIMA UDIENZA – PROCESSO CONTRO MATTEO CAGNONI PER IL FEMMINICIDIO DI GIULIA BALLESTRI

La Maschera del Vedovo Inconsolabile. E’ la frase di oggi.
Pennellata, è invece la parola più bella pronunciata dalla Pm. Non usa linguaggi guerreschi o calcistici per farsi ascoltare., come spesso fanno avvocati, giornalisti e politici.
Pennellate sono le contraddizioni e le bugie dell’imputato.
Pennellate sono quelle della logica, usate da Cristina D’Aniello per smascherare quelle bugie.
Sono le nove e quaranta e lui non c’è … non arriva … anche il suo avvocato non sa niente.
L’udienza incomincia e Matteo Cagnoni non si presenta.
Sollievo generale.
Il solo vederlo inquieta.
Le sue maschere cambiano ogni volta e le indossa alla bisogna. Anche in aula, figuriamoci quando era libero.
Ma oggi non è venuto in aula.
Oggi è di scena la requisitoria finale della pubblica accusa, rappresentata dalla dottoressa Cristina D’Aniello, che di maschere non ne indossa.
Indossa una toga, che non è una maschera.
Una toga simile a quella del Procuratore capo, del Presidente, del giudice a latere, dei membri della Corte, degli avvocati. Quasi tutti uomini, tranne cinque della giuria popolare e tre avvocate delle parti civili.
Una signora del pubblico ha definito la Pm, durante una pausa: Una donna con le palle!
Signora, non è questione di attributi fisici, è una questione di genere.
In ogni statistica le donne dimostrano di essere più preparate, più concrete e sensibili. Danno più attenzione alle persone, sono più empatiche. Insomma hanno delle risorse diverse dagli uomini, pur avendo meno diritti, meno opportunità. Più obblighi.
La dottoressa D’Aniello ha qualcosa di molto preciso da dire: Ogni dato scientifico è importante, ma va calato nel caso di cui ci occupiamo.
E questo, aggiungo io, non è un caso qualsiasi. E’ un caso di femminicidio. E questo fa differenza.
La toga che la Pm indossa le dà il potere di parlare ed essere ascoltata. L’Autorevolezza.
A differenza di tanti togati, le sue parole sono pregne di umanità femminile, ben lontane da una pietas bigotta.
Cristina D’Aniello non dice mai parole neutre.
Esordisce: Non esistono delitti perfetti, ma indagini perfette.
E sottolinea: Il lavoro brillante e senza sosta di donne e uomini che hanno investigato fra Ravenna, Firenze e Roma non per trovare in Cagnoni il colpevole, ma per dare una risposta di giustizia a Giulia e alla sua famiglia.
Chi può mai iniziare una requisitoria in questo modo, se non una donna?
E continua: Le uniche persone che con i familiari e gli amici più cari, hanno mostrato Pietas per Giulia.
Giulia è una testimone qualificata. Attraverso le parole riportate dai testimoni.
Giulia testimone qualificata.
Non è più solo la vittima da compiangere.
Non basta nascondersi dietro una Maschera da Vedovo Inconsolabile.
La Pm argomenta con le prove tecnico-scientifiche: Urlano elementi probatori nei confronti di Matteo Cagnoni.
E li dimostra tutti Cristina D’Aniello gli elementi su cui si fonda l’accusa: la volontarietà, la premeditazione, la crudeltà, l’occultamento.
Con una ricostruzione precisa al secondo, intersecando orari e frasi dell’imputato, smaschera le sue spiegazioni illogiche.
Inverosimili.
Lo scenario che ne esce è peggiore di qualsiasi incubo onirico.
Il patimento di Giulia è palpabile.
E avanti con alcune puntualizzazioni. Per cinque ore.
Due sono le persone scomparse: Giulia a Ravenna e Matteo a Firenze. Chi ha abbandonato il tetto coniugale? Giulia che resta a Ravenna o Matteo che scappa coi figli a Firenze e dopo tre giorni scappa dalla finestra della villa del padre, prima che qualcuno gli abbia detto che Giulia è morta.
Non poteva saperlo se non fosse stato lui. – afferma la D’Aniello – Matteo sa che Giulia non risponderà più a nessuno.
Ha sbagliato i tempi: sa che Giulia è stata uccisa prima che la notizia arrivi a Firenze. Così fa sbagliare anche sua madre: dice alla polizia, in cerca di suo figlio che Giulia è stata uccisa a Ravenna da un albanese. Ma quella era la bugia, forse concordata, da dire nel caso in cui il corpo di Giulia fosse stato trovato prima di averlo potuto far sparire, magari murando la cantina. Ma non prima che lo sapessero gli inquirenti.
Un flash raccapricciante: Matteo chiamava la Villa dei morti, dei fantasmi, degli spiriti, la casa di via Genocchi, dove è stata uccisa Giulia. Un tentativo inconscio di esorcizzare la paura di quel luogo?
La D’Aniello apre il capitolo bugie. Bugie Le pennellate di Matteo Cagnoni.
Bugie all’amica, all’amico, alla segretaria, al Toniolo di Bologna. Disdice appuntamenti perché: è successa una tragedia, per problemi familiari, un grosso guaio.
La verità dell’imputato prima e dopo l’inizio del processo? Matteo Cagnoni aggiusta le bugie. Accomoda le bugie con altre bugie.
Non è fabulante, Giulia, come sostiene Matteo Cagnoni. Lo dice perchè ha paura.
Le frequenti insinuazioni dell’imputato che Giulia avesse un secondo amante? Poco credibili, visto che la faceva già pedinare. Questa non è solo una bugia. Mente sapendo di mentire. Ma resta il fatto che è’ offensivo nei confronti di Giulia, e non è la prima volta – dice la D’Aniello, prima di aprire il capitolo sulla crudeltà.
Sulla ferocia con cui si è accanito: Voleva spaccare quella testa, eliminare quel volto, eliminare Giulia Ballestri. Lui medico – continua la D’Aniello – avrebbe dovuto riconoscere che Giulia stava agonizzando e l’ha lasciata lì. La cantina buia, infestata da topi, le finestre chiuse. Priva di luce.
Anche uccidere una donna nuda è una crudeltà.
E’ la pennellata della Pm, con la quale risponde alle pennellate dell’imputato.
Avrei voluto applaudire, tanto mi è sembrato importante che l’avesse sottolineato.
E’ stata data voce all’umiliazione di una donna anche dopo la morte.
E’ una questione di parole. In particolare in questa udienza ho sentito un’attenzione rispettosa della dignità delle donne.
Sarà perché la Pm è una donna? Una donna che non ha bisogno di palle?
L’udienza si conclude alle 18.
La D’Aniello ha altri argomenti da illustrare e deve concludere la requisitoria con pena per l’accusato.
Non è che l’imputato si sia assentato oggi per non sentirle pronunciare la parola ergastolo? Se così fosse dovrà mancare anche la prossima udienza, il 14 giugno.
A meno che non venga con la Maschera da Vedovo Inconsolabile.
Ma la Pm ormai l’ha già svelata: Quella maschera serve per nascondere che la morte di Giulia è stata una tragedia per lui.
E la Maschera del Vedovo Inconsolabile? Quella che indossava nell’interrogatorio del Gip di Firenze alla convalida dell’arresto?
Se si fosse avvalso della facoltà di non rispondere – la Pm ne è convinta – metà elementi di questo processo non sarebbero venuti fuori.
Perché non è stato zitto?
Ah, già, solo le donne della Famiglia devono tacere.

