OMBRE DI UN PROCESSO/28

OMBRE DI UN PROCESSO / 28

di Carla Baroncelli

11 maggio 2018 – VENTICINQUESIMA UDIENZA – PROCESSO CONTRO MATTEO CAGNONI PER IL FEMMINICIDIO DI GIULIA BALLESTRI

“E’ la persona Giulia Ballestri, che è stata uccisa, non un ruolo” è la frase uscita dall’ombra dell’udienza di oggi, l’ultima del dibattimento.
Fra un mesetto la requisitoria della PM, le arringhe della difesa e delle parti civili. Dal venti giugno la Corte si ritirerà in Camera di Consiglio per la sentenza.
“Non sono poligamo”, ha detto Cagnoni, in tono sprezzante, nella supplica per chiedere per la terza volta la concessione degli arresti domiciliari, con braccialetto elettronico. Non fuggirà, non inquinerà le prove e non reitererà il reato. Non potrebbe uccidere di nuovo sua moglie, visto che ha avuto solo una moglie.
Forse semplicemente perché la cultura Patriarcale Occidentale non ammette la poligamia, come quella Islamica. Comprare le donne invece è ammesso ovunque. Ma questa è un’altra storia.
“Non è accettabile – Cristina d’Aniello, la PM, insorge portando in alto le parole – tollerare che la vittima venga ridotta ancora una volta al solo ruolo di coniuge e quindi l’imputato non potrebbe uccidere altre mogli. E’ la persona, Giulia Ballestri, che è stata uccisa, non un ruolo”.
Le donne e gli uomini sono persone ma non lo sono allo stesso modo.
Gli uomini nascono con un cognome che gli resterà tutta la vita. Anche i loro figli, maschi, avranno la strada spianata dal cognome che portano. La stirpe. Il sangue. L’onore. Il loro ruolo è assicurato per l’eternità. Per diritto. Per la famiglia.
Le donne nascono con un cognome che raramente trasmetteranno, mentre nel corso della loro vita assumeranno quello del marito, talvolta, se si separeranno, quel cognome rimarrà comunque sulle bocche di molti anche per sempre. Il cognome delle donne si toglie e si mette alla bisogna. Le donne nascono persone, ma poi ben presto l’essere di genere femminile le fa diventare semplicemente figlie di, sorelle di, fidanzate di, mogli di, madri di, nonne di.
Quanti ruoli assumono le donne nel corso delle loro vite? Quanti ruoli convivono nelle vite delle donne?
Un femminicida uccide la moglie perché sua moglie è sua e non può permettersi di esercitare libere scelte sulla sua vita, che appunto non è sua, ma del marito.
Se non si fosse ribellata non sarebbe stata uccisa. Una moglie si può anche uccidere perché in fondo la sua vita vale poco. Ma una moglie è una persona e la sua vita vale quanto quella di un uomo. E’ su questo che Matteo Cagnoni e la PM Cristina D’Aniello non si sono capiti, non per una questione di linguaggio, ma per cultura.
Del resto è solo del 1996 la legge che considera la violenza sessuale un reato contro la persona e non solo un reato contro la morale, come stabiliva il codice Rocco che ci trascinavamo dietro dal 1930.
In questo processo ci sono anche vittime viventi. Vittime perché non hanno avuto possibilità di scelta. La loro mamma sarà per sempre Giulia.
Intanto l’imputato sbandiera come un trofeo: “Mio figlio mi ha mandato, tramite mio padre, un messaggio: Staremo sempre assieme e non ci lasceremo mai, sei il numero uno.”. E si permette pure una polemica: “Mio figlio l’hanno costretto a costituirsi parte civile”, poi, scomodando Nietzsche, conclude, “direi che siamo al di là del bene e del male”. Tranquillo, è tutto sotto controllo. Dai servizi sociali, a tutori e protutori.
Le macerie, che seppelliranno di disperazione chi resta, vengono considerate dal femminicida, forse, un danno ‘collaterale’, come dalla guerra del Vietnam in poi, lo erano i civili, vittime del Napalm.
I danni ‘collaterali’ di ogni femminicidio sono ancor più devastanti di un omicidio volontario.
La vittima è la persona uccisa. Ma non si uccide il ruolo di una mamma. La mamma resterà sempre quella mamma e non invecchierà mai, per i suoi figli. Anche se la sua persona non c’è più, anche se per uccidere la moglie è stata uccisa la mamma.
Un effetto collaterale, anche questo?
Tanti sono i ruoli delle donne. Spesso siamo costrette a vivere ruoli non sempre piacevoli come quello di care giver, ma se non lo facessimo noi, chi lo farebbe?
Il ruolo di moglie non è un ruolo imperituro, come una volta. Le donne non vogliono più essere vittime delle scelte altrui per quel che le riguarda. Questo in ogni mondo, popolo e religione. Sempre più giovani donne si ribellano ai matrimoni imposti dalla famiglia. Come ha fatto Sana, residente a Brescia, uccisa dal padre e dal fratello in Pakistan, per aver rifiutato il marito che avevano deciso per lei. E’ solo uno degli ultimi femminicidi.
Oggi le donne sono più consapevoli dei loro diritti, soprattutto di quello di scelta. E dalla consapevolezza non si torna indietro. La storia di ogni vittima, diventa patrimonio di tutte.
Vittima è una parola. Vittimismo è un’altra, ed è tipica di chi vuol apparire vittima, spesso consapevole di non esserlo, se non di se stesso, ma con l’intento di ottenere l’empatia di chi ascolta.
E così l’imputato cala la carta del lamento. Gli mancano i genitori. Oltre la mamma, ora sta male anche il Patriarca Padre che “è molto triste e malato, con un dolore che si aggrava sempre di più”. D’istinto sento pietà. Poi immagino la notizia come una delle Bugie di Matteo. E’ chilometrico l’elenco di quelle emerse dalle testimonianze. Ha mentito agli amici più intimi, a sua madre, ai suoi figli. Al padre, al suo difensore? Sicuramente ha mentito a Giulia Ballestri: “Ha giurato sulla testa dei nostri figli che non mi farà niente”. Talvolta la menzogna è un reato, talvolta è un tradimento. Talvolta è una vendetta.
Col tono sempre più mesto, l’imputato si è appellato infine alla Caritas. Non alla nota associazione benefica: son tempi di spese pazze per salvare l’Onore. La parcella dell’Ingegner Caccavella, consulente informatico della difesa, ascoltato l’udienza scorsa, si dice sia a cinque zeri. A volte il Potere si dibatte scoordinatamente per non soccombere e spende a piene mani per una speranza. Quella consulenza si è rivelata una spesa inutile, forse addirittura dannosa. La Corte ha dichiarato inutilizzabile la relazione e non l’ha ammessa fra le prove.
Il Supplice, con la sua ultima carta si appella alla “Caritas” della Corte: “Sono arrivato al lumicino, in carcere si sta male (sigh), gli attacchi di panico si sono moltiplicati, ho le allucinazioni, depersonalizzazioni momentanee … mi vedo nel letto, mi vedo che scrivo… la condizione carceraria non consente il recupero di patologie, starei molto meglio a casa”.
Bugia? Dalle cartelle cliniche del carcere non risulta. Anzi, ci sono segni di miglioramento.
Fa pensare anche il fatto che la difesa abbia rinunciato al suo consulente, il professor Ferracuti, psichiatra forense, che si è già negato per tre udienze. Risparmio di denaro o rifiuto professionale dell’esperto?
Il parere negativo della Dottoressa D’Aniello alla richiesta di arresti domiciliari è immediato. Si basa sulla “gravità indiziaria granitica, rafforzatasi negli ultimi mesi” e si conclude con una puntualizzazione: “Ai piedi di Cristo, ci si pente”.
Altro che pentimento. L’imputato strappa l’ultima parola. La furia, che ha trattenuto negli ultimi cinque mesi per dimostrare di essere cambiato e di essere diventato calmo e riflessivo, gli esplode fra i denti: “Le parole del pubblico ministero sono un’istigazione al suicidio”. Con questa frase pare che voglia mettere le mani avanti. Il Signor Cagnoni se ne deve fare una ragione: questo è un processo e lui è l’imputato.
A ciascuno il proprio ruolo.
Per la sindrome di onnipotenza del Cagnoni Pensiero non c’è posto.

