OMBRE DI UN PROCESSO

OMBRE DI UN PROCESSO

di Carla Baroncelli

Ravenna. Corte d’Assise. Processo Ballestri (conosciuto come processo Cagnoni). La vittima è Giulia Ballestri e non Matteo Cagnoni, che è accusato di aver ucciso, il 16 settembre 2016, la moglie, Giulia Ballestri, appunto, con crudeltà, occultamento e premeditazione. Sono stata giornalista alla cronaca del tg2 per ventitre anni, di cui cinque passati a seguire il processo Marta Russo, la studentessa uccisa nel 1997 in un vialetto dell’Università la Sapienza di Roma. Sono stati anni all’inseguimento del come venne uccisa, particelle di polvere da sparo, calibri, false testimonianze, tattiche. Anni pieni di parole grondanti di sensazionalismi, soprattutto nei titoli, perché così si deve fare per catturare l’audience. Ora che sono in pensione, posso saltarle quelle parole, che comunque si trovano in qualsiasi giornale e tv.  Voglio dedicarmi, invece e finalmente, alla ricerca del perché le cose accadono, cercando di restituire un senso alle parole e chiamare le cose col proprio nome. La colpevolezza dell’imputato, le modalità del fatto e la pena non li ritengo compito mio. Vorrei, invece, mettere in luce quegli aspetti culturali che sono l’origine del femminicidio. Colgo questo processo come una occasione per ragionare di violenza di genere, di educazione di genere nella speranza che ci possano essere un giorno relazioni pacifiche e paritarie fra i sessi. Un obiettivo pretenzioso? Forse, ma perché non insistere? Credo che le azioni siano quasi sempre reazioni ai mutamenti nelle relazioni e dai quali spesso la violenza trae nuova forza. Così eccomi qui a leggere le OMBRE DI UN PROCESSO.

10 OTTOBRE 2017 – PRIMA UDIENZA

Come si sa, in ogni processo ognuno gioca la propria parte.

La difesa di Cagnoni la tira per le lunghe chiedendo l’esclusione dal processo di tutte le parti civili, tranne ovviamente i famigliari. Secondo la tesi dell’avvocato Giovanni Trombini, Comune, Linea Rosa, Udi e Associazione dalla parte dei minori, non hanno subito alcun danno diretto, né di immagine, per  l’omicidio di Giulia Ballestri.  Ma qui non si tratta di un omicidio qualunque, si tratta di un femminicidio, anche se questa parola non è ancora di uso comune.  Femminicidio non indica il sesso della persona uccisa, ma il motivo per cui è stata uccisa. Una donna uccisa in quanto donna. Giulia è una delle donne di un triste e lungo elenco di mogli, compagne e fidanzate che vengono uccise dall’uomo che non amano più e che vogliono lasciare. Una ogni tre giorni, cento ogni anno.  Donne che non accettano più di vivere in un costante clima di violenza domestica e che hanno deciso cosa fare delle proprie vite. Donne che hanno trasgredito al ruolo loro assegnato, sottomesse per tradizione o opportunità sociale. Donne coraggiose che per questo sono state punite con la morte. Giulia era una di noi.

La richiesta è stata respinta dalla Corte: per statuto, Comune, Udi e Linea Rosa, hanno come scopo preciso la tutela delle donne e la ragion d’essere dell’Associazione dalla parte dei minori è la tutela dei diritti di bambini e bambine. E qui di bambini ce ne sono ben tre. “L’eventuale risarcimento economico a favore delle parti civili, priverebbe del giusto ristorno le reali persone offese”, ha sottolineato ancora la difesa di Cagnoni. Considerato che, qualsiasi risarcimento economico per la perdita della propria mamma sarebbe comunque insufficiente, l’eventuale risarcimento economico, dice l’Udi, “sarà devoluto ad un progetto di educazione culturale ‘differente’ nelle scuole, per contribuire a scardinare quella cultura della disuguaglianza tra i sessi, da sempre terreno fertile per la violenza contro le donne”.

OMBRE DI UN PROCESSO/2  12 ottobre 2017 DOPO LA PRIMA UDIENZA

Dalla prima udienza del processo Ballestri, ci sono delle parole che continuano a pungere i miei pensieri. La difesa dell’imputato, durante la sua requisitoria sull’inammissibilità di alcune prove, a proposito delle intercettazioni telefoniche eseguite dalla Procura, elenca le persone intercettate subito dopo la scomparsa di Giulia Ballestri, quando ancora non era stato trovato il suo corpo e si sospettava un sequestro di persona: il dottor Cagnoni, suo padre e… (dopo una pausa allusiva di sopraffina arte forense) l’amante della povera Giulia.

Dottor. Amante.

Dottor: l’imputato è un dermatologo, un medico, quindi ci sta. Come si dice anche a chi laureato non è, magari per piaggeria. Far precedere dottor ad un nome, è già un un’attribuzione di valore positivo, socialmente di riguardo. Più corretto sarebbe chiamare dottor tutti i laureati, e premettere al cognome la professione per tutti e tutte.

L’ Amante invece non ha titoli, e neppure un nome e cognome, è solo un amante.

Ma la parola Amante? Che parola è? Non è una parola neutra. Possiamo dire amante della natura, della carne ai ferri,della birra, nel senso che amo natura, carne ai ferri, birra. Essere amante di una cosa reale, amante dei gatti, o immateriale, amante della solitudine, dà l’idea di una relazione positiva. Sottende affetto, cura, interesse, passione. E’ un indice di vitalità. Positività. L’amante di una persona, è una persona che ne ama un’altra. Ma la parola detta in aula è risuonata negativa, dispregiativa. Sottende tradimento, tresca, vergogna. Giudizio. Come se l’amante fosse un ladro che ha rubato qualcosa. Una cosa che possediamo. Una proprietà privata. L’ Amante ha rubato la povera Giulia al Dottor Cagnoni. Si possono rubare le persone come fossero cose proprie, un possesso? Si può togliere loro il diritto di scegliere la propria vita? Il diritto di non amare più. Il diritto di scegliere chi amare di nuovo. Il legame fra la povera Giulia e l’Amante era dichiarato, voluto. Forse era un grande amore, ma importa? C’era una richiesta di separazione in corso.

Ma per la difesa del Dottor, la povera Giulia, aveva un Amante. Quindi anche lei era un’amante.

Sarebbe opportuno usare i meno ridondanti il nuovo compagno, il fidanzato. E perché no, ci si potrebbe limitare ad un uguale Dottor, se non addirittura ad un democratico nome e cognome.

In merito, poi, all’uso dell’aggettivo povera, come ci si riferisce a una persona defunta, lo trovo solo triste. Pietistico. Un po’ banale. Il nome di Giulia non riesco ad affiancarlo a povera, anche se è stata crudelmente uccisa. Lei è di più. Ciò che sconvolge e fa infuriare è pensare che un’altra donna sia stata uccisa e che ci siano altri tre bambini vittime di femminicidio. Così, se penso a Giulia, sento la forza di una donna che ha avuto il coraggio di dire ‘non ti voglio più’, anche se questa frase potrebbe essere la causa della sua morte.

Per me, per il suo coraggio, la povera Giulia, era e resta Dottoressa Giulia Ballestri.

OMBRE DI UN PROCESSO/3  17 ottobre 2017 DOPO LA PRIMA UDIENZA 

Oggi gioco con i condizionali.

Se una vostra conoscente, una signora istruita, lettrice, attenta alle donne, vi dicesse: Non posso credere che suo marito abbia fatto una cosa così crudele … forse era molto arrabbiato e non ci ha visto più … gli uomini quando perdono la testa, non ci vedono più … poi si pentono. Magari a questo gli è venuto un raptus di follia, un colpo di testa … un momento di debolezza.

Se una donna, che si sta separando dal marito, scrivesse, come ha realmente fatto, dei messaggi al nuovo compagno, di questo tipo: ti vorrei chiamare, ma lui è una iena … domattina devo andare via con lui per vedere dei quadri, ma non mi fido … ha giurato sui miei figli che non mi farà del male … mi auguro che disastro non avvenga … oggi ho ribadito che non lo amo … mi dice che l’ho disonorato e che sono guai miei … può fare quello che vuole, ma non mi uccide. E’ debole e a volte mi fa tenerezza …

Se poi questa donna venisse trovata uccisa crudelmente … mi viene da chiedere: ma perché le donne scusano gli uomini, li perdonano sempre, e, nonostante tutto, continuano a provare tenerezza?

Eccola là, la trappola, in cui cadiamo noi donne. Non ci arrendiamo mai. E’ difficile credere che il proprio marito possa essere una iena fino in fondo. E’ uno stimato professionista dal perenne sorriso pubblico. E io l’ho disonorato. Non lo amo, ho detto che sono sfinita … ma aspetto … per i figli, per la famiglia e la gente … ha giurato sui miei figli che non mi farà del male. Non mi fido … però poi mi fido, è un debole, a volte mi fa tenerezza, e vado con lui in una casa abbandonata. Ed è lì che mi aspettano i guai miei.

Se la vostra conoscente vi mostrasse le foto sui giornali di lei e il marito in abiti da sera che sorridono, teneramente allacciati, e dicesse: qui sembrano la rèclame di vissero felici e contenti.

A questo punto, se io fossi quella donna uccisa, pretenderei almeno dai giornali il rispetto della mia privacy. Le fotografie sui due sposi, per favore no. NO: non eravamo una coppia perfetta, come dicono le fotografie. Non più. Come succede, come capita.