OMBRE DI UN PROCESSO/28

OMBRE DI UN PROCESSO / 28

di Carla Baroncelli

11 maggio 2018 – VENTICINQUESIMA UDIENZA – PROCESSO CONTRO MATTEO CAGNONI PER IL FEMMINICIDIO DI GIULIA BALLESTRI

“E’ la persona Giulia Ballestri, che è stata uccisa, non un ruolo” è la frase uscita dall’ombra dell’udienza di oggi, l’ultima del dibattimento.
Fra un mesetto la requisitoria della PM, le arringhe della difesa e delle parti civili. Dal venti giugno la Corte si ritirerà in Camera di Consiglio per la sentenza.
“Non sono poligamo”, ha detto Cagnoni, in tono sprezzante, nella supplica per chiedere per la terza volta la concessione degli arresti domiciliari, con braccialetto elettronico. Non fuggirà, non inquinerà le prove e non reitererà il reato. Non potrebbe uccidere di nuovo sua moglie, visto che ha avuto solo una moglie.
Forse semplicemente perché la cultura Patriarcale Occidentale non ammette la poligamia, come quella Islamica. Comprare le donne invece è ammesso ovunque. Ma questa è un’altra storia.
“Non è accettabile – Cristina d’Aniello, la PM, insorge portando in alto le parole – tollerare che la vittima venga ridotta ancora una volta al solo ruolo di coniuge e quindi l’imputato non potrebbe uccidere altre mogli. E’ la persona, Giulia Ballestri, che è stata uccisa, non un ruolo”.
Le donne e gli uomini sono persone ma non lo sono allo stesso modo.
Gli uomini nascono con un cognome che gli resterà tutta la vita. Anche i loro figli, maschi, avranno la strada spianata dal cognome che portano. La stirpe. Il sangue. L’onore. Il loro ruolo è assicurato per l’eternità. Per diritto. Per la famiglia.
Le donne nascono con un cognome che raramente trasmetteranno, mentre nel corso della loro vita assumeranno quello del marito, talvolta, se si separeranno, quel cognome rimarrà comunque sulle bocche di molti anche per sempre. Il cognome delle donne si toglie e si mette alla bisogna. Le donne nascono persone, ma poi ben presto l’essere di genere femminile le fa diventare semplicemente figlie di, sorelle di, fidanzate di, mogli di, madri di, nonne di.
Quanti ruoli assumono le donne nel corso delle loro vite? Quanti ruoli convivono nelle vite delle donne?
Un femminicida uccide la moglie perché sua moglie è sua e non può permettersi di esercitare libere scelte sulla sua vita, che appunto non è sua, ma del marito.
Se non si fosse ribellata non sarebbe stata uccisa. Una moglie si può anche uccidere perché in fondo la sua vita vale poco. Ma una moglie è una persona e la sua vita vale quanto quella di un uomo. E’ su questo che Matteo Cagnoni e la PM Cristina D’Aniello non si sono capiti, non per una questione di linguaggio, ma per cultura.
Del resto è solo del 1996 la legge che considera la violenza sessuale un reato contro la persona e non solo un reato contro la morale, come stabiliva il codice Rocco che ci trascinavamo dietro dal 1930.
In questo processo ci sono anche vittime viventi. Vittime perché non hanno avuto possibilità di scelta. La loro mamma sarà per sempre Giulia.
Intanto l’imputato sbandiera come un trofeo: “Mio figlio mi ha mandato, tramite mio padre, un messaggio: Staremo sempre assieme e non ci lasceremo mai, sei il numero uno.”. E si permette pure una polemica: “Mio figlio l’hanno costretto a costituirsi parte civile”, poi, scomodando Nietzsche, conclude, “direi che siamo al di là del bene e del male”. Tranquillo, è tutto sotto controllo. Dai servizi sociali, a tutori e protutori.
Le macerie, che seppelliranno di disperazione chi resta, vengono considerate dal femminicida, forse, un danno ‘collaterale’, come dalla guerra del Vietnam in poi, lo erano i civili, vittime del Napalm.
I danni ‘collaterali’ di ogni femminicidio sono ancor più devastanti di un omicidio volontario.
La vittima è la persona uccisa. Ma non si uccide il ruolo di una mamma. La mamma resterà sempre quella mamma e non invecchierà mai, per i suoi figli. Anche se la sua persona non c’è più, anche se per uccidere la moglie è stata uccisa la mamma.
Un effetto collaterale, anche questo?
Tanti sono i ruoli delle donne. Spesso siamo costrette a vivere ruoli non sempre piacevoli come quello di care giver, ma se non lo facessimo noi, chi lo farebbe?
Il ruolo di moglie non è un ruolo imperituro, come una volta. Le donne non vogliono più essere vittime delle scelte altrui per quel che le riguarda. Questo in ogni mondo, popolo e religione. Sempre più giovani donne si ribellano ai matrimoni imposti dalla famiglia. Come ha fatto Sana, residente a Brescia, uccisa dal padre e dal fratello in Pakistan, per aver rifiutato il marito che avevano deciso per lei. E’ solo uno degli ultimi femminicidi.
Oggi le donne sono più consapevoli dei loro diritti, soprattutto di quello di scelta. E dalla consapevolezza non si torna indietro. La storia di ogni vittima, diventa patrimonio di tutte.
Vittima è una parola. Vittimismo è un’altra, ed è tipica di chi vuol apparire vittima, spesso consapevole di non esserlo, se non di se stesso, ma con l’intento di ottenere l’empatia di chi ascolta.
E così l’imputato cala la carta del lamento. Gli mancano i genitori. Oltre la mamma, ora sta male anche il Patriarca Padre che “è molto triste e malato, con un dolore che si aggrava sempre di più”. D’istinto sento pietà. Poi immagino la notizia come una delle Bugie di Matteo. E’ chilometrico l’elenco di quelle emerse dalle testimonianze. Ha mentito agli amici più intimi, a sua madre, ai suoi figli. Al padre, al suo difensore? Sicuramente ha mentito a Giulia Ballestri: “Ha giurato sulla testa dei nostri figli che non mi farà niente”. Talvolta la menzogna è un reato, talvolta è un tradimento. Talvolta è una vendetta.
Col tono sempre più mesto, l’imputato si è appellato infine alla Caritas. Non alla nota associazione benefica: son tempi di spese pazze per salvare l’Onore. La parcella dell’Ingegner Caccavella, consulente informatico della difesa, ascoltato l’udienza scorsa, si dice sia a cinque zeri. A volte il Potere si dibatte scoordinatamente per non soccombere e spende a piene mani per una speranza. Quella consulenza si è rivelata una spesa inutile, forse addirittura dannosa. La Corte ha dichiarato inutilizzabile la relazione e non l’ha ammessa fra le prove.
Il Supplice, con la sua ultima carta si appella alla “Caritas” della Corte: “Sono arrivato al lumicino, in carcere si sta male (sigh), gli attacchi di panico si sono moltiplicati, ho le allucinazioni, depersonalizzazioni momentanee … mi vedo nel letto, mi vedo che scrivo… la condizione carceraria non consente il recupero di patologie, starei molto meglio a casa”.
Bugia? Dalle cartelle cliniche del carcere non risulta. Anzi, ci sono segni di miglioramento.
Fa pensare anche il fatto che la difesa abbia rinunciato al suo consulente, il professor Ferracuti, psichiatra forense, che si è già negato per tre udienze. Risparmio di denaro o rifiuto professionale dell’esperto?
Il parere negativo della Dottoressa D’Aniello alla richiesta di arresti domiciliari è immediato. Si basa sulla “gravità indiziaria granitica, rafforzatasi negli ultimi mesi” e si conclude con una puntualizzazione: “Ai piedi di Cristo, ci si pente”.
Altro che pentimento. L’imputato strappa l’ultima parola. La furia, che ha trattenuto negli ultimi cinque mesi per dimostrare di essere cambiato e di essere diventato calmo e riflessivo, gli esplode fra i denti: “Le parole del pubblico ministero sono un’istigazione al suicidio”. Con questa frase pare che voglia mettere le mani avanti. Il Signor Cagnoni se ne deve fare una ragione: questo è un processo e lui è l’imputato.
A ciascuno il proprio ruolo.
Per la sindrome di onnipotenza del Cagnoni Pensiero non c’è posto.