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OMBRE DI UN PROCESSO/26

OMBRE DI UN PROCESSO / 26

di Carla Baroncelli

4 maggio 2018 – VENTIQUATTRESIMA UDIENZA – PROCESSO CONTRO MATTEO CAGNONI PER IL FEMMINICIDIO DI GIULIA BALLESTRI

Oltre alle Ombre di un Processo, che cercano il perché del femminicidio di Giulia Ballestri, oggi in aula sono comparse le Ombre Ascientifiche, per ricostruire il come si siano svolti i fatti.
Il film proiettato oggi s’intitola infatti OMBRE ASCIENTIFICHE.
Con l’aiuto di comparse e materiale di scena, l’autore ha comparato le immagini delle videoregistrazioni della polizia giudiziaria con le sue, riprese con una telecamera acquistata per l’occasione, nelle stesse location dei film precedenti, anche se da angolature che falsano la prospettiva.
Ravenna, Villa del Nonno.
Firenze, Villa del Padre.
La Via Patriarcale al Potere.
Buio in aula. Titolo: Ombre Ascientifiche.
Il soggetto è di Matteo Cagnoni.
La regia è dell’ingegner Donato Eugenio Caccavella, docente universitario di informatica forense, consulente tecnico della difesa.
E’ un colossal di ricostruzione storica, prodotto dal Patriarca della Famiglia Cagnoni.
Budget illimitato.
Scena prima. Ravenna, via Genocchi, esterno giorno. In sovraimpressione: il giorno prima del femminicidio, alle 15.16. Una Chrysler Voyager nera è ferma davanti alla Villa del Nonno, per otto minuti. Allunghiamo gli occhi: par di vedere una figura che si muove. “Non è sceso nessuno da quell’auto”, è la scientifica affermazione del regista Caccavella: “Se vede qualcuno è una sensazione sbagliata”. Quindi: visto che nessuno è sceso, il bastone per colpire e l’acqua distillata per pulire non sono stati portati nella Villa in quel frangente.
Scena seconda. Stessa inquadratura. Il 16 settembre 2016, il giorno del femminicidio, alle 10.59. Cagnoni sale sull’auto in sosta davanti alla Villa del Nonno, ma “Non scende, non sale e non carica nulla sulla Mercedes”. Quindi: il dottor Cagnoni è rimasto per un minuto in macchina a guardare dallo specchietto retrovisore Giulia allontanarsi voltando le spalle al loro matrimonio, come ha ben descritto lui stesso in una scorsa udienza.
Scena terza. Firenze, Villa del Padre, esterno giorno. Il pomeriggio del femminicidio. Cagnoni trasporta un oggetto bianco trapezoidale contenuto in un sacchetto semitrasparente. Non c’è trucco non c’è inganno, l’Ingegner Caccavella: “Non è la borsa della signora Ballestri, è un camice piegato, non c’è nessuna catenella che luccichi, la catenella della borsa è solo la martingala di un camice”. Quindi: “La sperimentazione conforta la dichiarazione di Cagnoni”, ed estrae un camice bianco, da mettere fra le prove.
Questo è troppo. Il Presidente della Corte, Corrado Schiaretti, accende la luce e, come se dicesse a se stesso, Mi oppongo, sbotta: “Perché quel trapezio bianco può essere un camice e non una borsa? Di scientifico qua non c’è niente”.
Serve una pausa caffè.
Tono pacato al rientro, che si riaccende man mano che l’Ingegnere declama versi contro la Procura: “E’ stata fatta una lettura superficiale dei tabulati telefonici, le indagini di polizia giudiziaria sulla Chrysler sono metodologicamente scorrette, c’è la prova dell’inaffidabilità del sistema informatico in uso alla procura di Ravenna e la relativa inutilizzabilità delle intercettazioni”.
No, no, stoooop, il Presidente zittisce tanto livore rivolgendosi all’avvocato Trombini: “Il suo consulente rischia di andare a giudizio”. Falsa perizia? Poi alza il tiro della sua implacabile ironia e aggiunge un’inquadratura magistrale: “Sono disposto ad ascoltare di tutto, ma quando si arriva agli asini che volano, non mi va più bene”.
Il consulente insiste indefesso: “Se si vede qualcuno che si muove, quel qualcuno è frutto di una compressione delle immagini”. Le immagini frizzano, sfrigolano, così che si possono creare dei veri e propri “miraggi”, ammette lo stesso Caccavella. Asini che volano, è solo un esempio.
Stancamente si susseguono altre scene, ma l’attenzione è intorpidita.
Prima della fine del film si riaccendono le luci in aula. Lo schermo non frizza più.
Seduta stante s’alza l’avvocato Scudellari. Chiede alla Corte che la relazione del tecnico Caccavella non venga acquisita agli atti. Cestiniamo? La Corte si riserva la decisione fino al prossimo venerdì.
All’uscita, il mio amico direttore della fotografia mi dimostra l’impossibile comparazione delle immagini, riprese da due telecamere diverse per usura, in tempi diversi, con luci esterne impossibili da ricreare in post produzione, men che meno senza che sia stato fatto ogni volta il bilanciamento del bianco, per regolare la temperatura colore. La sua conclusione: non si può leggere nelle immagini ciò che non c’è, ma non è detto che ciò che non si vede non ci sia.
Professor Ingegnere Informatico, con tutto ciò che deve aver speso il Patriarca Padre, ci si aspettava che dalle Ombre Ascientifiche scaturisse una Verità quanto meno credibile. L’unica certezza è un metro e mezzo di relazioni a colori distribuite in fascicoli alle parti in causa. Ma l’informatica non doveva sostituire la carta in difesa delle foreste? Ma tant’è, paga papà.
E l’Ombra di un Processo di oggi?
E’ una risposta data dal Professor Ingegner Caccavella, alla Dottoressa Cristina D’Aniello, la PM, fra l’ilare e il faceto: “Se questa domanda me l’avesse fatta una delle mie studentesse, non l’ammetterei”. Risatina del Presidente. Sferzata della PM: “Io non sono una sua studentessa, rappresento la pubblica accusa nel processo in cui è imputato Matteo Cagnoni”. “Risponda alla domanda!”, va al sodo il Presidente.
Se la PM fosse stata di sesso maschile, il Professor Caccavella avrebbe fatto la stessa irriverente osservazione? E l’avrebbe fatta al Presidente della Corte?
I pregiudizi sono duri da sradicare, anche se si indossa una toga. Mi è venuto in mente un convegno dello scorso novembre, ‘Tra genere e diritto: riflessioni e spunti per un approccio differente al sistema giuridico’, organizzato a Ravenna dalla Casa delle donne e dall’Udi, che in questo processo si è costituita parte civile. Fra le trascrizioni, ho trovato una frase di Paola Di Nicola, giudice presso il Tribunale penale di Roma, sugli stereotipi di genere: “Ci hanno insegnato che l’appartenenza di genere una volta entrati nelle istituzioni, non ha alcuna incidenza, ma non è così. Non è così perché l’appartenenza a un genere fa la differenza e lo sperimentiamo ogni giorno nel nostro lavoro”.
Ancora oggi la maggioranza delle magistrate viene relegata in pool che si occupano di persone deboli, minori e famiglia. Gli stereotipi sono ben piantati in donne e uomini. Il patriarcato si pasce di donne che lo nutrono. Ma le cose evolvono ed è bene porci attenzione.
Per secoli le donne sono state escluse dalla magistratura, alle quali ‘alle volte l’equilibrio difetta per ragioni anche fisiologiche’, cioè sono instabili per via delle mestruazioni. Le donne furono pienamente ammesse solo nel 1963. Nel 2012 erano già il 46 per cento dei magistrati italiani. Forse perché per diventare magistrati si deve studiare tanto, superare un concorso difficilissimo, e non si è scelti o eletti da qualcuno? Comunque sia, dentro il luogo maschile per eccellenza, perché deputato alla conservazione dell’assetto precostituito, è entrato un punto di vista finora negato, nascosto. La percezione, la sensibilità, il coinvolgimento emotivo, le intuizioni sono le risorse nuove e diverse che hanno portato le magistrate nei processi.
In questo processo, la lettura della realtà è più completa e ricca perché frutto di un confronto tra magistrati uomini e magistrati donne.
In un passo del libro La giudice, una donna in magistratura, della stessa Paola Di Nicola, leggo: “Ogni toga ha un minuscolo segno di distinzione che solo chi la possiede può riconoscere. Dentro c’è un modo diverso di essere magistrato, di esercitare e concepire la propria funzione, di interrogare gli imputati, di salutare entrando nell’aula. Di ascoltare e di sentire. La toga traveste e nasconde. E la maschera e la divisa; la trasformazione e la regola”.
Per risollevarmi dalla seduta di oggi, durata undici ore, ripenso agli asini che volano e a una frase scritta in una delle slide della relazione presentata dal consulente Caccavella: “Siediti sulla riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico”. E’ rimasta fissa sullo schermo diversi minuti, senza un perché.
Non voglio scomodare Confucio, Mao, né Lao Tzu per l’interpretazione scientifica della citazione, lo chiedo direttamente a Caccavella.
Che c’entra il cadavere e chi è il tuo nemico?
Non è necessaria una sensibilità femminile per raccapricciare.
E’ sufficiente restare umani.
Anche per Giulia.