Una foto è il fermo di un attimo: forse di un lontano passato, forse di una soirée da papillon. E vi pare che in una foto in posa si possano mostrare i dissapori, le rabbie, i disagi? Cheese… click. Potrebbero essere due attori che recitano una parte sulla scena. Foto che, però, potrebbero infondere il sospetto che lei, la donna uccisa, qualche colpa l’avesse per indurlo ad ucciderla. Mentre lei forse avrebbe voluto soltanto calare il sipario su una recita che non ce la faceva a continuare. Ho detto che sono sfinita.

PS. E il diritto di cronaca? Una fotografia di quel tipo aggiunge qualcosa alla comprensione dei fatti? Quale interesse pubblico tutela? E’ essenziale alla notizia? Se rispondessimo di no, sarebbe meglio far riposare quelle fotografie in un album privato. In ogni caso, quelle fotografie mi stringono il cuore ogni volta che le vedo.

OMBRE DI UN PROCESSO/4  26 ottobre 2017 – SECONDA UDIENZA

Nella seconda udienza è risuonata la parola: personalità. A pronunciarla è stato l’avvocato Trombini, difensore, che pertanto chiamerà a testimoniare amici comuni della vittima e dell’imputato, perché “Solo così’ si potrà avere chiaro il rapporto di coppia tra Matteo e Giulia e come lui si relazionava nei confronti della moglie”. (Più nell’ombra veleggia anche la parola ambigua: moralità). E se saltasse fuori che l’imputato era un marito buono, bravo e bello, un professionista stimato, un padre eccellente e che alle elementari era un bambino generoso e mite? Potrebbe essere. Ma quando era tutto questo ben di dio? Quando? Sette donne su dieci vittime di femminicidio hanno subito maltrattamenti o stalking, prima di essere uccise. Tre su dieci, però, prima di essere uccise non avevano subito violenza fisica, ma una violenza psicologia, economica, fatta di denigrazione ed umiliazione quotidiana. In questi casi accade che per la donna vittima sia la prima volta che subisce una violenza fisica da parte della persona che l’ha uccisa. Ma non si tratta di raptus o di delitto passionale, come erroneamente titolano i media. I dati dimostrano che sono meno del 10 per cento i casi in cui il femminicida aveva un disturbo depressivo o una malattia psicologica o psichiatrica, L’imputato aveva accettato la separazione, si opponeva soltanto alla frequentazione dei figli con l’amante della moglie, dice l’avvocato Trombini, poi aggiunge: il femminicidio non è un concetto giuridico, ma sociologico. Ha ragione avvocato, non ancora. Prima o poi questa parola diventerà un concetto legale, com’è successo con la parola stalking. Già la legge ha recepito la differenza di genere. Genere, parola finora aborrita. Nella convenzione di Istanbul (art 3), infatti, è specificato che “l’espressione ‘violenza contro le donne basata sul genere’ designa qualsiasi violenza diretta contro una donna in quanto tale. Qualsiasi violenza diretta contro una donna in quanto donna. Per la prossima udienza, il 3 novembre, l’accusa ha chiamato a testimoniare il fratello di Giulia, la sua amica del cuore, il suo nuovo compagno e un agente di polizia. Ma un’immagine continua a balzarmi davanti. Il Presidente della Corte in apertura d’udienza ha letto i capi d’imputazione a carico di Cagnoni e ricostruito i momenti precedenti l’uccisione di Giulia, il 16 settembre dell’anno scorso. Dettagli crudi, feroci. Furia. Odio. Accanimento da parte dell’imputato. Nonostante fossero già stati resi noti nella conferenza stampa dopo l’arresto, quei dettagli colpiscono ancora dritti allo stomaco. Guardo le persone che mi stanno vicine: occhi sbarrati, strizzati, sguardi bassi, fiati sospesi. Espressioni di raccapriccio. Comunque siamo tutti immobili e annichiliti. E l’imputato? Scrive. La sua mano non trema, la mascella non si contrae. La penna non inciampa mai. Lo sguardo fisso sul foglio segue la scrittura. Impassibile. Meccanico. Una freddezza che non ci sta con le parole del Giudice: colpita ripetutamente, schizzi, denti, scalini e spigoli di un muro. Lui scrive. Appunti, memorie? Lui continua a scrivere. Come se il fatto non lo riguardasse. Come se Giulia fosse stata un’estranea. Come se non fossero stati sposati 12 anni. Come se non fosse la madre dei loro tre figli.

OMBRE DI UN PROCESSO/5  3 novembre 2017 – TERZA UDIENZA 

L’imputato oggi, giorno delle testimonianze del fratello e della migliore amica di Giulia, non scrive neppure una riga. Si agita sulla sedia. Si gira e rigira. Mette e toglie gli occhiali. Intreccia e scioglie le mani. Due volte afferra il microfono del suo difensore per interrompere: Non è vero. Il presidente della corte lo redarguisce. Lui tace, la sua mascella mastica i denti. Sembra non essere lo stesso uomo delle scorse udienze. E forse, ascoltando bene le parole dei testi, se ne intuisce il perché. SEMBRAVANO UNA FAMIGLIA NORMALE, ha detto il fratello di Giulia. NORMALE. E’ la faccia mostrata fuori di casa: moglie, marito e tre figli; tutti belli, benestanti, colti, giovani; socialmente ben inseriti; sostenitori di un’Associazione contro la violenza sulle donne, come Linea Rosa. SEMBRAVANO. E’ la faccia dentro casa, fra le pareti domestiche: il marito, mosso dalla morale, maltratta la moglie, che difende il suo essere persona. E mentre la ragnatela brilla al sole, il ragno è in agguato dietro una foglia. Su ogni filo, s’annida un tipo di violenza: psicologica, economica, con ricatti affettivi, l’umiliazione economica, il sesso forzato. L’obbligo morale del silenzio. Così, di fronte alla richiesta di divorzio da parte di Giulia, il marito risponde: non siamo in crisi, noi andiamo benissimo, siamo belli e stimati, sei solo depressa, verso i 40 anni è facile che le donne si deprimano. Prendi queste medicine… Giulia si ribella: Lui si siede di fronte a me con la pillola in mano, finché non la prendi, non ti alzi di qui. Me la mette in bocca e mi costringe a mandarla giù. Così la prendo e basta. I ricatti affettivi sono la mossa più vigliacca. Ho le prove che hai un amante, le dice il marito, ti ho fatto pedinare e ti ho clonato il telefono. Io ti porto via i bambini, Ti distruggerò. Già i figli. Giulia si tormenta: Non posso abbandonare i bambini, mi ricatta, dice che mi devo comportare come se niente fosse, minaccia di dire ai bambini che lo tradisco. Giulia riconosce anche la violenza economica: Non va più a lavorare, disdice gli appuntamenti per controllarmi. Viviamo con la paghetta che gli passano i suoi genitori, e i soldi devo chiederli a lui. Non vuole che io torni a lavorare. Non mancano le regole di stampo patriarcale: non posso bere una birra che mi mortifica dicendo ai bambini: la mamma si ubriaca. Non posso fumare una sigaretta, e posso leggere solo i libri che sceglie lui. Mi controlla anche quando vado in bagno, per stare un po’ da sola. E mi dice: puoi andare dalle tue amiche una volta la settimana, ma non dovete andare al ristorante. E ovviamente arriva il richiamo del marito al dovere coniugale cui deve sottostare una moglie: Tutte le notti mi costringe a stare a sentirlo, poi mi costringe a fare sesso. Durante la pausa pranzo, mi porta in camera, chiude a chiave e vuole far sesso. Sempre sesso. Alla fine mi concedo… ma come una morta. L’esplosione della morale del marito, è un classico: Mi hai disonorato, ma io non posso perdere la faccia ed essere deriso dalla gente. Facciamo i separati in casa, perché così nessuno vede e non diamo nell’occhio. Fuori devi sorridere e far finta. Ogni giorno una minaccia: mi ha spinta contro l’armadio, mi ha messo le mani al collo, l’ho scansato con uno spintone. Gli ho fatto capire che non doveva più farlo. Non lo farà più. Giulia si è fidata di se stessa. E di lui. E dire che non voleva la luna, voleva solamente avere una famiglia normale, non sembrarlo. Ma non ha tenuto conto dell’avvertimento del marito: Ti distruggerò. Così è rimasta intrappolata nella ragnatela che il ragno ha costruito per mesi. Ha subito tutte quelle violenze, restando però coraggiosamente determinata a volere il divorzio. Più la preda si dibatte, più s’immobilizza. Il fratello e la sua amica l’hanno confortata, circondata d’affetto e attenzione per alleviare il suo sono angosciata, non ne posso più, ho paura. Ma dentro le mura di quella casa, in cui abitava quella che sembrava una famiglia normale, Giulia rimaneva sola. E in solitudine, chiusa a chiave in camera da letto col marito, si rassegnava: lo lascio fare, come una morta. Crediamo ancora al vecchio adagio: fra moglie e marito non mettere il dito? E se qualcuno, fra amici e familiari, avesse invece affondato il dito nella piaga? L’avesse aiutata ad allontanarsi dalla ragnatela, prima che il ragno, zac, la distruggesse, come aveva minacciato? Si usa dire anche: è facile parlare da fuori e col senno del poi e dire dovevi fare, andare, denunciare… Ma non c’è solo il senno del poi, c’è anche quello del prima. La violenza sessuale, dal 1997, non è più un reato contro la morale, ma un reato contro la persona. Nel corso degli anni le donne hanno capito di essere portatrici di diritti, oltre che di doveri, e faticosamente sono riuscite ad ottenere leggi importanti contro la violenza sessuale, lo stalking, i maltrattamenti, la violenza di genere. Purtroppo sono sempre di più le donne uccise dai loro mariti, compagni o ex, dentro famiglie che sembrava normali. Forse perché ancora dobbiamo imparare a chiedere aiuto. E dire che Linea Rosa era lì, a qualche passo di distanza da casa di Giulia.