OMBRE DI UN PROCESSO/27

OMBRE DI UN PROCESSO / 27

di Carla Baroncelli

4 maggio 2018 – VENTIQUATTRESIMA UDIENZA – PROCESSO CONTRO MATTEO CAGNONI PER IL FEMMINICIDIO DI GIULIA BALLESTRI

Oltre alle Ombre di un Processo, che cercano il perché del femminicidio di Giulia Ballestri, oggi in aula sono comparse le Ombre Ascientifiche, per ricostruire il come si siano svolti i fatti.
Il film proiettato oggi s’intitola infatti OMBRE ASCIENTIFICHE.
Con l’aiuto di comparse e materiale di scena, l’autore ha comparato le immagini delle videoregistrazioni della polizia giudiziaria con le sue, riprese con una telecamera acquistata per l’occasione, nelle stesse location dei film precedenti, anche se da angolature che falsano la prospettiva.
Ravenna, Villa del Nonno.
Firenze, Villa del Padre.
La Via Patriarcale al Potere.
Buio in aula. Titolo: Ombre Ascientifiche.
Il soggetto è di Matteo Cagnoni.
La regia è dell’ingegner Donato Eugenio Caccavella, docente universitario di informatica forense, consulente tecnico della difesa.
E’ un colossal di ricostruzione storica, prodotto dal Patriarca della Famiglia Cagnoni.
Budget illimitato.
Scena prima. Ravenna, via Genocchi, esterno giorno. In sovraimpressione: il giorno prima del femminicidio, alle 15.16. Una Chrysler Voyager nera è ferma davanti alla Villa del Nonno, per otto minuti. Allunghiamo gli occhi: par di vedere una figura che si muove. “Non è sceso nessuno da quell’auto”, è la scientifica affermazione del regista Caccavella: “Se vede qualcuno è una sensazione sbagliata”. Quindi: visto che nessuno è sceso, il bastone per colpire e l’acqua distillata per pulire non sono stati portati nella Villa in quel frangente.
Scena seconda. Stessa inquadratura. Il 16 settembre 2016, il giorno del femminicidio, alle 10.59. Cagnoni sale sull’auto in sosta davanti alla Villa del Nonno, ma “Non scende, non sale e non carica nulla sulla Mercedes”. Quindi: il dottor Cagnoni è rimasto per un minuto in macchina a guardare dallo specchietto retrovisore Giulia allontanarsi voltando le spalle al loro matrimonio, come ha ben descritto lui stesso in una scorsa udienza.
Scena terza. Firenze, Villa del Padre, esterno giorno. Il pomeriggio del femminicidio. Cagnoni trasporta un oggetto bianco trapezoidale contenuto in un sacchetto semitrasparente. Non c’è trucco non c’è inganno, l’Ingegner Caccavella: “Non è la borsa della signora Ballestri, è un camice piegato, non c’è nessuna catenella che luccichi, la catenella della borsa è solo la martingala di un camice”. Quindi: “La sperimentazione conforta la dichiarazione di Cagnoni”, ed estrae un camice bianco, da mettere fra le prove.
Questo è troppo. Il Presidente della Corte, Corrado Schiaretti, accende la luce e, come se dicesse a se stesso, Mi oppongo, sbotta: “Perché quel trapezio bianco può essere un camice e non una borsa? Di scientifico qua non c’è niente”.
Serve una pausa caffè.
Tono pacato al rientro, che si riaccende man mano che l’Ingegnere declama versi contro la Procura: “E’ stata fatta una lettura superficiale dei tabulati telefonici, le indagini di polizia giudiziaria sulla Chrysler sono metodologicamente scorrette, c’è la prova dell’inaffidabilità del sistema informatico in uso alla procura di Ravenna e la relativa inutilizzabilità delle intercettazioni”.
No, no, stoooop, il Presidente zittisce tanto livore rivolgendosi all’avvocato Trombini: “Il suo consulente rischia di andare a giudizio”. Falsa perizia? Poi alza il tiro della sua implacabile ironia e aggiunge un’inquadratura magistrale: “Sono disposto ad ascoltare di tutto, ma quando si arriva agli asini che volano, non mi va più bene”.
Il consulente insiste indefesso: “Se si vede qualcuno che si muove, quel qualcuno è frutto di una compressione delle immagini”. Le immagini frizzano, sfrigolano, così che si possono creare dei veri e propri “miraggi”, ammette lo stesso Caccavella. Asini che volano, è solo un esempio.
Stancamente si susseguono altre scene, ma l’attenzione è intorpidita.
Prima della fine del film si riaccendono le luci in aula. Lo schermo non frizza più.
Seduta stante s’alza l’avvocato Scudellari. Chiede alla Corte che la relazione del tecnico Caccavella non venga acquisita agli atti. Cestiniamo? La Corte si riserva la decisione fino al prossimo venerdì.