OMBRE DI UN PROCESSO/25

OMBRE DI UN PROCESSO/25

di Carla Baroncelli

13 aprile 2018 – VENTIDUESIMA UDIENZA – PROCESSO CONTRO MATTEO CAGNONI PER IL FEMMINICIDIO DI GIULIA BALLESTRI

“Giocherellone” e “Castelli di Sabbia’, sono le parole acute dell’udienza di oggi.
La prima, l’ha pronunciata un’amica dell’imputato, è un aggettivo di fresca comparsa nel processo: dicesi di persona allegra e spensierata, ma anche vana. Le altre sono del Presidente della Corte, Corrado Schiaretti.
La scena si apre su undici maschi, fra i cinquanta e i sessant’anni, in costume da bagno che costruiscono un Castello di Sabbia.
Al posto di palette e secchielli, usano forchette, coltelli e qualche boccale di birra.
Non è che siano gran bei fisici, esteticamente parlando, pancette e calvizie imperversano, ma la scena di oggi è questa. Uomini in braghette.
Sono gli amici legati da una conoscenza trentennale con Matteo “il giocherellone”. Cantano in coro sulle note di ‘Stessa spiaggia stesso mare’, rivisitato su un ritmo rap, sotto la direzione dell’Avvocato della Difesa. E’ uno spartito vecchio e polveroso, già suonato da altri amici dell’imputato nelle precedenti udienze. SI, NO, SINO, NOSI. Noioso da ascoltare. Ma pare non si sia trovato di meglio.
Ridendo e mangiando i Nostri erigono il Castello di Matteo.
Impastano granelli di sabbia per la prima torre: lui, Matteo, è simpatico, sognatore, intelligente, con grandi capacità professionali, molto innamorato di Giulia, persona assolutamente misurata, amoroso, gentile, uno dei più tranquilli del gruppo, equilibrato, educato, piacevole, mai geloso.
Serve altra sabbia per la torre più bassa. Lei, Giulia, è persona stupenda, non succube, razionale, solare, donna dolcissima, sempre sorridente, affettuosa col marito e coi figli.
Tutt’attorno le mura merlate con i pirocchini di sabbia e acqua. La coppia: normale, affiatata, mai visti litigare, tranquilli, affettuosi, armonia, estremamente in sintonia.
“Oh che bel castello, marcondiro ndiro ndello”, cantano gli amici in coro.
Il fossato. Il ponte levatoio. Che il fuori non entri, che il dentro non fuoriesca.
Ci vuole un brindisi e un’oliva.
La PM interrompe la musica: “Sono solo parole vuote, prive di ogni contenuto, la personalità si ricostruisce attraverso i fatti”.
Rincara il Presidente: “Parole inutili, castelli di sabbia”.
In effetti gli amici del Castello di Sabbia non sanno nulla di Matteo, né di Giulia. Non hanno mai parlato della crisi del loro matrimonio, né della separazione, né del nuovo amore di Giulia, né delle escort frequentate da Matteo, né delle spie che inseguono Giulia. Neppure le altre mogli del gruppo sapevano, erano troppo occupate nel loro Castello a imbandire cene e occuparsi dei loro bambini.
Dell’inferno che regna dentro al Castello di Matteo, dei fuochi fatui che s’alzano dai bracieri, delle luci rosso sangue, il coretto candidamente confessa: “Non ci siamo accorti di nulla”.
E’ venerdì 16 settembre 2016.
Un’onda fredda, gonfia, nera e blu con una corona di schiuma in testa e il Castello ritorna battigia.
Il mare porta con sé il sorriso dei suoi abitanti, una donna e i suoi tre bambini.
E dire che fuori il cielo è azzurro e il sole lucente.
“Oh che bel castello, marcondiro ndiro ndà”.
Quella stessa sera di venerdì, durante una cena a Firenze, Matteo, che pare arrabbiato e addolorato, confida all’amico Paolo l’imminente separazione dalla moglie. “Matteo dai, ora troverai un’altra donna” lo conforta e “Matteo mi disse: io voglio lei”.
Parole che ottundono qualsiasi pensiero.
“Io voglio lei”. Giulia, durante quella cena, era già morta. Da dieci, dodici ore.
“Matteo è un giocherellone, gli piace far scherzi”, afferma l’amica Valeria.
Far scherzi, far finta, fare come se, apparire. La facciata. La faccia da mostrare al mondo. L’altra faccia da nascondere dentro un Castello. Una recita per salvare l’onore della famiglia.
Una coperta di sabbia per nascondere l’inferno.
‘Sembravano una famiglia normale’, anche questa frase è trita e ritrita e già tante volte l’abbiamo sentita dire dai vicini delle donne uccise dal loro marito o compagno.
I casi sono due: o gli amici hanno mentito, oppure davvero non si sono accorti di nulla. Nel primo caso, mi rimetto a giustizia, nel secondo, pare davvero eccessivo chiamare amicizia un tal vuoto di relazioni.
Amici per la pelle o amici in simil-pelle?
“Ognuno vede ciò che vuol vedere, e non vede ciò che non vuol vedere”, prendo a prestito questa battuta dall’Avvocato della Difesa.
Nel deprimente vuoto odierno, piomba una dichiarazione spontanea dell’imputato, che vuol così “togliere ogni cappa di morbosità” attorno al processo.
Primo: Desio, ex don. Diagnosticato dal dottor Cagnoni: bizzarro, veste jeans e nike, forse è omosessuale, “aveva disturbo di personalità”. Con abile intelligenza speculativa (precedentemente da lui attribuita a Giulia) Matteo ottiene dal non ancora ex don, direttore della rivista Risvegli, di tenere una rubrica di dermatologia “Mi serviva per diventare giornalista”. Poi quando il don diventa ex, con la condanna di pedofilia, Matteo confessa: “Vivevo con orrore per avergli fatto battezzare mio figlio, ma mi aveva ricattato: “se non me lo fai fare, non ti do il tesserino”. Poi ho chiesto al vescovo se il battesimo era valido, sì era valido”. Sospiro di sollievo del pubblico in aula. Mi pare.
Secondo: dal letame, nascono i fior. Sulle note di Bocca di Rosa, di Fabrizio De Andrè, l’imputato introduce la figura della escort.
Macché escort, si tratta di una ragazza dolcissima conosciuta un mese prima in un bar a Cervia. “Fino a giugno sono stato fedele. Il matrimonio con Giulia è stato per nove decimi meraviglioso, per un decimo, un inferno. Giulia era latitante con me, mi rifiutava, era distante anche coi bambini. E io dovevo far tutto. Occuparmi di loro e mettere da parte il mio lavoro”.
Come se le donne non lavorassero, non si occupassero della casa, dei piccoli, dei grandi e dei vecchi contemporaneamente, per i dieci decimi della loro vita.
“Quella ragazza non era una prostituta, era come … Bocca di Rosa, con lei respiravo ossigeno”.
Perché lui poteva concedersi di respirare ossigeno con una escort e Giulia non poteva fare altrettanto col suo nuovo amore?
E siccome il Cagnoni Pensiero vuol star sopra come l’olio, arriva subito dopo la maschia puntualizzazione: “Non è mia abitudine, una donna la posso trovare senza pagare. I nostri nonni che andavano nelle case chiuse sarebbero stati tutti da condannare”.
Per quanto mi stimoli, non mi pare il caso di aprire ora un dibattito sulle case di tolleranza, chiuse da una legge del 1958 che porta il nome di una donna. E non entro nel merito della prostituzione.
Silenzio. Torniamo in aula.
Il Nostro ha raggiunto l’apice, pronunciando la parola RIMPIANTO. Al sol pensiero, il Dottore si commuove e balbetta: “Il rimpianto di non esserci trasferiti a Firenze. Se lo avessimo fatto, Giulia ci sarebbe ancora”.
Mi oppongo vostro Onore!
Giulia non voleva trasferirsi a Firenze. Voleva stare a Ravenna con i suoi figli. Voleva ricominciare a lavorare. Voleva amare un nuovo amore. Voleva vivere.
Perché l’imputato non lo vuol capire? Neppure oggi, visto che insiste.
Giulia ci sarebbe ancora, se avesse ubbidito, abbassato la testa, se fosse stata zitta e succube.
Se avesse accettato di vivere nel Castello di Sabbia, come fanno in silenzio migliaia di donne chiuse nei loro Castelli, perché sanno che a uscire dal castello si rischia la vita. Fuori c’è un femminicidio ogni due giorni. Sono state 114 le donne che, l’anno scorso in Italia, hanno pagato con la vita la disubbidienza ai dettami del loro patriarca. Fuori c’è una denuncia di stalking al giorno. E ci sono 1600 orfani di violenza domestica, come li chiama la nuova legge.
Eppure, per l’imputato sarebbe bastato che Giulia avesse accettato di trasferirsi a Firenze, nel Castello di Sabbia di Famiglia.
‘E con la Vergine in prima fila
E Bocca di Rosa poco lontano
Si porta a spasso per il paese
L’amore sacro e l’amor profano’.
Sarebbe stato un finale migliore.
Ma ormai l’abbiamo capito “è’ tutta colpa di Giulia”.
L’imputato contento torna in cella a scrivere il suo nuovo libro.