OMBRE DI UN PROCESSO / 6  10 novembre 2017 – QUARTA UDIENZA

Riguardando gli appunti presi durante le ultime udienze, c’è un participio passato, e aggettivo, che svetta fra gli altri: DISONORATO.
In cinque ore di interrogatorio, il nuovo compagno di Giulia ha riferito le parole che l’imputato ripeteva ossessivamente alla moglie, come avevano già detto sia il fratello, sia l’amica di Giulia, nelle scorse udienze.
Disonorato: “Che ha perduto l’onore, irrimediabilmente menomato nel prestigio o nella dignità”. (Garzanti Linguistica)
Onore: “Onore non è altro, che rendimento di riverenza in testimonianza di virtudi”. (Jacopo da Cessole, un frate domenicano, nel 1300).
Onore che l’imputato, a sentire le parole di Giulia, temeva di perdere. Non voleva essere disonorato.
Parole di Giulia che fanno apparire l’imputato tutt’altro che un uomo pieno di “virtudi”, a meno che non si tratti di confusione lessicale o ribaltamento di significati.
A quanto pare è disonorevole che una donna voglia divorziare, abbia un amante, voglia andare a lavorare, voglia essere libera di scegliere quali libri leggere, andare a trovare i propri genitori e il fratello, voglia mettere nel campanello anche il suo cognome da nubile, tenga nella rubrica del cellulare il nome dei propri amici, beva solo da bottiglie sigillate per paura che il marito manipoli i liquidi e che dica al suo innamorato: “se non mi senti per sette, otto ore, vieni a cercarmi”. E’ disonorevole che una donna subisca e subisca col pensiero rivolto ai propri figli.
D’altra parte invece, è onorevole che un uomo spii la moglie con investigatori privati e intercettazioni ambientali e telefoniche, che pretenda di mettere solo il suo cognome nel campanello, che faccia
terra bruciata attorno alla moglie per isolarla da amici e parenti, che la costringa ad andare dal suo amico psicologo e che si faccia riferire da questi i colloqui con la moglie. E’ onorevole che un uomo costringa la moglie a prendere dei sedativi sottostare a rapporti sessuali, per dovere coniugale, e che la minacci di sputtanarla con i figli.
E’ onorevole che un uomo incuta paura alla moglie preannunciando: “Ti farò un regalo e tu sarai libera”.
Sento, in lontananza, l’eco del famigeratonart. 587 del Codice Penale del 1930: “Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella … nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni”. Cioè il marito aveva la pena ridotta.
Sento nei discorsi riportati anche odore di ”pater familias”. Il patriarca della famiglia aveva diritto di vita e di morte su moglie, figlie e schiavi, e le botte erano semplicemente correzioni, quindi lecite.
Lo so che il “delitto d’onore”, che giustificava il femminicidio, è stato abrogato nel 1981, e che dal 1975, è stata introdotta la piena parità tra uomini e donne nella famiglia e che è stata abolita la “patria potestà”.
Io lo so, noi lo sappiamo. Lo sappiamo?
Pare che l’imputato sia uno di quelli che non lo sa.
Purtroppo, come lui, sono in troppi a non saperlo.
Ogni due giorni una donna viene uccisa da un marito, un compagno o un ex. Dall’inizio dell’anno ad oggi, in Italia, i femminicidi sono già 53. Per amore o per passione o per l’onore oppure per evocazioni spiritiche nella Villa dei Morti?
E dire che sarebbe bastato solo il rispetto per le scelte altrui per essere un uomo d’onore.

OMBRE DI UN PROCESSO / 7  16 novembre 2017 – prima della QUINTA UDIENZA

“Moglie pedinata e maltrattata: assolto”. E’ il titolo che ho trovato sul Carlino di oggi, giovedì, proprio nella pagina a fianco dell’articolo sul processo contro Cagnoni, in corte d’Assise domani, per la quinta udienza.
Un uomo è stato assolto dall’accusa di maltrattamenti in famiglia ai danni della moglie.
Assolto perché il fatto non sussiste?!
Subito ho pensato: “è una fake news”.
Poi ho letto l’articolo.
Secondo la difesa, è vero che il marito maltrattava la moglie, ma solo talvolta, “episodi distanti nel tempo e sporadici”, così riporta il giornale.
Per la Procura il marito ha sottoposto la moglie a “sofferenze fisiche e morali”: durante i frequenti litigi, l’ha insultata, minacciata di morte e picchiata. Una volta, l’ha ferita, e c’è un referto medico. La prognosi è stata di cinque giorni.
Assolto perché il fatto non sussiste?
Perché avrebbe maltrattato la moglie? Ovvio: la gelosia. Il sospetto di un amante. E per incastrarla di fronte ad un tradimento, il marito l’ha fatta anche pedinare, ha messo una cimice in camera da letto e una microspia con GPS nella sua auto.
Ma non si è rivolto ad agenzie investigative o spie professioniste, si è fatto aiutare da alcuni amici, che costano pure meno.
Quindi, siccome è stata abolita dal codice penale l’assoluzione per insufficienza di prove, non resta che l’assoluzione “perché il fatto non sussiste”.
Il fatto non c’è, non è penalmente perseguibile. Non sussiste la violenza, il maltrattamento, se non reiterato e crudele.
Per provare la violenza del marito, la moglie ha solo un referto. E con una prognosi di soli cinque giorni.
Come dire: “Signora, in fondo non le ha fatto molto male!”
Infatti, il marito è stato assolto perché il fatto non sussiste.
E le minacce di morte sono un ‘pour parler’?
Forse il marito avrebbe dovuto fargliele per iscritto, con firma e testimoni. Quante minacce di morte ci vogliono per renderle credibili?
Signora, servono più episodi di violenza, almeno più frequenti, meglio se più violenti. Più efferati. Le ferite devono essere più gravi.
Quanti episodi di violenza servono? A distanza di quanti giorni, o ore, devono avvenire? Quanti giorni o mesi di prognosi servono per sentenziare un maltrattamento? E le violenze psicologiche come si contano?
Potrebbe essere un rigurgito del, mai morto del tutto, “pater familias”, annidato nella mente di qualche marito che ritenga suo diritto picchiare la moglie per correggerla. Ma quando scatta l’eccesso di correzione?
Non mi arrendo e cerco, senza trovarla, la stessa notizia su altri media, spero ancora sia davvero una fake news.
Se così non fosse, aspettiamo un altro femminicidio, un altro processo Ballestri, per dire che era una morte annunciata, e dolerci a capo chino?
Donne, e uomini, c’è ancora un sacco da fare.

OMBRE DI UN PROCESSO / 8  17 novembre 2017 – QUINTA UDIENZA

Perché le donne che vivono continui maltrattamenti e violenze in casa, non se ne vanno?”, mi ha chiesto un amico avvocato prima dell’udienza di oggi. Poi è entrata la corte e ci siamo zittiti. La risposta mi è balzata davanti subito, all’inizio del dibattimento. Durante la deposizione dell’amico greco di Giulia, suo compagno di banco al liceo, traggo una parola che ha ripetuto più volte: COLPA. “Giulia viveva come una che sta in apnea, piena di paure, triste, infelice. Viveva sopraffatta dal senso di colpa per i suoi figli.” “Pensaci bene, non aver fretta, porta pazienza, pensa alla gente, pensa ai bambini…”, le dicevano i suoi familiari. “Era combattuta fra il desiderio di ricostruirsi una vita tranquilla con i suoi figli e la consapevolezza che la sua scelta li avrebbe fatti soffrire la faceva sentire in colpa”, dice l’amico greco. Oltre a tutte le violenze che subiva, Giulia si sentiva anche in colpa. Senso di colpa? Il senso di colpa nelle donne-mamme fa venire ansia, palpitazioni, insonnia. Sensazione di inadeguatezza, frustrazione. Dubbi e insicurezza. Rende immobili e in attesa. Annichilite e turbate. Sole ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte. In trappola, ma pronte al sacrificio di se stesse. La colpa sta non voler essere solo madri, ma anche donne. Ed è su questo senso di colpa che molti uomini costruiscono la loro forza, esercitano il loro potere patriarcale in nome della sacralità della famiglia, alimentandolo con i ricatti affettivi. Alla donna si attribuisce la colpa di uno stupro, se porta la minigonna. Di chi la colpa se arriviamo in ritardo al lavoro, ma i figli sono pur da accompagnare a scuola, se vorremmo avere figli, ma ci licenziano quando restiamo incinta? Di chi la colpa se non riusciamo ad accudire i nostri genitori, perché non abbiamo gli anni per la pensione? Di chi la colpa se vogliamo separarci da un marito oppressivo, minaccioso, che ci fa paura? Giulia ha sciolto i dubbi. Ha deciso di uscire dal ruolo impostole dal marito. Immagino con quanta sofferenza lei abbia trovato il coraggio di alzare la testa e di affermare di non voler vivere più in quella famiglia e con quell’uomo, chiedendo la separazione. L’amico greco di Giulia ammette: “Tutti consigliavamo a Giulia di appianare di divergenze, anch’io l’ho fatto, e oggi mi sento in colpa”. Forse, dopo la morte terribile e atroce di Giulia, molti di quelli che l’amavano, oggi, si sentono un po’ in colpa. Di questo femminicidio, come di tutti gli altri, forse ci si dovrebbe sentire in colpa un po’ in tanti. Forse, per evitare inutili sensi di colpa postumi, si dovrebbe agire prima che la morte annunciata arrivi. Nell’imputato invece, anche oggi, non si nota alcun senso di colpa. Al termine dell’udienza, dopo essersi visto nelle immagini delle videosorveglianze registrate il 16 settembre dell’anno scorso, mentre scende con Giulia dall’auto, mentre entra con lei nella Villa del delitto, per uscirne, un’ora e 49 minuti dopo, da solo, l’imputato ride ad una battuta ironica del Presidente della Corte e con due dita toglie un peletto bianco dalla tonaca nera del suo legale. All’uscita, ho risposto al mio amico avvocato con una domanda: “Perché gli uomini non provano sensi di colpa?”