All’uscita, il mio amico direttore della fotografia mi dimostra l’impossibile comparazione delle immagini, riprese da due telecamere diverse per usura, in tempi diversi, con luci esterne impossibili da ricreare in post produzione, men che meno senza che sia stato fatto ogni volta il bilanciamento del bianco, per regolare la temperatura colore. La sua conclusione: non si può leggere nelle immagini ciò che non c’è, ma non è detto che ciò che non si vede non ci sia.
Professor Ingegnere Informatico, con tutto ciò che deve aver speso il Patriarca Padre, ci si aspettava che dalle Ombre Ascientifiche scaturisse una Verità quanto meno credibile. L’unica certezza è un metro e mezzo di relazioni a colori distribuite in fascicoli alle parti in causa. Ma l’informatica non doveva sostituire la carta in difesa delle foreste? Ma tant’è, paga papà.
E l’Ombra di un Processo di oggi?
E’ una risposta data dal Professor Ingegner Caccavella, alla Dottoressa Cristina D’Aniello, la PM, fra l’ilare e il faceto: “Se questa domanda me l’avesse fatta una delle mie studentesse, non l’ammetterei”. Risatina del Presidente. Sferzata della PM: “Io non sono una sua studentessa, rappresento la pubblica accusa nel processo in cui è imputato Matteo Cagnoni”. “Risponda alla domanda!”, va al sodo il Presidente.
Se la PM fosse stata di sesso maschile, il Professor Caccavella avrebbe fatto la stessa irriverente osservazione? E l’avrebbe fatta al Presidente della Corte?
I pregiudizi sono duri da sradicare, anche se si indossa una toga. Mi è venuto in mente un convegno dello scorso novembre, ‘Tra genere e diritto: riflessioni e spunti per un approccio differente al sistema giuridico’, organizzato a Ravenna dalla Casa delle donne e dall’Udi, che in questo processo si è costituita parte civile. Fra le trascrizioni, ho trovato una frase di Paola Di Nicola, giudice presso il Tribunale penale di Roma, sugli stereotipi di genere: “Ci hanno insegnato che l’appartenenza di genere una volta entrati nelle istituzioni, non ha alcuna incidenza, ma non è così. Non è così perché l’appartenenza a un genere fa la differenza e lo sperimentiamo ogni giorno nel nostro lavoro”.
Ancora oggi la maggioranza delle magistrate viene relegata in pool che si occupano di persone deboli, minori e famiglia. Gli stereotipi sono ben piantati in donne e uomini. Il patriarcato si pasce di donne che lo nutrono. Ma le cose evolvono ed è bene porci attenzione.
Per secoli le donne sono state escluse dalla magistratura, alle quali ‘alle volte l’equilibrio difetta per ragioni anche fisiologiche’, cioè sono instabili per via delle mestruazioni. Le donne furono pienamente ammesse solo nel 1963. Nel 2012 erano già il 46 per cento dei magistrati italiani. Forse perché per diventare magistrati si deve studiare tanto, superare un concorso difficilissimo, e non si è scelti o eletti da qualcuno? Comunque sia, dentro il luogo maschile per eccellenza, perché deputato alla conservazione dell’assetto precostituito, è entrato un punto di vista finora negato, nascosto. La percezione, la sensibilità, il coinvolgimento emotivo, le intuizioni sono le risorse nuove e diverse che hanno portato le magistrate nei processi.
In questo processo, la lettura della realtà è più completa e ricca perché frutto di un confronto tra magistrati uomini e magistrati donne.
In un passo del libro La giudice, una donna in magistratura, della stessa Paola Di Nicola, leggo: “Ogni toga ha un minuscolo segno di distinzione che solo chi la possiede può riconoscere. Dentro c’è un modo diverso di essere magistrato, di esercitare e concepire la propria funzione, di interrogare gli imputati, di salutare entrando nell’aula. Di ascoltare e di sentire. La toga traveste e nasconde. E la maschera e la divisa; la trasformazione e la regola”.
Per risollevarmi dalla seduta di oggi, durata undici ore, ripenso agli asini che volano e a una frase scritta in una delle slide della relazione presentata dal consulente Caccavella: “Siediti sulla riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico”. E’ rimasta fissa sullo schermo diversi minuti, senza un perché.
Non voglio scomodare Confucio, Mao, né Lao Tzu per l’interpretazione scientifica della citazione, lo chiedo direttamente a Caccavella.
Che c’entra il cadavere e chi è il tuo nemico?
Non è necessaria una sensibilità femminile per raccapricciare.
E’ sufficiente restare umani.
Anche per Giulia.