 

OMBRE DI UN PROCESSO/24

OMBRE DI UN PROCESSO / 24

di Carla Baroncelli

6 aprile 2018 – VENTUNESIMA UDIENZA – PROCESSO CONTRO MATTEO CAGNONI PER IL FEMMINICIDIO DI GIULIA BALLESTRI
‘Umana pietas’.
Parole alte.
Le ha dette oggi in aula un amico dell’imputato, a proposito di una lettera che questi gli ha scritto dal carcere in aprile del 2017. L’amico dichiara di essere “rimasto molto turbato”, e che solo per Natale gli ha risposto. Perché?
I due sono amici da trent’anni. Si vedevano tre, quattro volte l’anno, l’ultima il 4 di giugno del 2016 per una cena di compleanno. Il teste non sapeva che la coppia fosse in crisi, non ha notato nessun cambiamento. “Giulia e Matteo erano molto affettuosi fra loro, dopo tanti anni, si tenevano ancora mano nella mano, se lo faccio io con mia moglie, mi chiede se sono impazzito. Si vedeva che c’era molto affetto fra loro”. “Apparentemente!”, sottolinea il Presidente Corrado Schiaretti.
“Risposi sotto le feste, mosso da ‘umana pietas’, pensavo meritasse due righe di conforto”.
Lo rincorre la PM D’Aniello: “Mi scusi, la stessa pietas la sentiva anche per la famiglia Ballestri?”.
Risposta: “Non conoscevo nessuno di loro”.
“E’ andato al funerale di Giulia?”.
“No, era un rito collettivo”.
‘Umana pietas’ solo per l’amico, l’imputato. Dunque una pietas natalizia, per apparire buoni.
Nessuna ‘pietas’, neppure sotto forma di un petalo, per Giulia.
La parola ‘pietas’, non mi convince. Ultimamente viene molto usata, forse perchè suona più alta e nobile di una parola bassa come ‘pietà’.
Perché, poi, ricorrere al latino, lingua morta invisa a tutti, per dire ciò che possiamo dire in italiano con la parola pietà? La ‘pietas latina’ è in gran parte scaduta con gli dei. Per lo Zingarelli, pietà è il sentimento di compassione e commossa commiserazione che si prova verso le sofferenze altrui. In realtà, la parola pietà è spesso usata per manifestare un certo disprezzo morale. Non sarebbe stato fine dire “Matteo mi faceva pena, ho avuto pietà di lui”. Pubblicamente suona meglio ‘pietas’.
E allora, quanti di questi amici hanno sentito un po’ di ‘pietas’ per Giulia? Per lei e i suoi figli non ce n’é. La ‘pietas’ è riservata al Dottore. Anche se non è abbastanza intensa da farli andare in carcere a trovarlo, tenergli compagnia con lettere e messaggi. Portargli le arance, come si diceva un tempo. Compatire con lui, significa patire assieme a lui, non compatirlo. Come fosse un pulcino bagnato, da compatire. Senza colpa, Si insinua il dubbio di un raptus?
Sento puzza di ipocrisia, altro che ‘pietas’.
L’olezzo si spande viepiù durante le audizioni dei testimoni della difesa.
Sono stati ascoltati cinque amici dell’imputato. Un trionfo di pochezze. Amici che non sanno nulla l’uno dell’altro, nonostante decenni di cene. Nel gruppo di amici ci sono quelli che hanno il cognome o la professione conformi, sono conosciuti, e socialmente ben inseriti. Quelli che sono al posto giusto per concedere il patrocinio per la presentazione dei libri: “Aveva più attenzione per le istituzioni che per le persone”. Quelli da dimenticare quando finiscono il mandato istituzionale. Quelli ai quali raccontare bugie per non dire che sei fuggito a Firenze.
Arrampicandosi su un filo di bava, il difensore Trombini ha fatto domande secche da questionario al gruppo di amici di oggi.
Il Dottor Cagnoni era generoso? Sì. Era disponibile? Sì. Lei sapeva della crisi matrimoniale? No. Era possessivo? No. Era ossessivo? No. Era un manipolatore? No. Violento, aggressivo? No, no.
Come uno schiaffo, mi appare il volto di Giulia. Cancellato dall’odio.
Subito dopo l’imputato, occhi in fuori, che brandisce una carpetta rossa, mentre si scaglia contro la mamma di Giulia, appena scesa dal banco dei testimoni, urlandole epiteti offensivi.
“Com’erano i rapporti fra Giulia e il Dottor Cagnoni?”, chiede l’avvocato Trombini, sempre sottolineando il Dottor. Erano affettuosi, cordiali, si tenevano per mano. Se in pubblico appariva a volte indifferente e passiva, nelle cene da loro, Giulia era “una padrona di casa piacevolissima, ti faceva sentire a casa tua”. Svolgeva il suo ruolo alla perfezione. Era la moglie del Dottor Cagnoni. Ma nessuno di loro si interessava a lei più di tanto. Giulia era un arredamento casalingo?
Gli amici ascoltati in aula oggi, sono molto diversi da quelli interrogati qualche udienza fa. Quelli erano un altro gruppo di amici. Con loro si acquistavano carte telefoniche in comune, per andare a prostitute, senza destar sospetti alle relative mogli. A loro si son fatte ascoltare le imbarazzanti intercettazioni dei colloqui fra Giulia e il suo nuovo compagno. Loro sostengono l’amico al di là di tutto, anche se si defilano all’odore di un carcere.
Amici di sesso e amici di merende? Due gruppi distinti. Ma stessa logica, stesso affiatamento, stessa presa di distanza dall’imputato in carcere.
E se l’imputato confessasse il femminicidio di sua moglie?
In questo caso ‘l’umana pietas’ avrebbe un po’ più di senso? Non so. Stando alle prove, avrebbe ucciso sua moglie perché non lo amava più. In pubblico si tenevano per mano, per salvare le apparenze, forse lei gli voleva bene, come padre dei suoi figli, probabilmente non lo odiava, solo che non voleva più vivere con lui, voleva una vita diversa, senza controlli, manipolazioni, violenze. Voleva amare qualcun altro. Soprattutto non voleva essere solo la ‘moglie di’. Voleva una famiglia diversa.
Qualche giorno fa, la mia amica Elena ha scritto un commento ad Ombre di un Processo: “Ora dal mio riflettere affiora la parola “pietas” rivolta a questo uomo indifendibile. E’ una necessità, la mia, di riposizionare (un filino eh) il male da lui rappresentato, per indirizzarlo al marciume che ancora alimenta una certa idea di famiglia, e che ha reso lui stesso, una vittima. Non come Giulia, ovviamente. Ma è un marcio che va affrontato perché è nella società.”.
Elena sta parlando di ‘pietas’ per un carnefice, a sua volta vittima del “marciume che ancora alimenta una certa idea di famiglia”.
Non come attenuante verso chi uccide, ma un invito ad affrontare i femminicidi come un male strutturale della nostra società. Da curare ripensando alle relazioni fra uomo e donna, nella famiglia, nel lavoro, nelle scuole.
‘Pietas’? Mi aggrappo allo stato di diritto: chi uccide, se ne assuma la responsabilità e paghi le conseguenze.
Mi rimetto a Giustizia. Da non confondere col dilagante giustizialismo. Un giustizialismo che si fa parole, sui social così come al bar: ‘chiudetemi in una stanza con lui, e vedrete cosa gli faccio’, ‘in galera deve stare e si deve buttare via la chiave’, e via dicendo. Qualcuno vorrebbe persino aumentare la pena dell’ergastolo. (sic). Si dichiari ufficialmente: pollice verso, di romana memoria. Espressioni usate troppo di frequente. E’ come se pronunciandole, cercando quelle più velenose possibile, aumentando gli aggettivi peggiorativi, si abbia la percezione di avere fatto e ricevuto giustizia. Poi tutto finisce lì, lo sfogo spegne l’argomento. Si passa oltre.
Ma la Famiglia del Patriarca gli consentirebbe di confessare?
Il codice d’onore della Famiglia si basa sul concetto: si fa, ma non si dice. Poi si troverà una soluzione. Per ogni rampollo scavezzacollo delle varie Famiglie Patriarcali Italiane, alla fine è stato trovato un accomodamento, una scappatoia, una illustre detenzione, un riscatto, una ricollocazione. Chissà, potrebbe farsi avanti un grande editore, o un produttore cinematografico. Eppoi: conferenze in streaming dal carcere, da un ambulatorio specialistico dermatologico con le sbarre alle finestre. Sarà uno scrittore di best seller. Qualche premio letterario la Famiglia lo troverà. L’onore sarà salvo e gli allori pioveranno comunque. Tutto è possibile. Solo se non confessa.
Mi par di sentire un mantra evaporare dal marciume: “Zitto, stai zitto, zitto, stai zitto”.