OMBRE DI UN PROCESSO/9  24 novembre 2017 – SESTA UDIENZA

Quanta ferocia. Da non poter guardare. Un massacro. Una violenza rabbiosa. S’immaginano urla disperate. L’accusa aveva chiesto una visione a porte chiuse, considerata la crudezza delle immagini girate dalla polizia scientifica, nella villa di via Genocchi, dall’entrata fino al ritrovamento del corpo di Giulia nello scantinato. L’avvocato della famiglia Ballestri, se con la pancia ritiene si debba rispetto, pietà e riservatezza per Giulia, con la ragione, a nome di Guido, il fratello, ritiene che le immagini vadano viste perché spiegano più delle parole. Il Presidente decide per la visione pubblica. Le immagini scorrono nel grande schermo. Villa: esterno e interno. Guido si asciuga la fronte, posa il capo su una mano, passa l’altra sotto gli occhi. Dal pubblico non un fiato. Sangue sgocciolato, sparso, ripulito. Scie. Strie. Impronte. Poi, il corpo di Giulia. Guido porta le mani davanti alla bocca come a tapparsela. Un tonfo. L’imputato è crollato dalla sedia. Sono le 10 e 25. Pochi attimi e un agente lo rialza. Beve un po’ d’acqua. Pausa. I commenti fuori dall’aula: “poverino non ha retto all’emozione”, “ma si vedeva che era una finta”, ” vuol dimostrare che è innocente?”, “malato di protagonismo”, “narcisista”. La visione interrotta riprende. L’imputato abbassa la testa ogni volta che, sullo schermo, appare il corpo di Giulia.  “Una violenza inaudita!”, si sente dire fuori campo dal medico legale. Violenza e sangue. Le parole più ripetute. Sangue. Violenza. Sangue. E se il sangue non ci fosse stato? Se questo femminicidio fosse stato meno sanguinario? Cosa cambierebbe?  Non necessariamente serve il sangue per riconoscere la violenza. Soprattutto la violenza di genere. Nelle molestie, per esempio, non c’è sangue, né maltrattamento. Eppure anche la molestia è una violenza di genere, senza, con questo, voler paragonare un femminicidio ad una molestia. Le cronache di questi giorni, riportano che centinaia di attrici hanno denunciato alcuni potenti uomini dello spettacolo di averle molestate. Le denunce sono arrivate tutte in una volta, a distanza di anni dai fatti. “E’ una strumentalizzazione”, ha commentato un’avvocata stamattina. Complicità, ammiccamento da parte di quelle donne? Pochi si soffermano a pensare che dietro una mancata denuncia ci sia una donna che si sente debole, frustrata e sola. Con la paura di perdere i figli. Il lavoro. Una donna ricattata.  Anche le molestie sono violenza. Con quelle denunce, finalmente, il privato è diventato pubblico. Sono uno sprone per parlare di violenza di genere. Le vedo come una sfida ai pregiudizi. Mi sembrano un possibile svolta nell’affrontare il tema della violenza contro le donne. Mi pare bellissimo che le donne non vogliano più restare da sole a leccarsi le ferite, ma che uniscano le loro forze, che si diano coraggio a vicenda, e denuncino. Quante donne molestate sul posto di lavoro, non hanno fatto denuncia quando c’è stata la molestia? Quante di noi hanno subito molestie da uomini adulti e non l’hanno detto a nessuno, tranne a qualche amica, che ha aggiunto quelle subite da lei. Ah, la vecchia, cara, autocoscienza degli anni settanta…  La violenza contro le donne affonda sempre in una stessa radice. La debolezza degli uomini che usano la violenza come compensazione, facendo leva sugli stereotipi che regolano le relazioni fra donne e uomini. “Se un uomo viene tradito, è normale che diventi violento”, così la pensano 16 persone su cento, secondo l’indagine WeWorld, pubblicata in questi giorni. E per 14 persone su cento, gli uomini diventano violenti per il troppo amore. Ancora lì, siamo. Si dovrebbero abolire gli stereotipi di genere, non solo quelli maschili. Esistono anche gli stereotipi di tante donne che considerano la gelosia, un amore passionale. Una specie di autostereotipizzazione. Siamo tutti viziati dagli stereotipi di genere!  Purtroppo, sempre dalla indagine di WeWorld: per 19 persone su cento è accettabile fare battute a sfondo sessuale, e per 17 su cento “fare avances fisiche esplicite non è poi un gran problema”. Gli uomini giustificano la molestia, chiamandola complimenti o avances. I complimenti piacciono a tutte le donne, e anche agli uomini, ma nel momento giusto. Spesso le avances sono fastidiose, fino ad essere assillanti. Quasi sempre sono taciute, per timore. Ma a stabilirne il limite, non può essere altri che la donna stessa in base al suo sentire.  Anche gli uomini dovrebbero aiutare se stessi come genere. Tutti gli uomini, anche quelli che non praticano la violenza, dovrebbero chiedersi perché ‘gli uomini agiscono la violenza per risolvere i conflitti?’ Perché non riconoscono la propria debolezza nelle relazioni, a partire da quelle con le donne? La violenza è una sconfitta in ogni caso, uccide il dialogo e, a volte, la vita. In Italia, nei primi dieci mesi di quest’anno, sono già 120 le donne uccise da un femminicida. Nel nostro paese ci sono mille e seicento bambine e bambini resi orfani da un femminicida, che hanno vissuto la violenza nella loro casa. L’hanno subita, sentita. Vista. Già, le immagini parlano più delle parole. Rispetto la scelta della Corte di mostrare le riprese del sopralluogo nella villa. Ma, forse perché sono una donna, perchè ho la sensazione che oggi ci sia stata una ulteriore profanazione del corpo di Giulia? Alla manifestazione del 25 novembre per l’eliminazione della violenza contro le donne, porto con me una immagine di quei video: la fede nuziale nell’anulare di Giulia. E’ deformata. Ovalizzata. Appiattita. Schiacciata. Anche lei, distrutta.

OMBRE DI UN PROCESSO / 10  1 dicembre 2017 – SETTIMA UDENZA 

Durante la settima udienza del processo Ballestri contro Cagnoni, si è tornati a parlare di personalità. O, meglio, di: DEPERSONALIZZAZIONE MOMENTANEA. E’ lo psicologo dell’imputato, durante il controinterrogatorio della difesa, a riferire di suoi episodi pregressi di panico e di “depersonalizzazione momentanea, un disturbo della personalità, un cluster B, su base narcisistica, con una presenza importante aggressiva e vendicativa”. La mia amica psicologa mi spiega che si tratta di sensazioni e che può essere considerato un sintomo di disturbo dissociativo della personalità, con momenti in cui non si è presenti a se stessi, ci si dissocia. Succede quando uno non si sente nella propria pelle, non si sente in sé. Non ci si riconosce più. Io provo qualcosa di così sconvolgente che faccio qualcosa che non farei in un altro momento. Eccolo qua il fantasma del RAPTUS. Non vi ci provate a tirare in ballo, come scusante, il raptus. Sarebbe come giustificare la violenza sulle donne e sui più deboli. Sarebbe una giustificazione alla prevaricazione, alla violenza, all’assassinio. E giustificare non aiuta a capire il perché di quella esplosione. E’ come se il corpo agisca come un robot. Un corpo scisso. Agli atti, non c’è traccia di disturbi conclamati della personalità dell’imputato. Credo piuttosto che lo psicologo abbia teso una mano al suo amico e cliente. Un suggerimento. Una scappatoia. Una possibile giustificazione, appunto. L’imputato oggi è quasi garrulo. Ride spesso. E’ sereno. In Corte d’Assise, stamane, manca il riscaldamento, ma a peggiorare le cose c’è un spiffero gelato intermittente: la FAMIGLIA. Quella d’origine. La famiglia fuori casa. Quella dentro casa. La famiglia desiderata. La famiglia distrutta. Apparenza e realtà. Sempre lo psicologo: “Sicuramente c’è stato un antico stato di insicurezza, frustrazione, da bambino poco visto, una infanzia con poche attenzioni, che ha portato a un eccesso di affermazione, dell’apparire, e la paura della perdita dell’immagine era vissuta in modo drammatico … Matteo Cagnoni è aggressivo”. La madre dell’imputato dice ad una amica, lo si sente nella registrazione di una intercettazione telefonica,: “Diciamo che l’ha fatta grossa, ma ha avuto un trauma così grosso lui, per la distruzione della sua famiglia che non ci ha visto più … chi l’avrebbe mai detto, sembrava che Matteo fosse il dio in terra … si vede che a volte gli ormoni fanno brutti scherzi … si vede che gli è venuto un frullo in testa che non ha saputo resistere … Delle donne giovani con un marito bravo, un marito buono così, andare a commettere degli errori per … per … rovinare tutto così … “. E qui svetta la parola chiave: gli ERRORI di Giulia. Era un errore non volere più cotanto dio. Era un errore non voler essere pedinata, controllata, costretta a leggere i libri scelti da lui, lui che le organizzava orari, entrate, uscite, tempi. Amicizie, messaggi, rubrica telefonica. A detta dello psicologo, Giulia non era depressa, piuttosto era passiva. Ma poi era cambiata, era diventata una donna decisa a riprendersi i propri spazi, le amicizie, gli interessi e anche le passeggiate. Voleva più autonomia. Sbagliava a voler interrompere una vita coniugale che la soffocava, sbagliava a desiderare una vita diversa? L’unico errore di Giulia è aver sottovalutato la minaccia: “ti distruggo”. In un’altra registrazione, si sente il padre dell’imputato, riferendosi al figlio in carcere, dire ad una amica: “Ho sempre fatto fatica a capirlo questo ragazzo, anche adesso, è strano che sia tranquillo… l’ambiente non è proprio rallegrante … soprattutto vederlo così … tranquillo come sai… io direi che l’unica cosa come … giustizia è fatta”. Così giustizia è fatta, in nome dell’onore della famiglia. Poco importa se in quella famiglia c’erano anche tre figli piccoli. Anzi, meglio un femminicidio di un divorzio, come fa intendere l’imputato, secondo quanto riferisce suo padre: “non è accettabile la condizione del figlio conteso, meglio l’orfano che il figlio conteso”. E questa sarebbe la famiglia da difendere? Quella che inizia con un matrimonio e continua fin che morte non ci separi? Forse la patologia sta proprio nel retaggio patriarcale, nella disparità di genere che vige in ogni famiglia, e che è la base di ogni violenza domestica. Al termine dell’udienza, l’imputato esce dall’aula tronfio, come un dio in terra.