OMBRE DI UN PROCESSO/26

OMBRE DI UN PROCESSO / 26

di Carla Baroncelli

20 aprile 2018 – VENTITREESIMA UDIENZA – PROCESSO CONTRO MATTEO CAGNONI PER IL FEMMINICIDIO DI GIULIA BALLESTRI

Oggi in aula si sta come d’autunno in spiaggia. Con poca gente.
Solo un gruppetto di specialisti scientifici, al seguito dell’avvocato della difesa, passeggiano in riva al mare in una spiaggia quasi deserta, se non fosse per un barboncino che scodinzola vestito solo di un civettuolo fiocchetto rosa.
La forza della pubblica accusa ha spianato l’arenile. Eppure gli esperti cercano qualcosa sulla battigia. Si fermano proprio nel punto dove gli amici in braghette del dottor Matteo avevano costruito per lui il Castello di Sabbia. S’abbassano. Raccolgono conchiglie. Qualche stecco. Confabulano. Si danno il cinque. Mettono i reperti in sacchetti di plastica, dello stesso tipo di quelli scaricati dall’imputato dalla sua auto all’arrivo a Firenze. Ma non li buttano via. Non buttano via niente, neppure le conchiglie rotte.
Ed eccoli qua a tentare di costruire per la Corte il loro Castello in Aula.
Le parole di oggi: “Delitto d’impeto e non è stato il dottor Cagnoni”. E’ il succo delle testimonianze di questa ventitreesima udienza.
Che il gioco delle parti abbia inizio.
La difesa vuol togliere la premeditazione (delitto d’impeto), vuol togliere la crudeltà (Giulia ci ha messo solo venti minuti prima di morire), per togliere all’imputato l’incubo delle aggravanti.
La difesa vuol togliere scientificità alle prove che accusano il suo assistito. Così come ha cercato di smentire le testimonianze che lo descrivono aggressivo, oppressivo, ossessivo, prevaricatore, vendicativo facendo testimoniare i suoi amici del Castello di Sabbia, per dire in aula che l’imputato è tanto bello, buono e bravo.
Comincio dalla conclusione, prima di entrare nei dettagli.
I genitori portano i bambini a scuola, prendono il caffè in pasticceria, entrano nella Villa del Nonno, prima fotografano il Narciso, poi fanno quattro amene chiacchiere fra turni coi figli e vasi da giardino. Alle 11 il marito esce dalla villa da solo e sale in auto, guarda la moglie allontanarsi fra querce e platani, commosso, improvvisamente consapevole della fine del suo meraviglioso matrimonio. Riparte. La moglie intanto che fa? Piange? Corre dal suo nuovo amore? Macché: ha solo una gran fame. Nel primo posto che trova, invisibile a tutti, ingurgita carboidrati, caffeina, forse un cappuccino o una coca cola. Ancora col boccone in bocca s’accorge che non ha il cellulare. L’avrà lasciato nella Villa del Nonno? Torna là a cercarlo. Non sa che c’è un assassino, un albanese, un ladro funambolo pronto ad aggredirla. Che in venti minuti la uccide, la spoglia, la trascina nel seminterrato. E va via.
La PM chiede: Perché l’aggressore avrebbe lasciato lì il bastone?
Il consulente professor Tagliabracci risponde: Portarlo via dava nell’occhio, forse l’aggressore aveva paura di essere fermato con l’arma in mano.
La PM: Il bastone dava nell’occhio, dice, e andare in giro con borsa, scarpe e abiti della vittima, non avrebbe dato nell’occhio?
Il Presidente: domanda respinta.
Ma tanto basta.
Entriamo nei dettagli, dentro al Castello in Aula.
E passiamo alle impronte col consulente della difesa Mondelli: “E’ ormai assodata l’inaffidabilità delle impronte papillari, com’è scritto sulla rivista Science. Gli esperti danno solo pareri”. Le minuzie nell’impronta della mano destra nel muro sopra lo spigolo non sono sufficienti per dimostrare che siano della mano dell’imputato. Non è la stessa mano. Quindi non possono essere attribuite a Cagnoni. L’impronta sul frigo, poi, non può essere riconducibile a nessuno. Le scarpe? Quasi tutte le scarpe oggi hanno suole a carro armato. Lo stesso disegno ondulato. Le Hogan, le scarpe che aveva ai piedi l’imputato la mattina del 16 settembre 2016, sono state molto copiate. Le scarpe Timberland continuano a cambiar piede. Il mercato segue le leggi della globalizzazione anche delle suole. Non è definibile la marca. Più oltre la biologa molecolare, Turchi, sempre per la difesa dell’imputato, afferma, visto che sul tappetino dell’auto dalla parte del guidatore non ci sono tracce di sangue: “Matteo Cagnoni quando è salito in auto non aveva le suole imbrattate di sangue”. E il cromosoma Y della Famiglia del Patriarca trovato sul bastone? E’ vero: il cromosoma Y è compatibile con il lignaggio paterno, che si eredita solo per via paterna, quindi solo maschile, ma l’imputato ha maneggiato più volte tale bastone per il trasporto.