OMBRE DI UN PROCESSO/23

OMBRE DI UN PROCESSO / 23

di Carla Baroncelli

26 marzo 2018 – VENTESIMA UDIENZA – PROCESSO CONTRO MATTEO CAGNONI PER IL FEMMINICIDIO DI GIULIA BALLESTRI

Continua la rassegna cinematografica UN FEMMINICIDIO OGNI 60 ORE.
Oggi, ventesima udienza, abbiamo visto la seconda parte del film NON MI DICHIARO RESPONSABILE.
Ma Matteo Cagnoni, regista della prima parte, è stato esautorato. Il Presidente della Corte, Corrado Schiaretti, ha preso in mano la regia e ha diretto l’udienza come un Hitchcock.
L’imputato stesso, che ammette di sentirsi “impreparato”, (Ahi, ahi, coach Trombini!), oggi sta seduto e composto. “Sedato”, dice. Sedato? “Nell’interrogatorio a Firenze lo ero il doppio”. Pare che cominci già col mettere le mani avanti.
L’imputato continua a distribuire colpe, ma la sua boria oggi è sflilacciata.
Acrobatismi funambolici. Pittoreschi e creativi. Usa sapiente alternanza di”non ho un ricordo preciso”, “forse”, per dire che la COLPA è del carcere: “Là dentro tempo e date sono relative”.
Appeso ad un filo giustifica:
– se non ha parlato prima d’ora dei pantaloni che aveva addosso il giorno del femminicidio, dati per dispersi, è perché non gli sono stati chiesti. Erano in valigia. Saltano fuori adesso? E’ COLPA del “mio avvocato che non ha voluto li consegnassi prima”;
– “Quello che conta è che quella finestra era aperta, ed è stata chiusa dagli inquirenti”, da lì è passato l’assassino. Dunque è COLPA degli inquirenti: potrebbero aver inquinato le prove;
– una Voyager nera va nella Villa del Nonno il giorno prima e il giorno dopo il femminicidio. “Non ero io. Non sono l’unico ad avere un Voyager nero.”. La COLPA è della Crysler, che produce tanti altri Voyager;
– le due chiamate che Giulia riceve quel venerdì mattina sono, secondo lui, una questione “irrilevante”. Ma sono registrate in segreteria telefonica, quindi la PM va dritta in picchiata: “Lo sa perché non è irrilevante, mentre lei dice che Giulia riceveva quella telefonata, qualcuno la stava ammazzando”;
– il sesso a pagamento con la prostituta, è stato per COLPA “del nostro gruppo di sposati, usavamo a turno la stessa Sim”;
– l’incarico agli investigatori è stato chiuso il giorno prima del femminicidio di Giulia per COLPA dell’agenzia, troppo costosa.
E così via.
Dissolvenza incrociata sulle nuove svalutazioni di Giulia.
La parola che spicca per prima è FABULANTE.
La PM chiede all’imputato”Perché Giulia scrive a Stefano Bezzi, riferendosi a lei: ‘mi uccide, dice che l’ho disonorato?'”. Lui risponde: “Giulia era Fabulante in quel momento”. Fabulante è ‘chi racconta senza distinguere fra realtà e immaginazione, tramite ragionamenti privi di coerenza spazio – temporale’. Giulia era Falsa, Incoerente.
Non frequenta le amiche, non perché lui non voglia, ma perché Giulia è anche Pigra.
Quando Giulia confida alle amiche che lui la costringe a far sesso, lo fa perché cerca di “giustificare il suo senso di colpa per la relazione con l’amante” e quando Giulia racconta che lui è ossessivo e oppressivo, lo fa “per trovare una sponda”. Perché “Giulia aveva una buona intelligenza speculativa”. (L’intelligenza speculativa contiene sia lo spirito critico e l’attenta valutazione di qualcosa da sfruttare a proprio vantaggio, sia la contemplazione e l’astrattezza. E’ quindi lontana dalla concretezza del buon senso e estranea al corretto metodo scientifico). Mi chiedo se l’imputato sottintenda che lui, maschio, medico, è scienza, ragione, cultura, mentre lei, femmina, è natura, istinto, astratta, incapace, instabile. Un’altra sua frase chiarisce il concetto: “Imputo a Giulia una scarsa maturità nella vicenda. Era un po’ egoista. Lo diceva anche sua madre: mia figlia è una grandissima egoista”.
Benché sia sedato, l’imputato continua a lapidare Giulia, anche se non c’è più.
“Non l’ho manipolata, se l’avessi fatto saremmo ancora insieme”.
L’inquadratura dal fondo dell’aula stringe sul tavolo della Corte. La pila di faldoni delle prove contro l’imputato lievita ogni volta di più. Fermo fotogramma.
FINE.
Dall’udienza porto a casa altre frasi pronunciate da Padre Matteo.
La prima. La sua primogenita, la femmina, ha scritto, prima dell’inizio del processo, una memoria semplice, precisa e documentata, ‘Tutto quello che ricordo’. La memoria non è piaciuta al padre. “Si è sbagliata o ha riferito cose indotte”. Ergo: la figlia, sì, che è stata manipolata! Sia come sia, la bambina ha mancato alla regola del silenzio e presto potrebbe ricevere ufficialmente il suo “Stai zitta!”, come le altre donne della Famiglia.
La seconda frase:”Ogni figlio è diverso e i genitori hanno delle debolezze. L. mi legge nel pensiero o quasi”. L. è il suo secondogenito, il primo maschio.
La terza frase. La dottoressa D’Aniello ha brandito una lettera dell’imputato scritta dal carcere allo zio Giorgio dove gli raccomanda di seguire L. (il primo maschio) per continuare “l’impronta dei Cagnoni”.
Mi permetto un balzo sulla sedia.
L’impronta del Sangue, della Stirpe, quella da tramandare?
L’investitura dell’erede. Il primo maschio. Quello che porterà verso il futuro il cognome della Famiglia patriarcale. “Che emozione prova un uomo col primo figlio!”
La bambina invece, essendo femmina ha altri ruoli. L’imputato ha raccontato di una notte d’estate, di un bagno al mare, dell’entusiasmo dei bambini, del dispiacere che la mamma non fosse andata con loro. Perché? Chiede la femmina, e il padre: “Sai le donne ogni mese hanno le loro cose”.
Le loro cose? Ancora lì, siamo? Ciclo? Mensile? Si chiamano mestruazioni, da un pezzo. Eppure, quante volte ancora oggi ci vien detto, quando siamo diverse dal voluto: cos’hai, le tue cose? Mestruazione è ancora sinonimo di sgradevolezza; rimanda all’idea di un corpo femminile impuro, contaminato, da svalutare, da nascondere, da allontanare, da isolare. E’ ancora un tabù. Eppure è un sangue. Ma è un sangue innominabile, un sangue che puzza e non fa Stirpe. Ce lo dice anche la pubblicità: il sangue, da sempre rosso, sull’assorbente diventa blu, un colore più nobile, più decoroso.
Eppure le mestruazioni sono la risorsa in più che genera il corpo femminile. Da loro dipende la nascita di tutti gli esseri umani.
Invidia?

SPECIALE GIORNATA DELLA POESIA

In occasione della Giornata Internazionale della poesia, la Casa delle Donne ha pensato ad ANTONIA POZZI, poetessa tanto importante della nostra letteratura quanto dimenticata. Vogliamo continuare a parlare di lei anche dopo la Giornata Internazionale della poesia e così pubblichiamo “In riva alla vita…appunti su Antonia Pozzi” di Mirta Ghinassi.

Buone lettura e buone poesie.

 

 

IN RIVA ALLA VITA…APPUNTI SU ANTONIA POZZI

Di Mirta Ghinassi

Abbiamo scelto di dedicare questa giornata ad Antonia Pozzi perchè Antonia cercò nella sua vita, tra mille difficoltà e incomprensioni, una vera libertà per sé, a partire dal di dentro. Sogna e desidera che la sua vita sia tutta nutrita dal di dentro e senza schiavitù. “Vivo della poesia come le vene vivono del sangue” scrive, e ancora: “L’unica possibilità di vita consiste nel vincere il peso inerte delle parole inanimate rendendole vive” e memorabile il verso “Per troppa vita che ho nel sangue, tremo, nel vasto inverno”.

Aspirava ad andare oltre la semplice emancipazione che le venne concessa dal padre e dagli uomini che incontrò. Gli ostacoli di Antonia si nutrono dei valori di quel patriarcato che ancora oggi noi, qui, cerchiamo di mettere a nudo, di disvelare e di ostacolare. Il primo ostacolo che incontra è nella famiglia aristocratica: il padre è un avvocato, autoritario, consenziente al regime fascista, la madre, una nobile che vive gli ambienti mondani della Milano benestante. Entrambi hanno con la figlia un rapporto tenero e protettivo, il padre si mostra amoroso ma decisionista organizzandole tutto: gli sport, i viaggi, le letture, la musica. Grazie alla sua famiglia avrebbe potuto ottenere facili consensi, se lo avesse voluto, ma i privilegi sociali e il successo mondano le erano indifferenti. Preferiva le scalate in montagna o le biciclettate in pianura, preferiva il rapporto con le dure realtà contadine e operaie. Questo è il nutrimento della sua poesia e della sua attività di fotografa. Nel 1927 incontra Antonio Maria Cervi il suo professore di latino e greco e se ne innamora. Solo nel ‘31 Cervi fece il passo di presentarsi al padre per chiederla in sposa. Ma il rifiuto assoluto ed oltraggioso del padre relega questo amore nella stanza dei sogni. Cervi lascerà Milano e Antonia continuerà ad esternare la sua ribellione nella poesia.

Il secondo ostacolo è dato dal suo essere donna, dalla sua femminilità, dal suo disordine. La sua poesia indugia nelle pieghe dell’anima, essere spontanea provoca il rischio della poesia femminile, non riesce a condensare l’esigenza di narratività in una prosa svincolata dai dati immediatamente personali.

Il suo è un disordine lirico, indecentemente femminile e quando si trova a far parte di quei giovani e brillanti intellettuali che, all’interno della Statale di Milano, facevano riferimento al filosofo Antonio Banfi lei, seppur ammirata per la sua intelligenza e capacità critica, viene nettamente sottovalutata per la sua poesia. E’ un colpo al cuore.