OMBRE DI UN PROCESSO / 11  15 dicembre 2017 – OTTAVA UDIENZA 

Riti spiritici, evocazioni, fantasmi ed esorcistiche benedizioni. La loggia massonica Pineta. L’ex Don Desio. Il dottor Cagnoni, nullatenente. Poi un lampo. Il velo si strappa. E anche il cuore. “I bambini stanno benissimo”. E se lo dice la nonna, bisogna crederle. Io non ci credo. Non ci credo, perché i bambini e le bambine, soprattutto, sono molto curiosi e astuti, sanno navigare nel web, sanno far domande a trabocchetto. Sanno immaginare le risposte che non gli sono date. Non hanno visto? Non hanno sentito? E se avesse visto e sentito? E non l’avessero detto a nessuno? E se avessero interpretato i fatti e le parole, come spesso succede, e si fossero attribuiti colpe inesistenti, ma non per questo meno laceranti? Ogni momento, di notte e di giorno. Confusi senza tregua. Dal 2000 al 2014, sono stati 1600 i bambini che hanno perso la mamma per colpa di un padre femminicida. I dati sono talmente vecchi, che c’è da vergognarsi. Manca purtroppo ancora una banca dati nazionale. Ho trovato uno studio sugli orfani di femminicidio, i cosiddetti orfani speciali. Questi bambini e bambine hanno vissuto tre terribili shock in una volta sola. Orfani. Sono diventati orfani, ma nel modo peggiore possibile. Imprevisto.  Nella loro casa. Il padre è un assassino? Ha ucciso la mamma? La mamma non c’è più. Il babbo neppure. Orfani due volte. Il babbo idolo crolla dal piedestallo. I punti di riferimento scompaiono dalla vita quotidiana. Essere orfani di un femminicida è spesso vissuto come una vergogna. Clima di guerra. La maggioranza degli orfani di femminicidio ha visto e sentito la guerra in casa. Hanno vissuto la violenza domestica sulla loro pelle, anche se non sono stati mai picchiati o maltrattati fisicamente. I bambini e le bambine hanno i sensi molto più sviluppati degli adulti. E anche quelli di loro più ignari, a posteriori, hanno visto, letto, trovato immagini e articoli di giornali sulla violenza subita dalla loro mamma. Quale violenza è peggiore dell’essere privati della mamma così crudelmente? Terremoto. Gli orfani di femminicidio in un attimo hanno perduto anche la loro casa, i loro giochi, gli abiti. Il cuscino e il letto. I peluche. La casa è sempre lì. Ma non si può più entrare. La famiglia è in macerie. Dalla scorsa primavera giace al Senato, una proposta di legge, già approvata dalla Camera all’unanimità, a tutela degli orfani di femminicidio. In pratica verrebbe esteso il fondo delle vittime di mafia e usura anche agli orfani di crimini domestici. Sarebbe possibile congelare i beni del femminicida e riconoscere ai figli della vittima la metà del risarcimento presunto già con la sentenza di primo grado. Eviterebbe tante situazioni paradossali come quella che il presunto femminicida possa ereditare dalla moglie o dalla compagna che ha ucciso. E le vittime potrebbero chiedere di cambiare cognome. La legislatura sta finendo e la sua approvazione appare sempre più in bilico. I minori devono restare fuori dal processo. A rappresentarli bene fece la Corte nell’ammettere fra le parti civili, l’Associazione dalla Parte dei minori del processo Ballestri contro Cagnoni. Ma, a proposito della parola ‘minori’, sollevo una obiezione a margine. E’ una parola inquinata. Sottintende inferiorità, disparità, sottovalutazione. Tant’è che nel nostro codice penale non è stato ancora introdotto il reato di violenza assistita, quella subita da bambini e bambine nelle famiglie violente. E dire che un bambino o bambina su cinque è vittima di questa violenza. Maltrattare la moglie o la compagna, o peggio ancora ucciderla, alla presenza dei figli è solo una ipotesi di aggravamento della pena per il femminicida. Propongo di sostituire nel nostro lessico la parola ‘minori’ con la più consona, ‘minorenni’. Dopo questa divagazione, riporto l’attenzione al processo. “I bambini stanno benissimo”. Il lampo si spegne. C’è ancora la mamma di Giulia sul banco dei testimoni dell’accusa. Ricordando le confidenze della nipotina, rivela che: “Lei si colpevolizzava … credeva che litigassero per lei … “. Una bambina astuta che vuole capire. Più coraggiosa di quanto si creda. Cerca e trova. Trova su internet la registrazione della videosorveglianza di venerdì 16 settembre dell’anno scorso. Vede suo padre arrivare a casa dei nonni a Firenze. Lui che va avanti e indietro dal bagagliaio alla siepe dietro l’angolo. Su e giù con sacchetti pieni, poi vuoti, poi pieni. La bambina sa che la mamma è stata trovata nuda. Il dubbio prende forma. Dove sono i vestiti della mamma? Nell’inquadratura compare anche il nonno, il padre dell’imputato. In uno dei sacchetti si distingue chiaramente la sagoma della borsa bianca della mamma. La bambina vuole sapere di più: “Allora il nonno lo sa dove sono finiti i vestiti, voglio che mi dica cos’è successo”. E’ determinata più che mai e lo chiede al nonno che risponde: “L’ho aiutato… devi capire… non è stato bene… non devi giudicare”. “E i vestiti?”. “Erano in un sacco ed è stato buttato via.” Ciò che è stato fino ad ora un segreto fra nonna e nipote è stato svelato. Par di vedere fluttuare nell’aula il desiderio della bambina, che ha confidato alla nonna: “Volevo avere un ricordo della mamma che non c’è più … il suo orologino … la sua borsetta bianca … “. Il suo desiderio è finito nell’immondizia. Appena termina la testimonianza della mamma di Giulia, una esplosione fa voltare tutti. L’imputato si alza di scatto, brandisce la sua cartellina rossa, si sbraccia, urla, insulta, si scaglia. La faccia rossa. Il corpo proteso verso la suocera. La accusa di plagio della bambina. Due agenti lo immobilizzano. Lui sputa minacce sconnesse. Ha la giacca di sghimbescio, il dolcevita arrotolato sulla pancia. E’ spigoloso più che mai. Non è il solito compassato dottor Cagnoni. Mi ha fatto paura. Penso a Giulia. E ai bambini.