Domanda: anche per portarlo nella Villa del Nonno?
Dal Castello in Aula il professor Tagliabracci estrae la carta dell’incompetenza nell’autopsia. Nessuno prima di lui ha visto la terza arma: “Si configurano altri corpi contundenti, la terza arma, da aggiungere a bastone e spigolo: le mani”. Il medico legale della Procura non si è accorto che sul collo della donna uccisa ci sono dei segni di ditate. Delle lesioni da strozzamento. I segni scuri lasciati da polpastrelli molto grandi, “forse l’aggressore indossava dei guanti”, continua il consulente, “non è stato cercato il dna sulle quattro ditate”. Domanda assai banale: i guanti hanno il dna? La risposta non conta. Giulia è stata uccisa comunque. Invece no, per la Difesa questo indica che le indagini non si sono svolte con la dovuta competenza.
Dal Castello in Aula emerge la carta della crudeltà.
La scena nella villa del Nonno si è svolta molto più velocemente di quella ipotizzata dagli esperti della procura, secondo i quali fra l’aggressione e la morte di Giulia sarebbero trascorsi trenta, quaranta minuti. Per il Tagliabracci: “Non può essere durata tanto … entro poche decine di minuti, venti minuti. Per me tutto è avvenuto velocemente. E’ stato un delitto d’impeto”. Un altro modo per paventare un raptus? L’ipotesi potrebbe servire per un domani. L’avvocato Scudellari, per la famiglia Ballestri, chiede lesto: “Se ci fosse stato l’impeto omicidiario, perché l’aggressore non ha continuato a colpire col bastone sul ballatoio, ma ha inseguito Giulia, l’ha spogliata e poi uccisa in cantina?” La domanda resta appesa, perché il Presidente non l’ammette, non potendo essere scientifica la risposta.
Al di là di ogni ragionevole dubbio, è il presupposto di ogni condanna. Quindi che sia introdotto il dubbio.
Lo fa la genetista tossicologica, Del Borrello. Semplicemente sposta l’ora della morte di Giulia molto più tardi nel corso della mattinata di venerdì 16 settembre.
La gran quantità di residuo gastrico nel corpo di Giulia non lascia dubbi: dopo il caffè preso col marito alla pasticceria Le Plaisir, la donna ha mangiato molto altro.
E’ il gioco delle parti.
Il Castello in Aula dura il tempo di un’udienza. Dalle nove e trenta alle diciotto.
Mi resta un’ombra da parte.
Durante il dibattimento l’avvocato Trombini, si è rivolto alla Dottoressa Cristina d’Aniello chiamandola Signor Pubblico Ministero. L’incarico di Pubblico Ministero, in questo processo, è stato assegnato ad una donna. Forse l’avvocato la vede come un maschio visto che non ha mai mostrato alcun segno di fragilità, come lo stereotipo vuole siano tutte le donne. Siccome ha dimostrato di essere una donna capace, studiosa, intelligente, forte, ho sentito qualcuno dire in aula: ‘è una donna con le palle’. Propongo a accorciare la frase. ‘E’ una donna’.
A fine udienza il Castello in Aula viene riposto in un faldone sul tavolo della Corte.
Sono scontenta, oggi non si è parlato del perché Giulia è stata uccisa, si è parlato solo del come tecnicamente sia avvenuto l’omicidio, ovviamente necessario per quantificare la pena.
Poco prima di uscire è arrivata sul mio cellulare la notizia: Un altro femminicidio, è il 47esimo dall’inizio dell’anno ad oggi. 110 giorni. Oltre due donne al giorno vengono uccise da un uomo della famiglia. Un uomo violento.
Spesso i giornali ne attribuiscono la causa ad una separazione. Ma non tutte le separazioni finiscono con la morte.
Leggendo le storie dei femminicidi, ci si accorge che i dissidi nella coppia provengono da lontano, da una situazione di violenza in famiglia, grave, spesso pericolosa, e che solo dopo del tempo la donna chiede la separazione. Il movente non è dunque la separazione, ma la violenza dell’uomo sulla donna. Il Patriarca non vive sono nelle Grandi Famiglie Borghesi, ma comanda in moltissime famiglie senza distinzione di ceto, cultura, religione.
A tal proposito, riporto il commento di un uomo a Ombre di un Processo: “Mamma mia, Carla, mi fai piangere ogni volta che ti leggo. Siamo, noi uomini, veramente pessimi”.