Enzo Paci le dice “Scrivi il meno possibile”, Banfi, nel riconsegnarle le poesie “Signorina si calmi!“ e le suggerisce di passare al romanzo storico. Remo Cantoni infine sottolinea che è troppo disordinata.

Il mondo altamente razionalistico guardava con sospetto all’emozionalità femminile visto appunto come disordine ma la poetica di Antonia è relazionale, inquieta e corporea.

E in un mondo che correva verso la catastrofe dà vita ad una poesia dove non c’è divisione tra mente e corpo, ragione e sentimento, storia personale e grande storia.

I venti di guerra soffiano sull’Europa: la campagna coloniale in Etiopia, la guerra civile spagnola, il fascismo che celebra la sua alleanza col regime nazista. Nel 38 anche in Italia vengono promulgate le leggi razziali. Molti amici di Antonia sono ebrei: sono costretti all’esilio gli amati fratelli Treves, Remo Cantoni e Dino Formaggio sono in pericolo. E a Vittorio Sereni scrive “Forse l’età delle parole è finita per sempre”.

Questi sono gli ostacoli che probabilmente conducono Antonia nel prato di Chiaravalle il 2 dicembre del 1938.

E quando Antonia non c’è più, il padre, padrone e padre eterno interviene sul corpo poetico della figlia, tagliando, distruggendo modificando alterando. Là, in quelle poesie, dove il corpo diventa politico viene usato un bisturi feroce perché al mondo borghese e aristocratico della Milano deve rimanere imperitura l’idea di un Antonia conformista e adeguata alle regole patriarcali.

OMBRE DI UN PROCESSO/22

OMBRE DI UN PROCESSO/22

di Carla Baroncelli

23 marzo 2018 – DICIANNOVESIMA UDIENZA PROCESSO CONTRO MATTEO CAGNONI PER IL FEMMINICIDIO DI GIULIA BALLESTRI

Oggi parto da un’ipotetica rassegna cinematografica: UN FEMMINICIDO OGNI 60 ORE.
Il primo film, intitolato MI HAI DISONORATO per la regia di Corrado Schiaretti, Presidente della corte, e Cristina D’Aniello, la PM, è stato mostrato nelle precedenti diciotto udienze del processo.
In sintesi il film racconta di un marito che uccide la moglie. Un femminicidio. Lui, dermatologo, rampollo di una nota famiglia patriarcale massonica. Lei una donna in evoluzione alla ricerca di rispetto e amore. Sposati da dodici anni. Tre figli di undici anni, la femmina, nove e sei, i maschi. Da un anno e mezzo la crisi coniugale. Lui agisce oppressione, controlli, manipolazioni, costrizioni e divieti. Lei non ne può più, si vuole separare. Lui si spoglia di ogni bene in favore del fratello. Lei ha incontrato un altro uomo. Un nuovo amore che la ricarica. Lui si consola comprando sesso qua e là. Il pressing del marito si arma di investigatori e GPS. La prova del tradimento acuisce la crisi con minacce e ricatti alla moglie. “Mi hai disonorato. Ti distruggo”, le urla il marito. Lei si confida con parenti e amici. Ognuno, a loro modo, sminuisce il problema invitando alla pazienza. Il marito la costringe ad avere rapporti sessuali con lui, mentre lei fa finta di “essere morta”. Ubbidisce per paura che lui le porti via i figli. L’accordo di separazione si rivela una trappola. Come una trappola è accettare, tre giorni dopo, di accompagnare il marito nella Villa del Nonno per una questione di quadri. Qui, il 16 settembre del 2016, un venerdì mattina, lui la uccide come aveva premeditato, con una ferocia inaudita. Le sue armi sono un bastone e uno spigolo di muro. Poi se ne va e la lascia lì a morire. Va a Firenze dai suoi genitori con i figli. Il giorno dopo Giulia non si trova più. Due giorni dopo viene ritrovato il suo corpo. Le impronte di sangue del marito sono ovunque. Lui è arrestato e finisce in carcere. Una pila di prove scientifiche e testimoniali fa dire alla pubblica accusa che, se il processo si concludesse oggi, l’imputato sarebbe condannato col massimo della pena.
Fine.
La critica trova scontata la sceneggiatura. La sequenza crisi coniugale, separazione, femminicidio è un film già troppo visto. Il pubblico si infiamma di giustizialismo: buttiamo via la chiave, che soffra come ha fatto soffrire la moglie! Le donne in piazza urlano che i femminicidi discendono dalla cultura patriarcale e sono strutturali.

Il secondo film dell’ipotetica rassegna cinematografica FEMMINICIDIO OGNI SESSANTA ORE, l’abbiamo visto durante l’udienza di oggi.
Si intitola: NON MI DICHIARO RESPONSABILE. Soggetto, sceneggiatura, interpretazione e regia di Matteo Cagnoni. A scorrimento si ringrazia il coach, avvocato Trombini.
Scena prima.
Da dietro la gabbia di vetro Lui entra in aula. Cartelline e blocchi da scrittore in braccio. Seicento occhi sono fissi su di lui. L’occhio di bue lo illumina: “Mi par d’essere alla prima della Scala!”.
Siede. Comodo. Semi sdraiato sulla poltroncina dei testi, a gambe accavallate, in completo principe di Galles, cravatta a righe oblique. Microfono in mano come un cantante rock. Manca solo un drink e un po’ di sole.

Il Presidente della corte: “La informo che ha la facoltà di non rispondere”; l’imputato: “Voglio rispondere”.  Il soggetto è lo stesso di Mi HAI DISONORATO, il primo film.
Anche questa è la storia di un libero professionista, sposato con una ragazza più giovane di lui, dalla quale ha tre figli. Ma è tutto un altro film.
Ai perché, nelle domande del Presidente, della pm e dell’avvocato della famiglia di Giulia, le risposte dell’imputato allestiscono tutto un altro scenario.
Nel momento di massima esposizione mediatica del processo l’imputato si fa vittima e pecorella. Mette le mani avanti. Da trent’anni soffre di panico e depersonalizzazione momentanea. Perché? Un’eredità di famiglia.
Lui è un marito ancora innamorato della moglie che si vuol separare, perché ha un amante. Poi la moglie viene trovata morta in uno scantinato in una villa della famiglia. Lui è arrestato dopo tre giorni.  Oggi ribadisce di non essere responsabile dell’omicidio. Distribuisce invece colpe e responsabilità ad altri. Le impronte delle sue mani sul sangue accanto al corpo di Giulia? “Non sono le mie, a volte gli apparecchi elettronici sbacchettano”.
Fra un buco di memoria e un momento di sospensione; fra la richiesta di una bottiglia d’acqua, le lunghe sorsate per inumidire la bocca secca e una pausa per necessità fisiologiche, l’imputato rivolta come frittate le accuse contro di lui e le butta su Giulia.
In sette ore di interrogatorio l’imputato abilmente trasforma il processo a suo carico in un processo contro la moglie. Coerente col suo pensiero di fondo: “L’uomo media, la donna ti manda dalle stelle alle stalle in cinque minuti”.
Dopo aver incaricato un investigatore di spiare la moglie, ammette “non credevo mai al mondo di essere caduto così in basso”. Comunque non è colpa sua, ma di “Giulia diceva un sacco di bugie”.  Anche la colpa della crisi è di Giulia che era cambiata e che non voleva più far sesso con lui. E giù una accusa di anaffettività: “E’ stregna nel manifestare i suoi sentimenti”, mentre lui rispetta l’astinenza.
Ha le prove che la moglie ha un’amante. Per sputtanarla per bene, organizza un ascolto collettivo fra amici, delle conversazioni, dove lei racconta all’amante di non sopportare neppure l’odore del marito.
Giulia ha osato mettere in dubbio la sua virilità? Vendetta, tremenda vendetta!
Non gli resta che rincarare la dose.
I cuscini insanguinati? Giulia potrebbe averli usati come materassi per far l’amore con qualcuno. Giulia tradisce l’amante ufficiale con un altro amante. Un altro? In sintesi: sua moglie era una svergognata! (E un pensiero ai bambini, no?).
“Giulia ha mancato di rispettare i nostri accordi di separazione!”. E’ tutta colpa sua!
Quanta rabbia e risentimento. Quanta sete di vendetta!  Ancora oggi, anche qui, oggi.
Non basta che Giulia sia stata uccisa, uccisa poi in quel modo, distrutta, cancellata. E’ ancora lei l’unica responsabile di ogni sfacelo.  Anche di aver schizzato sangue in ogni dove. Sono sui jeans del marito, perché in luglio Giulia si è ferita profondamente con un triangolo di vetro e lui, mentre il sangue zampillava, le ha fatto “la sutura più bella che mi sia mai capitato di fare”. E’ colpa della filippina non ha lavato quei jeans.
L’arma, il bastone può averlo portato solo Giulia nella villa del delitto, per difendersi dai ladri acrobati. E’ colpa sua, perchè non aveva paura di andarci.
Non mi sono preoccupato quando è scomparsa, perché lei era certamente con “l’amante ufficiale”.
Le parole si caricano di livore, man mano, l’obiettivo è denigrare e sminuire chi l’ha disonorato.
Il climax raggiunge l’apice. La scena inquadra, nello specchietto retrovisore dell’auto, Giulia allontanarsi di spalle verso i giardini pubblici. Lui ferma l’auto. Un momento si sospensione. “E’ finito il mio matrimonio!”. Giulia è un puntino lontano. “Sono gli ultimi istanti in cui ho visto mia moglie”.
Ma è lei che se ne è andata.
L’udienza è aggiornata.
Lui ringrazia il suo pubblico. Pro o contro che sia, sicuramente è venuto per lui. Ora che si è liberato di tanta della sua rabbia, sa che, per un po’ si sentirà meglio. E’ certo della credibilità della sua narrazione, certo di aver recitato la propria parte alla perfezione.
Sorride come se sentisse il fragore di applausi immaginari. Il suo avvocato-coach tira un sospiro di sollievo.
Il Narciso viene riportato in cella, pare si ripeta una delle sue migliori battute: “Quello che dice un vice questore, vale come quello che dico io”.
Si spengono le luci: INTERVALLO.
La seconda parte del film NON MI DICHIARO RESPONSABILE sarà in aula lunedì pomeriggio.
Per ora mi appunto due frasi: non ne sono responsabile, la colpa non è mia.
Perché? Il bisogno dell’imputato di continuare a denigrare, sminuire e infangare Giulia non è già di per sè una prova della sua colpevolezza? Forse la prova regina, dna a parte, sta proprio nell’aver usato il suo interrogatorio per vomitare un odio mai sopito, nonostante la morte. Uccidere non basta per pacificarsi? Se un uomo non ha ucciso la moglie, perché continua a sputarle addosso? Avrebbe voluto ucciderla lui? Un’amica arguta aggiunge: “Perché, nonostante Giulia non ci sia più, lui continua ad aggredirla? La teme ancora?”
Il Cagnoni Pensiero risponderebbe: è colpa di Giulia.
Tanto, ormai non può più dire di NO.