OMBRE DI UN PROCESSO / 12  22 dicembre 2017 – NONA UDIENZA 

L’immagine di oggi è una fede nuziale in un barattolino trasparente col tappo azzurro.
Una fede schiacciata, ovalizzata.
“E’ la fede della signora Ballestri?”, chiede l’accusa mostrandola alla difesa e alle parti civili.
Anche l’imputato la guarda. Annuisce subitamente.
La fede viene ammessa agli atti.
Il Presidente più volte durante l’udienza prende il barattolino trasparente. La guarda pensoso.
Intanto continuano ad ammucchiarsi le prove contro l’imputato e la premeditazione della tragedia.
Abbandonando il come è successo agli esperti e alla corte, la domanda alla quale cerco di trovar risposta è sempre la stessa: perché gli uomini uccidono le donne?
Mi servo di alcune frasi pronunciate in aula.
Uno degli amici dell’imputato racconta di serate conviviali di soli uomini in cui si parlava di donne e separazioni legali.
“Matteo parlava come un talebano, la madre deve stare a casa coi figli”. L’amico riferisce anche di “schede telefoniche che mi aveva chiesto, gli servivano per contattare accompagnatrici per andare a dei convegni… lo accompagnai da una massaggiatrice a Milano Marittima, una bella signora, non troppo giovane”. Se costei fosse una prostituta, l’amico non sa, però, tornato in auto dopo essere stato da lei, dice: “lui si è cambiato i vestiti… la moglie non si sarebbe accorta di niente”.
Cagnoni nel suo appello per ottenere gli arresti domiciliari, fra l’altro afferma che ” le lettere scritte dal carcere mi hanno salvato la vita, perchè in carcere c’è gente poco evoluta”.
Da persona più evoluta dei compagni di cella, Cagnoni e compagni, come succede in ogni gruppo di amici maschi si trovano in congreghe maschili sicuri di trovare solidarietà e complicità. Si parla di donne, sport, soldi e sesso.
Di converso, sappiamo che Giulia, costretta a stare a casa coi tre bambini, quando ci riusciva, si lamentava con le amiche di non poterne più di essere controllata, compressa dal marito. Forse parlavano di bambini, ricette, moda, diete?
Di cosa parlino gli uomini o le donne quando sono in gruppo senza i partner è ormai una stereotipia.
Ma se a 14 anni è comprensibile, come gioco delle parti, cambiarsi abito o scarpe fuori dalla porta di casa, perché non se accorga la mamma, per non farla brontolare, a cinquant’anni e passa non ci si può ancora cambiare d’abito perché la moglie non s’accorga che hai fatto sesso con un’altra donna. Si presume che, con l’età, si maturi, ci si evolva. E se ciò non accade, mi viene il sospetto che persista un’immaturità fanciullesca forte di una cultura patriarcale. Che relazione è quella fra un uomo e una donna basata sulla disparità di potere, sulla mancanza di rispetto e uguaglianza?
Come quell’uomo considera quella donna? Cosa vale la vita di una donna ridotta ad oggetto da un marito che si cela dietro una professionalità rispettabile?
Da perfetto talebano, la madre deve stare a casa coi figli. Non può avere volontà e desideri propri. E se ce l’ha, le spetta una punizione.
Per convincere la corte a concedergli gli arresti domiciliari, l’imputato si definisce “Un padre esemplare. Non sono il conte Ugolino”. (Qui fa un po’ di confusione storica, perché Dante l’ha collocato all’inferno come traditore della patria e non per la diceria popolare che lo accusava di aver mangiato i suoi figli).
Da padre esemplare, non è un conte Ugolino, dice. Lui i suoi figli non li mangerebbe. Promette. Sull’aggettivo esemplare, non pare che l’imputato abbia dato segnali di mitezza e virtù, almeno durante le prime nove udienze del processo.
Ma la chicca del Cagnoni pensiero, è scritto in una lettera dal carcere, sempre allo stesso amico: “Pensando a quegli anni felici non posso non accostare la nostra storia a quella del film Pretty Woman. Io bello, ricco, dottore, più maturo di testa e di età ho in contrato una ragazza sbandata e infelice e le ho dato una ragione interiore, sicurezza e felicità”.
Da perfetto Richard Gere, dalla ragazza sbandata e infelice che era prima di incontrarlo, modestamente, ha creato una donna sicura e felice.
Ma non siano in un film e neppure in un canto infernale.
Siamo di fronte ad un pensiero demoniaco: quella donna l’ho creata io e ora osa ribellarsi, quindi posso distruggerla, eliminarla.
“Nella brutalità con cui ha ucciso la signora Ballestri non c’è stato raptus, ma odio covato per più di un anno, un odio che l’ha portato a cancellare quel corpo e quella faccia”, afferma la PM esprimendo il suo parere negativo alla richiesta degli arresti domiciliari.
Odio, frutto di una cultura virile e onnipotente. Quante donne vengono uccise dai loro mariti o ex, solo perché, come Giulia, avevano deciso di uscire da quella prigione in cui erano state rinchiuse. Un conto è esser diventata sicura e felice, un conto è essere schiave del volere di un uomo.
Noi donne non siamo delle stereotipie, e credo che neppure tanti uomini lo pensino. Basta con la donna debole e fragile, l’uomo forte e protettivo.
Il colto imputato invece pare essere proprio convinto che sia così. Infatti, a suo padre ha raccontato di aver ucciso lui, Giulia, invece alla madre, per proteggerla,avrebbe raccontato che era stata uccisa da uno straniero. Anche lei è una donna debole, fragile e da proteggere.
Ma le bugie, le finzioni, i trucchi, le stereotipie, proteggono davvero? Quasi mai. Intanto credo che le donne debbano decidere da sole, se, quando e da cosa vogliono essere protette. E soprattutto da chi.
Da tanto padre esemplare?
Ciò nonostante l’imputato, nella parte dell’agnello, si appella alla bontà natalizia che lo mandi a casa in vacanza, a Ravenna, dal fratello: “Mi darebbe una gran gioia … sarei felice …”
Io invece non ne sarei felice. Intanto che la corte decide, entro cinque giorni, sugli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, mi consolo con una notizia di due giorni fa. Il Senato ha approvato in via definitiva la legge per gli orfani di femminicidio. Prevede il gratuito patrocinio, il sequestro conservativo dei beni del femminicida, la sospensione del diritto alla pensione di riversibilità e l’indegnità a succedere. Sulla carta questa legge appare l’unica esistente in Europa per tutelare bambine, bambini, ragazze e ragazzi la cui vita è stata sconvolta dal proprio padre che ha ucciso la loro madre. Un primo passo perché in realtà bisogna aspettare i decreti attuativi con gli eventuali ricorsi e che, gli organismi che la rendono applicabile, siano operativi. Fra l’altro, gli orfani di femminicidio potrebbero chiedere di cambiare il cognome. Sarebbe come disconoscere il padre. Una punizione davvero esemplare, per chi del proprio nome ne ha fatto un vessillo.

P.S.: Il 24 dicembre la Corte d’Assise ha respinto la richiesta di Cagnoni di arresti domiciliari. Può fuggire. Reiterare il reato. Inquinare le prove.

OMBRE DI UN PROCESSO / 13  19 gennaio 2018 – DECIMA UDIENZA

“Raccapricciante scena di violenza prolungata”, così il commissario della Polizia Scientifica di Bologna, De Paolis, descrive ciò che ha visto nello scantinato della villa di Via Padre Genocchi dove è stata uccisa Giulia. Oggi, in Corte d’Assise, si è dibattuto per nove ore. Otto delle quali a disquisire di impronte, tracce, minuzie e sangue. I rilievi, con le tecnologie avanzate oggi a disposizione, sono in grado di fornire prove genuine, e di far riemergere impronte e tracce biologiche, fino ad ora invisibili. S’arrampica sui cavilli procedurali il difensore dell’imputato, ma i suoi equilibrismi non sortiscono effetti di sorta sulla sostanza delle prove contro il suo assistito. Lascio a chi ne sa di più, le disquisizioni legali sul come è avvenuto il femminicidio, e torno al perché quest’uomo ha ucciso sua moglie, madre dei suoi tre figli. Mi chiedo: perché quest’uomo si è accanito a quel modo sul suo viso? Perché l’ha resa irriconoscibile. L’ha ridotta al silenzio. Cancellata. Dalle immagini trasuda odio. E odio, trasuda anche dall’atteggiamento dell’imputato nei confronti di Giulia, lo si intuisce dalla testimonianza del Luogotenente Negrini, della Guardia di Finanza di Ravenna, sugli accertamenti patrimoniali di Cagnoni. A quanto risulta dalle precedenti testimonianze, all’inizio del 2016 Giulia, che non ne può più di essere bistrattata dal marito, che le nega amici, svaghi e letture, chiede di separarsi. Vuol tornare a vivere, a lavorare, ad amare. A metà dicembre ho ricevuto un commento su facebook a Ombre di un processo/11. ACHILLE L. scrive: Dispiace, come i 200 padri che ogni anno si suicidano dopo che una criminale sentenza di separazione toglie loro in un sol colpo casa e qualche centinaio di euro ogni mese… E quelli che non riversano la violenza su se stessi la sfogano sulla partner, ahimè, causando il cosiddetto femminicidio. Non penso sia il caso di cambiare la fantomatica cultura patriarcale ma penso sia il caso di cambiare il cervello ai magistrati. Alcune donne orgogliose, ma sempre ancora troppo poche, capiscono che l’ex marito non è una povera bestia da emarginare e rinunciano con grande dignità ad assegni parassitari di vario tipo e all’esproprio abusivi della casa. Lo ammetto. Ma altre, forti di una magistratura abietta e carogna, speculando intensificano il dramma sociale. Non ho risposto, ma lo faccio ora. Ho trovato in internet un sito che spiega i trucchi (da evasori fiscali) per non pagare gli assegni di mantenimento alle mogli dalle quali ci si sta separando: liberarsi dei patrimoni, azzerare conti correnti, licenziarsi e continuare a lavorare in nero, ricorrere alla Sacra Rota per far annullare il matrimonio, dimostrando l’esistenza di una riserva mentale sugli obblighi di fedeltà, procreazione ecc …) Orbene, secondo gli accertamenti della GdF, Cagnoni, in marzo del 2016, decide di seguire il primo trucco: svende, per un decimo del loro valore, e regala a suo fratello tutte le case, le villette e gli studi professionali che possiede. Poi mette in pratica il secondo trucco: in luglio azzera i conti e i fondi di investimento. Poi il terzo: durante l’estate non va più a lavorare, in settembre il suo conto corrente ha un rosso di 58 mila euro. In casa si vive con l’appannaggio elargito da Papà Cagnoni (84 mila euro da gennaio a settembre). Non segue l’ultimo trucco degli esperti: non ricorre alla Sacra Rota. Essendo ormai nullatenente, spera di non dover pagare gli alimenti alla ex moglie. E’ un povero. In pochi mesi si è liberato di tutto, con la complicità di tutta la sua famiglia. A nessuno è venuto il dubbio, tantomeno al padre esemplare, come si è autodefinito l’imputato, che così agendo i figli sarebbero rimasti senza eredità. (Ne sono certa, Giulia non l’avrebbe mai fatto, come nessun’altra donna avrebbe speculato in modo così abbietto sui suoi bambini). Probabilmente è il suo odio contro Giulia, che osa ribellarsi a tanto uomo, che gli fa giocare la carta del ricatto economico. Vuoi separarti? allora la bella vita che ti ho fatto fare durante il matrimonio, te la scordi, anzi, potrebbe essere che sia io a chiederti gli alimenti … Ovviamente è una mia fantasia. Per quanto … Poi, purtroppo, sappiamo come è proseguito il dramma. In agosto il marito scopre il tradimento. Il 16 settembre si chiude il cerchio dell’inferno. Il volto di Giulia non esiste più. La sua bocca tacerà per sempre. Torno, per un inciso, al post di Achille. Si rassicuri, i suicidi degli ex mariti impoveriti diminuiranno drasticamente, perché in maggio del 2017 la Corte di Cassazione (sentenza n. 11504/17) ha rivoluzionato la legge sul divorzio del 1970 per quanto riguarda gli assegni di mantenimento. Se prima, l’ex coniuge aveva diritto ad un assegno tale da consentire il mantenimento dello stesso ‘tenore di vita goduto in costanza di matrimonio’, con questa sentenza il parametro per stabilire l’importo dell’assegno, di natura assistenziale, è l’indipendenza o l’autosufficienza economica dell’ex coniuge che lo richiede. Cioè se ha redditi e patrimoni o ha la capacità per lavorare o se ha una casa dove abitare, nulla o quasi è dovuto. Quando uscì la notizia (il primo a godere della sentenza è stato Berlusconi contro Veronica Lario), l’ho archiviata fra i pettegolezzi. Ora invece mi accorgo di quanto grave sia stato questo colpo inferto a molte donne in caso di separazione. In pratica la donna che non ha mai lavorato fuori casa o ha smesso di lavorare dopo il matrimonio, deve trovarsi un lavoro. E se non lo trovasse? Oppure, visto che è una donna, ne trovasse uno che non le permettesse di mantenersi? E se fosse troppo avanti con l’età? E se lui l’avesse lasciata per una donna più giovane? E se quella donna abbandonata avesse sacrificato interamente la propria vita ad un uomo, rinunciando ai propri studi o al proprio lavoro e alla propria realizzazione personale? La Cassazione ha stabilito che a queste donne spetta un semplice, e quasi offensivo, assegno ‘assistenziale’. E se fosse stato proprio il marito, come salta fuori in questo processo, ad imporle: “La moglie del dottor Cagnoni non lavora”? La lobby dei padri separati, quelli ‘ridotti in mutande a vivere sotto i ponti’, si è ripresa un pezzetto di potere patriarcale. E i tanti uomini che non hanno mai versato gli alimenti a mogli e figli, nonostante quello che la sentenza di separazione o divorzio aveva stabilito, potranno smettere di piagnucolare.