OMBRE DI UN PROCESSO/25

OMBRE DI UN PROCESSO/25

di Carla Baroncelli

13 aprile 2018 – VENTIDUESIMA UDIENZA – PROCESSO CONTRO MATTEO CAGNONI PER IL FEMMINICIDIO DI GIULIA BALLESTRI

“Giocherellone” e “Castelli di Sabbia’, sono le parole acute dell’udienza di oggi.
La prima, l’ha pronunciata un’amica dell’imputato, è un aggettivo di fresca comparsa nel processo: dicesi di persona allegra e spensierata, ma anche vana. Le altre sono del Presidente della Corte, Corrado Schiaretti.
La scena si apre su undici maschi, fra i cinquanta e i sessant’anni, in costume da bagno che costruiscono un Castello di Sabbia.
Al posto di palette e secchielli, usano forchette, coltelli e qualche boccale di birra.
Non è che siano gran bei fisici, esteticamente parlando, pancette e calvizie imperversano, ma la scena di oggi è questa. Uomini in braghette.
Sono gli amici legati da una conoscenza trentennale con Matteo “il giocherellone”. Cantano in coro sulle note di ‘Stessa spiaggia stesso mare’, rivisitato su un ritmo rap, sotto la direzione dell’Avvocato della Difesa. E’ uno spartito vecchio e polveroso, già suonato da altri amici dell’imputato nelle precedenti udienze. SI, NO, SINO, NOSI. Noioso da ascoltare. Ma pare non si sia trovato di meglio.
Ridendo e mangiando i Nostri erigono il Castello di Matteo.
Impastano granelli di sabbia per la prima torre: lui, Matteo, è simpatico, sognatore, intelligente, con grandi capacità professionali, molto innamorato di Giulia, persona assolutamente misurata, amoroso, gentile, uno dei più tranquilli del gruppo, equilibrato, educato, piacevole, mai geloso.
Serve altra sabbia per la torre più bassa. Lei, Giulia, è persona stupenda, non succube, razionale, solare, donna dolcissima, sempre sorridente, affettuosa col marito e coi figli.
Tutt’attorno le mura merlate con i pirocchini di sabbia e acqua. La coppia: normale, affiatata, mai visti litigare, tranquilli, affettuosi, armonia, estremamente in sintonia.
“Oh che bel castello, marcondiro ndiro ndello”, cantano gli amici in coro.
Il fossato. Il ponte levatoio. Che il fuori non entri, che il dentro non fuoriesca.
Ci vuole un brindisi e un’oliva.
La PM interrompe la musica: “Sono solo parole vuote, prive di ogni contenuto, la personalità si ricostruisce attraverso i fatti”.
Rincara il Presidente: “Parole inutili, castelli di sabbia”.
In effetti gli amici del Castello di Sabbia non sanno nulla di Matteo, né di Giulia. Non hanno mai parlato della crisi del loro matrimonio, né della separazione, né del nuovo amore di Giulia, né delle escort frequentate da Matteo, né delle spie che inseguono Giulia. Neppure le altre mogli del gruppo sapevano, erano troppo occupate nel loro Castello a imbandire cene e occuparsi dei loro bambini.
Dell’inferno che regna dentro al Castello di Matteo, dei fuochi fatui che s’alzano dai bracieri, delle luci rosso sangue, il coretto candidamente confessa: “Non ci siamo accorti di nulla”.
E’ venerdì 16 settembre 2016.
Un’onda fredda, gonfia, nera e blu con una corona di schiuma in testa e il Castello ritorna battigia.
Il mare porta con sé il sorriso dei suoi abitanti, una donna e i suoi tre bambini.
E dire che fuori il cielo è azzurro e il sole lucente.
“Oh che bel castello, marcondiro ndiro ndà”.
Quella stessa sera di venerdì, durante una cena a Firenze, Matteo, che pare arrabbiato e addolorato, confida all’amico Paolo l’imminente separazione dalla moglie. “Matteo dai, ora troverai un’altra donna” lo conforta e “Matteo mi disse: io voglio lei”.
Parole che ottundono qualsiasi pensiero.
“Io voglio lei”. Giulia, durante quella cena, era già morta. Da dieci, dodici ore.
“Matteo è un giocherellone, gli piace far scherzi”, afferma l’amica Valeria.
Far scherzi, far finta, fare come se, apparire. La facciata. La faccia da mostrare al mondo. L’altra faccia da nascondere dentro un Castello. Una recita per salvare l’onore della famiglia.
Una coperta di sabbia per nascondere l’inferno.
‘Sembravano una famiglia normale’, anche questa frase è trita e ritrita e già tante volte l’abbiamo sentita dire dai vicini delle donne uccise dal loro marito o compagno.
I casi sono due: o gli amici hanno mentito, oppure davvero non si sono accorti di nulla. Nel primo caso, mi rimetto a giustizia, nel secondo, pare davvero eccessivo chiamare amicizia un tal vuoto di relazioni.
Amici per la pelle o amici in simil-pelle?
“Ognuno vede ciò che vuol vedere, e non vede ciò che non vuol vedere”, prendo a prestito questa battuta dall’Avvocato della Difesa.
Nel deprimente vuoto odierno, piomba una dichiarazione spontanea dell’imputato, che vuol così “togliere ogni cappa di morbosità” attorno al processo.
Primo: Desio, ex don. Diagnosticato dal dottor Cagnoni: bizzarro, veste jeans e nike, forse è omosessuale, “aveva disturbo di personalità”. Con abile intelligenza speculativa (precedentemente da lui attribuita a Giulia) Matteo ottiene dal non ancora ex don, direttore della rivista Risvegli, di tenere una rubrica di dermatologia “Mi serviva per diventare giornalista”. Poi quando il don diventa ex, con la condanna di pedofilia, Matteo confessa: “Vivevo con orrore per avergli fatto battezzare mio figlio, ma mi aveva ricattato: “se non me lo fai fare, non ti do il tesserino”. Poi ho chiesto al vescovo se il battesimo era valido, sì era valido”. Sospiro di sollievo del pubblico in aula. Mi pare.
Secondo: dal letame, nascono i fior. Sulle note di Bocca di Rosa, di Fabrizio De Andrè, l’imputato introduce la figura della escort.
Macché escort, si tratta di una ragazza dolcissima conosciuta un mese prima in un bar a Cervia. “Fino a giugno sono stato fedele. Il matrimonio con Giulia è stato per nove decimi meraviglioso, per un decimo, un inferno. Giulia era latitante con me, mi rifiutava, era distante anche coi bambini. E io dovevo far tutto. Occuparmi di loro e mettere da parte il mio lavoro”.
Come se le donne non lavorassero, non si occupassero della casa, dei piccoli, dei grandi e dei vecchi contemporaneamente, per i dieci decimi della loro vita.
“Quella ragazza non era una prostituta, era come … Bocca di Rosa, con lei respiravo ossigeno”.
Perché lui poteva concedersi di respirare ossigeno con una escort e Giulia non poteva fare altrettanto col suo nuovo amore?
E siccome il Cagnoni Pensiero vuol star sopra come l’olio, arriva subito dopo la maschia puntualizzazione: “Non è mia abitudine, una donna la posso trovare senza pagare. I nostri nonni che andavano nelle case chiuse sarebbero stati tutti da condannare”.
Per quanto mi stimoli, non mi pare il caso di aprire ora un dibattito sulle case di tolleranza, chiuse da una legge del 1958 che porta il nome di una donna. E non entro nel merito della prostituzione.
Silenzio. Torniamo in aula.
Il Nostro ha raggiunto l’apice, pronunciando la parola RIMPIANTO. Al sol pensiero, il Dottore si commuove e balbetta: “Il rimpianto di non esserci trasferiti a Firenze. Se lo avessimo fatto, Giulia ci sarebbe ancora”.
Mi oppongo vostro Onore!
Giulia non voleva trasferirsi a Firenze. Voleva stare a Ravenna con i suoi figli. Voleva ricominciare a lavorare. Voleva amare un nuovo amore. Voleva vivere.
Perché l’imputato non lo vuol capire? Neppure oggi, visto che insiste.
Giulia ci sarebbe ancora, se avesse ubbidito, abbassato la testa, se fosse stata zitta e succube.
Se avesse accettato di vivere nel Castello di Sabbia, come fanno in silenzio migliaia di donne chiuse nei loro Castelli, perché sanno che a uscire dal castello si rischia la vita. Fuori c’è un femminicidio ogni due giorni. Sono state 114 le donne che, l’anno scorso in Italia, hanno pagato con la vita la disubbidienza ai dettami del loro patriarca. Fuori c’è una denuncia di stalking al giorno. E ci sono 1600 orfani di violenza domestica, come li chiama la nuova legge.
Eppure, per l’imputato sarebbe bastato che Giulia avesse accettato di trasferirsi a Firenze, nel Castello di Sabbia di Famiglia.
‘E con la Vergine in prima fila
E Bocca di Rosa poco lontano
Si porta a spasso per il paese
L’amore sacro e l’amor profano’.
Sarebbe stato un finale migliore.
Ma ormai l’abbiamo capito “è’ tutta colpa di Giulia”.
L’imputato contento torna in cella a scrivere il suo nuovo libro.