OMBRE DI UN PROCESSO/21

OMBRE DI UN PROCESSO/21

di Carla Baroncelli

16 marzo 2018 – DICIOTTESIMA UDIENZA PROCESSO CONTRO MATTEO CAGNONI PER IL FEMMINICIDIO DI GIULIA BALLESTRI

“Si vedeva che aveva pene d’amore”. Così sembrava l’imputato sabato 17 settembre 2016, la sera successiva a quella del femminicidio di Giulia. Lo dice un suo amico di Firenze, sentito oggi dalla corte. Racconta di una pizzata improvvisata a casa sua, quel sabato sera. “Sapevo della separazione, era giù, affranto, ma non ho notato un atteggiamento particolarmente nervoso, forse amareggiato, si vedeva che aveva pene d’amore” (Sigh). Poi il teste ricorda una cena dove c’era anche Giulia, in novembre del 2015: “Fu una serata molto bella, vedevo l’amore fra loro, non notai nessun problema, erano una bella famiglia”. Clic.

La fotografia da mettere nell’album. In quel momento la coppia era già in crisi da mesi, ma i pensieri non rimangono impressi né sulle pellicole, né fra i pixel. Oggi, per la diciottesima udienza, è di scena il Come. Come è stata uccisa Giulia Ballestri? Affrontare il Come è così pesante che il raccapriccio azzera il fiato. L’imputato invece dondola le gambe, come quel venerdì mattina in pasticceria con Giulia, qualche ora prima che fosse uccisa. Sento il fastidioso stridio delle suole delle sue scarpe. Il consulente delle impronte, Musio, per la famiglia Ballestri, dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, che le impronte di sangue sul muro e sul frigo sono soltanto dell’imputato. Un palmo destro, uno sinistro e un pollice. Compatibili con un mancino, com’è l’imputato. Il consulente, l’anatomopatologo Nannini, ha portato l’inoppugnabile verità scientifica. Ha dimostrato il Come. Copro i dettagli. Non posso e non voglio scriverli.
Il colpo col bastone, sul ballatoio, stordisce Giulia. A tratti è priva di coscienza, a tratti tenta di fuggire. Il femminicida potrebbe fermarsi lì. I colpi non sono mortali. Invece no. Non finisce lì. Nei successivi trenta, quaranta minuti c’è un vuoto scientifico sul come si siano succedute di preciso le azioni. Bastano le striature, gli schizzi, le impronte per supporre ciò che è accaduto. Il risultato non cambia. Gli ultimi quindici minuti della tortura di Giulia, sono il finale peggiore. Un finale stampato su un’altra fotografia. E’ il viso di Giulia, così come è stato trovato sessanta, settanta ore dopo dagli inquirenti. Vorrei ringraziare personalmente il Presidente Schiaretti per non averla fatta vedere in aula. L’abbiamo già vista una decina di udienze fa e l’abbiamo tutti ancora dentro. Su questa fotografia si chiude il sipario. Crudeltà? Efferatezza? Le aggravanti sono ampiamente dimostrate, come voleva l’avvocato Scudellari. E il Perché? Il perché sta in quell’ora. Dall’aggressione alla morte. Il Perché sta nell’audio di quell’ora. Nell’audio che manca nelle fotografie e nelle ricostruzioni scientifiche. Il Perché sta nelle parole e nei pensieri che il marito urla alla moglie per quasi un’ora. Molte le sappiamo già: mi hai disonorato, ti porto via i figli, l’amante, l’onore, il tradimento. Le altre parole le possiamo immaginare. Sono quelle che molti uomini urlano alle loro mogli o compagne che li vogliono lasciare, perché cercano un’altra opportunità di vita. Indipendentemente che ci sia un’altra relazione di mezzo. Le aggressioni verbali maschili sulle donne a base di sessismo sboccato, lo sappiamo bene, intimoriscono, offendono e mettono la donna in stato di subalternità, di inferiorità. Anche passività, come nel caso di Giulia, così dice il consulente. Non si è difesa. Ha cercato disperatamente di fuggire. Sento risuonare il suo No. No. Un No incredulo: eppure lui aveva giurato sulla testa dei suoi figli che non le avrebbe fatto del male. Il No è sempre più roco. Fino al silenzio totale. Chi l’ha uccisa voleva che soffrisse il più lentamente possibile. Crudeltà e vendetta. Più di un teste, amici e non, in questo processo, hanno ricordato la vendicatività dell’imputato di fronte ai torti subiti, “da doverne star attenti”. La vendetta è una manifestazione di fragilità. Soprattutto maschile. Di chi non vuole perdere, di chi pretende di aver ragione. Sempre. Vendetta. Penso all’ultima fotografia di Giulia. La nudità del corpo. Perché, a quanto pare, è anche stata costretta a spogliarsi completamente. Quella nudità mi pare l’ultimo sfregio, l’oltraggio più perfido. Perseguitata e beffata. Esposta al pubblico ludibrio. Spoglia. Disarmata. Vinta. Posseduta fino alla morte.

Nei moventi che stanno dietro agli omicidi sono quattro le componenti psicologiche: il piacere, l’odio, il vantaggio personale, la vendetta, appunto. Ma mentre i primi tre si possono tenere sotto controllo con l’etica e l’educazione, “il desiderio di vendetta sfugge ad ogni contenimento perché il soggetto lo ritiene soprattutto giusto e doveroso’” (tratto da una intervista pubblicata sulla rivista Polizia e Democrazia). Ricordo che l’imputato poco dopo la carcerazione disse al padre: “E’ come se giustizia sia fatta!”. Nessuno di questi moventi è di per sé un reato da codice penale.
Non so per quale associazione mi è venuto in mente che il Professor Padre e altri membri della stessa famiglia Cagnoni, tranne l’imputato, sono Fratelli tutt’ora affiliati alla massoneria. Mi è capitato di leggere qualche tempo fa una intervista al Gran Maestro, Stefano Bisi, del Grande Oriente d’Italia. Alla domanda sul perché la massoneria discrimini le donne e perché sia a loro vietata l’iniziazione, così ha risposto: “Noi veniamo dalla tradizione dei costruttori di cattedrali medievali, tra cui non c’erano donne. Inoltre, il Grande Oriente d’Italia ha il riconoscimento, reciproco, di circa 200 comunioni massoniche straniere, senza donne. Comunque, la possibilità di far entrare donne non è in cantiere”. Sveglia! Dall’uscita dal medioevo ad oggi, Esimi Professori, sono passati settecento anni! Invano? Per chi si è perso l’Era moderna, il Rinascimento, l’Illuminismo, la Rivoluzione Francese (e di conseguenza l’avvio della grande stagione delle lotte per il diritto di voto alle donne): in ogni edicola vendono fascicoli settimanali a poco prezzo. Nella prossima udienza incomincerà a srotolarsi in aula ‘La Verità secondo Matteo’. L’esame in aula. Chi spera che prima o poi il povero (lui sì, ‘povero’, non Giulia) Cagnoni confessi, è meglio che non si faccia illusioni. La famiglia patriarcale inghiotte tutto e tutto digerisce. Omicidi, amanti, tresche, suicidi, tranne il disonore. La regola è che nulla deve trapelare all’esterno. L’onore non si deve toccare. Costi quel che costi. L’Onore si difende fino alla morte. Altrui.