OMBRE DI UN PROCESSO / 14  26 gennaio 2018 – UNDICESIMA UDIENZA

“Stai zitta!”. Questa è la frase che m’è rimasta addosso dopo l’undicesima udienza del processo contro Cagnoni. L’ho estrapolata fra quelle pesantissime pronunciate dai testimoni odierni a favore dell’accusa. Sull’imputato, che finalmente sta zitto, sono piovuti lava e lapilli, prove e testimonianze. Ma il boato finale l’ha provocato quel: “Stai zitta!”. Nella notte fra il 18 e il 19 settembre 2016, a mezzanotte e quaranta, la Polizia fiorentina inizia a perquisire la villa Cagnoni a Firenze, su incarico dei colleghi di Ravenna, perché da due giorni è scomparsa una donna, Giulia Ballestri. La signora Vanna Costa e il professor Mario Cagnoni, i genitori dell’imputato, accompagnano in giro per l’immensa villa la Dottoressa Ghizzoni, la vice questore, e due suoi collaboratori. Dopo otto minuti un messaggio da Ravenna informa la Dottoressa: “trovato il cadavere”, non ci sono altri dettagli. L’ordine ora è quello di rintracciare il marito di Giulia Ballestri. “Dov’è Matteo?” chiede la Dottoressa Ghizzoni. “E’ qui, è lì, di qua, di là”, risponde Vanna Costa. La ricerca continua. All’una e trenta s’affacciano in una stanza da letto: ci sono tre bambini che dormono. La Dottoressa Ghizzoni chiede alla nonna: “Perché sono soli?”, lei risponde: “Sono soli perché la mamma è morta. Come non lo sa? E’ stata uccisa due, tre giorni fa per una rapina nella villa del nonno a Ravenna … la notizia non è ancora stata pubblicata … è stato un albanese”. Il Professor Marito interviene rapido e strattona sua moglie per un braccio: “Stai zitta! Vieni via!” . E la porta via. In quel momento, nella villa, nessuno sa, nemmeno la Dottoressa Ghizzoni, responsabile dell’operazione, né come, né dove sia stata uccisa Giulia Ballestri. Molto probabilmente la Signora Vanna Costa ha raccontato la verità che conosce. Mica può essersela inventata. Qualcuno deve pur avergliela detta! Il figlio o il marito? Al Professore, invece, è stata racconta un’altra verità, lo intuiamo dalle immagini videoregistrate che abbiamo visto in aula. Alla Signora, no, a lei si è mentito. Perché? Forse non la si riteneva in grado di capire? La si è voluta proteggere? Comunque qualcuno ha deciso fosse meglio per tutti che non conoscesse la verità. Quindi, perché non doveva dire che Giulia è stata uccisa da un rapinatore albanese? Non le era stato detto di tacere, prima di quel perentorio “Stai zitta!” Quante volte noi donne ci siamo sentite ripetere “stai zitta”, “non lo dire a nessuno”, o il più vetusto “i panni sporchi si lavano in famiglia”? Padri, mariti, fratelli, compagni, professori, datori di lavoro, in tutte le religioni patriarcali di questo mondo ce l’hanno imposto fino a convincere molte di noi a stare zitte. Zitte se ci maltrattano, zitte se esprimiamo un’opinione, zitte se qualcuno ci molesta. “Pensa che scandalo, se si venisse a sapere!” Il tutto con un retrogusto di senso di colpa. E siamo state zitte. Se ci facciamo caso nella maggior parte dei femminicidi, le famiglie vengono descritte da vicini e parenti: normali, felici, chi l’avrebbe detto. Le donne tacciono sempre troppo. Non solo dentro casa, ma anche nel lavoro e nelle relazioni. Forse le donne che parlano fanno paura? Ogni due giorni qualcuna di noi viene ridotta al silenzio, uccisa, massacrata, perchè non è stata zitta. Piegata e supina di fronte a chi sa bene come umiliare e sminuire. A proposito di sminuire apro una parentesi per una puntualizzazione di linguaggio. L’avvocato Trombini, difensore, condisce i suoi controinterrogatori con Dottor e Professor quando si riferisce ai Cagnoni. Però la vice questore aggiunta della polizia di Firenze, Assunta Ghizzoni, è la Signora Ghizzoni. Questo è sminuire, svalutare una donna: un’altra arma che ancora molti uomini usano. Come rivolgersi a una donna, o a un uomo, dipende dal contesto. Ogni persona deve essere libera di dire come vuole essere chiamata. Ma il tempo del silenzio sta scadendo. Le donne stanno uscendo dal silenzio. Denunciano, alzano la voce, non vivono più soltanto fra le quattro mura domestiche. E alcuni uomini, ancora pochi per la verità, si pongono interrogativi e cominciano a rendersi conto delle violenze e della disparità di genere. A New York, il 20 e 21 gennaio, centinaia di migliaia di donne e uomini, in decine di città, hanno partecipato alla seconda Women’s March, la marcia delle donne. Il movimento, nato per contestate il sessismo di Trump, si è ingigantito durante la campagna #metoo (anch’io), iniziata dopo che decine di donne hanno denunciato gli abusi commessi dal produttore cinematografico Weinstein e da tanti altri uomini di spettacolo. Intanto che ci ragioniamo, aspettiamo l’udienza prossima. La Dottoressa D’Aniello, per la pubblica accusa, ha chiamato a testimoniare, fra gli altri, Cagnoni Mario (padre) Cagnoni Stefano (fratello), Costa Vanna (madre). Penso alla tormentata situazione in cui si trova la Signora Vanna Costa. Obbedirà ancora una volta all’imperativo del suo Professor Marito “Stai zitta!”, così come, forse, ha dovuto fare da tutta una vita? Quale strategia adotterà nel controinterrogatorio l’avvocato Trombini, difensore di suo figlio? Porrà, come fa spesso, domande che confondono e minano le certezze? Il suo lavoro è instillare dubbi nella memoria dei testi dell’accusa. In un Tribunale ognuno agisce la propria parte con l’obiettivo di giungere alla verità processuale. Però, dai racconti delle donne che hanno subito violenze, stupri o molestie, sappiamo che durante gli interrogatori, nonostante, loro, siano le vittime, il più delle volte vengono fatte sentire in torto, costrette a giustificare la lunghezza delle gonne o la larghezza dei sorrisi. E la colpa finisce così per ricadere su di loro. Per fortuna nella prossima udienza non ci sarà nessun Professore a strattonare la Signora Vanna Costa e a intimarle: “Stai zitta! Vieni via!”. Invece, temo di più l’influenza degli occhi dell’imputato, suo figlio, fissi su di lei.