 

OMBRE DI UN PROCESSO/24

OMBRE DI UN PROCESSO / 24

di Carla Baroncelli

6 aprile 2018 – VENTUNESIMA UDIENZA – PROCESSO CONTRO MATTEO CAGNONI PER IL FEMMINICIDIO DI GIULIA BALLESTRI
‘Umana pietas’.
Parole alte.
Le ha dette oggi in aula un amico dell’imputato, a proposito di una lettera che questi gli ha scritto dal carcere in aprile del 2017. L’amico dichiara di essere “rimasto molto turbato”, e che solo per Natale gli ha risposto. Perché?
I due sono amici da trent’anni. Si vedevano tre, quattro volte l’anno, l’ultima il 4 di giugno del 2016 per una cena di compleanno. Il teste non sapeva che la coppia fosse in crisi, non ha notato nessun cambiamento. “Giulia e Matteo erano molto affettuosi fra loro, dopo tanti anni, si tenevano ancora mano nella mano, se lo faccio io con mia moglie, mi chiede se sono impazzito. Si vedeva che c’era molto affetto fra loro”. “Apparentemente!”, sottolinea il Presidente Corrado Schiaretti.
“Risposi sotto le feste, mosso da ‘umana pietas’, pensavo meritasse due righe di conforto”.
Lo rincorre la PM D’Aniello: “Mi scusi, la stessa pietas la sentiva anche per la famiglia Ballestri?”.
Risposta: “Non conoscevo nessuno di loro”.
“E’ andato al funerale di Giulia?”.
“No, era un rito collettivo”.
‘Umana pietas’ solo per l’amico, l’imputato. Dunque una pietas natalizia, per apparire buoni.
Nessuna ‘pietas’, neppure sotto forma di un petalo, per Giulia.
La parola ‘pietas’, non mi convince. Ultimamente viene molto usata, forse perchè suona più alta e nobile di una parola bassa come ‘pietà’.
Perché, poi, ricorrere al latino, lingua morta invisa a tutti, per dire ciò che possiamo dire in italiano con la parola pietà? La ‘pietas latina’ è in gran parte scaduta con gli dei. Per lo Zingarelli, pietà è il sentimento di compassione e commossa commiserazione che si prova verso le sofferenze altrui. In realtà, la parola pietà è spesso usata per manifestare un certo disprezzo morale. Non sarebbe stato fine dire “Matteo mi faceva pena, ho avuto pietà di lui”. Pubblicamente suona meglio ‘pietas’.
E allora, quanti di questi amici hanno sentito un po’ di ‘pietas’ per Giulia? Per lei e i suoi figli non ce n’é. La ‘pietas’ è riservata al Dottore. Anche se non è abbastanza intensa da farli andare in carcere a trovarlo, tenergli compagnia con lettere e messaggi. Portargli le arance, come si diceva un tempo. Compatire con lui, significa patire assieme a lui, non compatirlo. Come fosse un pulcino bagnato, da compatire. Senza colpa, Si insinua il dubbio di un raptus?
Sento puzza di ipocrisia, altro che ‘pietas’.
L’olezzo si spande viepiù durante le audizioni dei testimoni della difesa.
Sono stati ascoltati cinque amici dell’imputato. Un trionfo di pochezze. Amici che non sanno nulla l’uno dell’altro, nonostante decenni di cene. Nel gruppo di amici ci sono quelli che hanno il cognome o la professione conformi, sono conosciuti, e socialmente ben inseriti. Quelli che sono al posto giusto per concedere il patrocinio per la presentazione dei libri: “Aveva più attenzione per le istituzioni che per le persone”. Quelli da dimenticare quando finiscono il mandato istituzionale. Quelli ai quali raccontare bugie per non dire che sei fuggito a Firenze.
Arrampicandosi su un filo di bava, il difensore Trombini ha fatto domande secche da questionario al gruppo di amici di oggi.
Il Dottor Cagnoni era generoso? Sì. Era disponibile? Sì. Lei sapeva della crisi matrimoniale? No. Era possessivo? No. Era ossessivo? No. Era un manipolatore? No. Violento, aggressivo? No, no.
Come uno schiaffo, mi appare il volto di Giulia. Cancellato dall’odio.
Subito dopo l’imputato, occhi in fuori, che brandisce una carpetta rossa, mentre si scaglia contro la mamma di Giulia, appena scesa dal banco dei testimoni, urlandole epiteti offensivi.
“Com’erano i rapporti fra Giulia e il Dottor Cagnoni?”, chiede l’avvocato Trombini, sempre sottolineando il Dottor. Erano affettuosi, cordiali, si tenevano per mano. Se in pubblico appariva a volte indifferente e passiva, nelle cene da loro, Giulia era “una padrona di casa piacevolissima, ti faceva sentire a casa tua”. Svolgeva il suo ruolo alla perfezione. Era la moglie del Dottor Cagnoni. Ma nessuno di loro si interessava a lei più di tanto. Giulia era un arredamento casalingo?
Gli amici ascoltati in aula oggi, sono molto diversi da quelli interrogati qualche udienza fa. Quelli erano un altro gruppo di amici. Con loro si acquistavano carte telefoniche in comune, per andare a prostitute, senza destar sospetti alle relative mogli. A loro si son fatte ascoltare le imbarazzanti intercettazioni dei colloqui fra Giulia e il suo nuovo compagno. Loro sostengono l’amico al di là di tutto, anche se si defilano all’odore di un carcere.
Amici di sesso e amici di merende? Due gruppi distinti. Ma stessa logica, stesso affiatamento, stessa presa di distanza dall’imputato in carcere.
E se l’imputato confessasse il femminicidio di sua moglie?
In questo caso ‘l’umana pietas’ avrebbe un po’ più di senso? Non so. Stando alle prove, avrebbe ucciso sua moglie perché non lo amava più. In pubblico si tenevano per mano, per salvare le apparenze, forse lei gli voleva bene, come padre dei suoi figli, probabilmente non lo odiava, solo che non voleva più vivere con lui, voleva una vita diversa, senza controlli, manipolazioni, violenze. Voleva amare qualcun altro. Soprattutto non voleva essere solo la ‘moglie di’. Voleva una famiglia diversa.
Qualche giorno fa, la mia amica Elena ha scritto un commento ad Ombre di un Processo: “Ora dal mio riflettere affiora la parola “pietas” rivolta a questo uomo indifendibile. E’ una necessità, la mia, di riposizionare (un filino eh) il male da lui rappresentato, per indirizzarlo al marciume che ancora alimenta una certa idea di famiglia, e che ha reso lui stesso, una vittima. Non come Giulia, ovviamente. Ma è un marcio che va affrontato perché è nella società.”.
Elena sta parlando di ‘pietas’ per un carnefice, a sua volta vittima del “marciume che ancora alimenta una certa idea di famiglia”.
Non come attenuante verso chi uccide, ma un invito ad affrontare i femminicidi come un male strutturale della nostra società. Da curare ripensando alle relazioni fra uomo e donna, nella famiglia, nel lavoro, nelle scuole.
‘Pietas’? Mi aggrappo allo stato di diritto: chi uccide, se ne assuma la responsabilità e paghi le conseguenze.
Mi rimetto a Giustizia. Da non confondere col dilagante giustizialismo. Un giustizialismo che si fa parole, sui social così come al bar: ‘chiudetemi in una stanza con lui, e vedrete cosa gli faccio’, ‘in galera deve stare e si deve buttare via la chiave’, e via dicendo. Qualcuno vorrebbe persino aumentare la pena dell’ergastolo. (sic). Si dichiari ufficialmente: pollice verso, di romana memoria. Espressioni usate troppo di frequente. E’ come se pronunciandole, cercando quelle più velenose possibile, aumentando gli aggettivi peggiorativi, si abbia la percezione di avere fatto e ricevuto giustizia. Poi tutto finisce lì, lo sfogo spegne l’argomento. Si passa oltre.
Ma la Famiglia del Patriarca gli consentirebbe di confessare?
Il codice d’onore della Famiglia si basa sul concetto: si fa, ma non si dice. Poi si troverà una soluzione. Per ogni rampollo scavezzacollo delle varie Famiglie Patriarcali Italiane, alla fine è stato trovato un accomodamento, una scappatoia, una illustre detenzione, un riscatto, una ricollocazione. Chissà, potrebbe farsi avanti un grande editore, o un produttore cinematografico. Eppoi: conferenze in streaming dal carcere, da un ambulatorio specialistico dermatologico con le sbarre alle finestre. Sarà uno scrittore di best seller. Qualche premio letterario la Famiglia lo troverà. L’onore sarà salvo e gli allori pioveranno comunque. Tutto è possibile. Solo se non confessa.
Mi par di sentire un mantra evaporare dal marciume: “Zitto, stai zitto, zitto, stai zitto”.

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