OMBRE DI UN PROCESSO/20

OMBRE DI UN PROCESSO/20 
di Carla Baroncelli

9 marzo 2018 – DICIASSETTESIMA UDIENZA PROCESSO CONTRO MATTEO CAGNONI PER IL FEMMINICIDIO DI GIULIA BALLESTRI

Verità. E’ la parola odierna.  Vien detta in ogni udienza, è vero, ma oggi è un’ombra. Non tutti ascoltano bene le avvertenze che il Presidente legge ad ogni testimone prima dell’esame.
Chi non dice la verità, chi rende falsa testimonianza rischia da due a sei anni di carcere. Siamo in un processo penale. In una corte d’assise. La verità è d’obbligo. La scappatoia dei “non ricordo” non sempre funziona e si rischia di essere accusati di reticenza.
Quale verità? Di verità ce n’è una sola? Dipende.
La figura del reticente pentito ci mancava. Ovviamente è una donna. La reticenza maschile, affiorata qua e là durante il processo, appare invece più tollerata, talvolta ridicolizzata, ma niente più, anche perché, ciò che gli amici dell’imputato avrebbero potuto rispondere oltre a “non so” e “non ricordo”, non era poi così probante.
La reticente pentita, uscita dall’ombra di oggi, invece ha delle cose probanti da dire. E’ pentita di aver detto poche verità e qualche bugia. Il 16 marzo tornerà sul banco dei testimoni, Adriana Ricci, custode della Villa di Via Genocchi e amica di Vanna Costa, madre dell’imputato.
In aula, un mese e mezzo fa, il 2 febbraio, alla Ricci venne fatta ascoltare l’intercettazione di una telefonata fra lei e Vanna Costa. Il colloquio verteva sullo sfogo di Vanna: “Matteo l’ha fatta grossa, ma ha vissuto un trauma così grosso per la distruzione della sua famiglia che non ci ha visto più”. La Ricci dice al Presidente della Corte che la voce non è la sua. Così non va. La procura apre un fascicolo contro la Ricci per reticenza e falsa testimonianza. La donna si rivolge ad un avvocato. La signora Vanna, saputo dell’incriminazione dell’amica, il 16 febbraio, le telefona per rassicurarla: per difendersi le mette a disposizione un avvocato di famiglia. Complimenti alla signora Vanna! Una donna molto lucida e pronta, nonostante da un anno e mezzo sia affetta da deficit cognitivi, Alzheimer. Deve essere sfuggita ai controlli maritali che la obbligano, come si sa, all’imperativo: “Stai zitta”. Dopo la telefonata, Adriana avverte il proprio avvocato, che passa la segnalazione alla polizia e alla procura. Adriana Ricci è stata richiamata in aula per dire la sua nuova verità. Quella vera? Riconoscerà la propria voce? Di cosa si è pentita? Vedremo.
La verità scientifica invece è una verità vera. In questo caso, inoppugnabile. Grazie alle nuovissime tecnologie a disposizione.
Oggi è il giorno della formula di compatibilità: LR 3,37 per dieci alla ventiduesima. E’ un parametro che stabilisce quante possibilità ha una traccia di sangue di appartenere ad una data persona. Dieci alla ventiduesima è più che probabile, è una certezza, da notare che basterebbe un dieci alla sesta per la compatibilità.
Non me ne vogliate per questa divagazione forse troppo tecnica, ma a volte ci vuol pazienza per arrivare alla verità vera.
LR 3,37 per dieci alla ventiduesima sono i risultati di compatibilità col sangue di Giulia sull’impronta del palmo dell’imputato sul muro e sul frigorifero, sulle poltroncine verdi, sul cuscino verde, sulla torcia trovata nella sua auto, sulla maniglia del portabagagli, sulla scarpa Timberland. Ho lasciato per ultimo il bastone perché oltre alla formula di cui sopra è stato trovato il cromosoma Y (maschile) compatibile con la linea paterna della famiglia Cagnoni. Per ultimissimo ho lasciato un paio di jeans. Sono dell’imputato. Sono stati sequestrati nella villa di Firenze. Tracce del sangue di Giulia. Schizzi. In tasca ci sono delle monetine e un frammento. Frammento di cosa? E’ molto scuro. Una scheggia di legno. Proviene dal bastone E’ una scheggia colorata di sangue seccato. Di chi? Compatibilità LR 3,37 per dieci alla ventiduesima. E’ di Giulia.
Com’è finito nella tasca dei jeans dell’imputato un frammento del bastone usato per tramortire Giulia?
Un caso? Un ricordo? Un souvenir? Ce lo dirà l’imputato?
E cosa ci facevano quei jeans insanguinati a Firenze visto che non sono gli stessi pantaloni che aveva quella mattina a colazione? Ma quante volte si è cambiato nel giro di qualche ora? Perché non ha buttato via anche quei jeans? Si dice che l’assassino torni sempre due volte sul luogo del delitto, che sia successo così, ammesso che l’imputato sia colpevole?
Quale verità dirà alla PM Cristina D’Aniello e al Presidente Corrado Schiaretti, il prossimo 23 marzo, data in cui è previsto l’esame dell’imputato? In effetti, la PM aveva chiesto di iniziare l’esame il prossimo venerdì, il 16 marzo, ma l’avvocato difensore Trombini ha ottenuto di posticiparlo di una settimana, perché “ci sono tante cose da preparare”.
La parola “preparare”, mi punge vaghezza. Ricordo che l’imputato si è sempre dichiarato innocente. Quindi, che bisogno ha di prepararsi? La verità non si prepara, la verità si dice. Può essere accusato di reticenza o falsa testimonianza? Non so.
Chiedo ad una amica avvocata.
L’esame di un imputato durante tutto il processo fa parte del diritto costituzione di difesa. L’imputato si presume innocente fino all’ultimo grado di giudizio. La pubblica accusa deve dimostrare tutti gli elementi che lo incriminano al di là di ogni ragionevole dubbio. L’imputato ha diritto di discolparsi, senza obbligo di verità.
“Nemo tenetur se detegere”, nessuno può essere obbligato a dichiarare la propria responsabilità penale. “L’imputato non solo gode della facoltà di non rispondere ma non ha nemmeno l’obbligo di dire la verità”.
Rifletto sulle garanzie per il diritto costituzionale alla difesa di tutti i cittadini e m’inchino contenta che ci sia il diritto alla difesa. Però la parola “preparare” non mi va giù. Forse si può preparare la veridicità di una verità non vera. Si prepari comunque esaminando Cagnoni. I suoi coaches il Professore Padre e l’avvocato, Giovanni Trombini, sono in gamba, ma lei deve studiare. Chissà cosa studia, su quali testi, su quali parole insisterà? E’ un esame vero quello che lo aspetta. Da quando lo si vede in aula, da ottobre, l’imputato scrive. Scrive, non pare prenda appunti. Si dice che ambisca a diventare scrittore. Certo il suo nome sarebbe in copertina. Titolo? “Il Vangelo secondo Matteo”.

PS. Prima di finire il mio articolo ho passato in rassegna la stampa, con l’occhio attento a termini sessisti.
Eccolo là. Un titolo niente male! Sento puzza di moralismo.
E’ in un quotidiano locale on line del 10 marzo: “Sangue di Giulia sui jeans di Matteo, dna di un altro uomo sotto le unghie di lei”. In questo modo si insinua il sospetto che Giulia avesse un altro amante, perché sotto le sue unghie non sono state trovate tracce né del DNA di Cagnoni, né del nuovo compagno di Giulia.
Si vuol sottintendere che Giulia avesse due amanti, e, perché no, tre? Ergo fosse colpevole di alto tradimento? Un’attenuante per chi l’ha uccisa per lavare il disonore? Ho pensato fosse colpa del titolista. Spesso accade che il contenuto del titolo non rispecchi quello dell’articolo, il titolo è un modo per attirare l’attenzione del lettore. In questo caso no, il testo è conforme. Per di più è stata omessa un’importante precisazione. Sotto alcune unghie delle mani di Giulia è presente un DNA appartenente a un maschio. Di che età non è possibile saperlo. Ricostruendo le azioni di quel venerdì mattina, è probabile che Giulia abbia fatto una doccia e aiutato i figli ad alzarsi, vestirsi, far colazione. Sappiamo che assieme al marito li ha accompagnati a scuola. Certamente Giulia li avrà baciati, accarezzati. “Dopo una carezza, un grattino …, potrebbe essere rimasto del materiale sotto le unghie?”, chiede la PM alla dirigente dell’Ufficio di genetica della polizia scientifica di Roma, Alessandra La Rosa, che così risponde: “Sì, è una possibilità”.
Certo un bambino è un maschio, ma non è ‘un altro uomo ‘, che suona come un amante.
Invito il collega, maschio, a scrivere i suoi articoli con un linguaggio privo di stereotipi sessisti. Chi se ne importa chi amasse Giulia quando è stata uccisa. La sola verità che conta è che Giulia non voleva più sottostare ad un uomo in particolare: suo marito e perciò ha pagato con la sua stessa vita.

 

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