OMBRE DI UN PROCESSO / 15 2 febbraio 2018 – DODICESIMA UDIENZA

“Stai zitta!”. Tranquille, è solo l’ombra dell’ombra dell’altra volta. Stavolta non l’ha detto un marito a sua moglie. Bensì un certificato medico, anche se non con queste parole. Ma il senso è lo stesso. La signora Vanna Costa soffre di un decadimento cognitivo di tipo degenerativo, di Alzheimer. Da un anno e mezzo. Cioè da luglio 2016. Quindi, è ufficiale, ciò che la signora ha detto da allora, non vale. E ciò che dirà in futuro non varrà neppure. Me ne dispiaccio sia nel caso fosse vero, sia nel caso si trattasse di una scappatoia. Intanto oggi non ha parlato. La Procura insiste e la riconvoca per la prossima udienza, il 9 febbraio. Per farle tacere se parlavano troppo, nel senso che dicevano verità scomode, fino a non molti decenni fa, le donne venivano bruciate, torturate, marchiate, rinchiuse nelle torri e negli ospedali psichiatrici, internate, relegate nei conventi. Oggi, nel secondo millennio, si usa l’Alzheimer. E’ passato il tempo, ma i contenuti sono uguali. Nell’udienza di oggi è di scena il “Professore universitario di grande lustro, di un altro millennio”. Così l’avvocato della difesa definisce il padre dell’imputato. Un invito a metterci sull’attenti? La parola di oggi è IO. Non l’io egocentrico e narcisista di cui pare soffrire l’imputato, ma l’io decisionale, l’io dell’autorità del potere. Indiscutibile. Il Professore non è autoritario. All’apparenza è nobile e gentile. Nella sostanza esercita il potere che gli appartiene, senza alzare voce o sopracciglia: tutti gli riconoscono il rispetto che gli è dovuto. E’ quel tipo di potere che non chiede, perché è dato, in quanto lui, nella famiglia intera, è “ultimo di una serie”. E’ lui che decide e gestisce e tutto ciò che riguarda chi è del suo sangue. Il sangue della stirpe, della famiglia, del nome. Il sangue che si tramanda di padre in figlio, come il denaro e le proprietà. Penso che, come me, la maggioranza di noi abbia letto tanti romanzi e visto parecchi film, sulle saghe famigliari. Per lo più in costume. Qualche western, soprattutto storie di mafia. E’ il Patriarca che tiene il bandolo della matassa. Gli altri: figli, fratelli, nipoti, nuore, consuoceri, perfino le ‘domestiche’, sono al suo servizio. E, quando impartisce ordini, mai con arroganza, è ovvio che gli si ubbidisca senza discutere. Questa è una storia di femminicidio che inizia così: la Nuora, moglie del Figlio Maggiore del Patriarca, è scomparsa da due giorni. I suoi bambini sono in ansia, sono preoccupati per la mamma, la cercano al telefono in continuazione. Il Patriarca e il Figlio Maggiore, invece, hanno solo una preoccupazione in testa. La Nuora è scomparsa? Loro si precipitano, alle sette della domenica sera, da Firenze a Bologna, per consultare un penalista. La Nuora ha abbandonato il tetto coniugale. E’ quindi penalmente perseguibile. E, per il Figlio, è “Un tentativo per ottenere dominanza nella gestione dei bambini”, dice il Professore. In pratica, significa portare via alla moglie anche i figli. Una parentesi. Dominanza? Una parola inquietante che viene dalla preistoria, quando solo la dominanza garantiva la sopravvivenza della propria donna e della propria progenie. Oggi la parola è desueta, ma la dominanza è il fondamento della maggioranza delle famiglie, indipendentemente dalla ricchezza. Il Dominus non si scompone, mai, neppure quando il Figlio Maggiore decide di spogliarsi di tutti i beni, come un novello San Francesco. Solo che la spogliazione non è a favore dei poveri, ma a favore del Fratello Minore. Il patrimonio resta saldamente di proprietà della Famiglia. Meglio ancora: resta in mano al sangue del proprio sangue. E se il Figlio Maggiore è diventato povero, diseredando così i propri figli? No problem. C’è sempre il Professore: “Davo alla cosa poca importanza, ci avrei pensato io ai nipoti, ero abituato a supportare io la famiglia”. Tante sono le cose alle quali il Dominus non dà importanza. Perché suo figlio, per sfuggire alla cattura della polizia, si lancia dalla finestra? La diagnosi del Professore: “Una manifestazione di follia. Un attacco di panico. Talvolta mi chiamava per delle crisi di panico, soffriva di queste cose, gli consigliavo di prendere una camomilla”. Chi sono io per mettere in dubbio l’effetto placebo di una raccomandazione paterna condita alla camomilla? E’ sempre il Dominus a fornire la linea a tutta la famiglia su ciò che si deve dire a proposito del Figlio Maggiore accusato di aver ucciso la moglie. L’unica verità da divulgare è: “E’ stato un eccesso di rabbia. Naturalmente si dice che non è vero, che è stato qualcun altro da fuori”. Qualcosa però lo inquieta ossessivamente. Due cuscini preziosi. Il Figlio Maggiore li ha portati da Ravenna. Sono macchiati, di cosa? Di sangue? Al professore non interessa: “Non so, ma serviva una lavanderia ad alto livello”. Alle 3 e 05 del lunedì mattina, stanco, forse affamato, certo scosso, col Figlio Maggiore in fuga braccato dalla polizia, una Nuora uccisa, il Patriarca ha un solo pensiero: va in cantina a controllare come stanno messi i due preziosi cuscini. Si tranquillizza: sono ben collocati, in mezzo a polvere e ciarpame, sani e salvi. Che siano insanguinati, poco importa, sono pur sempre stati disegnati dall’architetto Giulio Ulisse Arata, fra l’800 e il ‘900. Il Professore è sicuro di sé, meno degli altri, perciò controlla: “Solo io, so dove mettere le cose”. In questa storia non poteva mancare la Beneficienza, che dà sempre un po’ di lustro in più alla famiglia. Sta dentro a dei sacchetti pieni di vestiti e scarpe usate, messi dietro una siepe. Ci penserà poi una Signora della Caritas a ritirarli. Tutti lo sanno. Anche la Nipote Maggiore che, dopo aver visto, nelle videoregistrazioni, suo padre scaricare dei sacchetti dall’auto, fa due più due. “Voglio sapere cos’è successo. Dove sono i vestiti della mamma?”, chiede la bambina al Nonno Patriarca. Illuminato d’immensa saggezza, guidato dalla regola che “Ai bambini non si dicono bugie”, il Professore le risponde: “Con papà siamo andati a prendere dei sacchetti, Una parte li abbiamo buttati via, una parte li abbiamo lasciati per la Caritas. So che c’erano dei vestiti, ma non ho aperto quel sacco. Non posso escludere ci fossero i vestiti della mamma”. La Nipote lo ringrazia, e va via “molto contenta”. Il Nonno ha cancellato un sospetto, insinuando un dubbio. La sua parola non si mette in discussione. Il Dominus non accetta di buon grado di farsi dominare. Talvolta vacilla, ma solo quando si scontra con altre Autorità, istituzionalmente più forti di lui. Il poliziotto che l’ha fermato l’ha strattonato, gli ha puntato un’arma addosso, gli ha urlato: “Tu lo sai, cos’ha fatto tuo figlio?”. Ebbene, il rammarico di un vero Signore è: “Non c’era bisogno di darmi del TU”. E, oggi in aula, più di una volta il Professore ha cercato di invertire i ruoli, finendo addirittura per essere lui a porre domande alla PM. L’entrata trionfale sulla scena del dibattimento spetta alla Giustizia. Non è ben chiaro se si intenda quella divina o quella terrena. Comunque è una giustizia buona, pacificatrice. La fa entrare il Professore: “Sono rimasto scioccato quando ho visto mio figlio dopo l’arresto, me l’aspettavo disperato per essere finito in carcere, invece ho trovato una persona calma, tranquilla come se ad un certo punto avesse risolto il problema. Era come se pensasse: le cose sono andate così, giustizia è stata fatta”. Il Presidente della Corte chiosa: “Meritata”. Non manca nella saga neppure la comparsata di ‘albanesi’ e di ‘negri’ (poi corretto in persone di colore), che si paventa amino passare notti di bisbocce nella Villa di Ravenna, quella degli Orrori, della Morte, dei Fantasmi. La Villa dove è stata zittita e uccisa Giulia Ballestri. E i tanti non so, e i non ricordo, come giustificarli? Noblesse oblige: “Ho due preziosi privilegi, la lucidità e l’età, 87 anni, che mi promette una assoluzione non troppo lontana”. Sua o del Figlio Maggiore? Incerta la risposta. Il Patriarca non parla mai di onore o disonore, come ha fatto più volte il Figlio Maggiore. Lui non ha bisogno di difendere la propria onorabilità, perché nessuno può scalfirla, neppure un Figlio Maggiore in carcere con l’accusa di essere un femminicida. Alla fine della testimonianza, il Professore si alza. Claudicando con eleganza, s’avvicina al Presidente della Corte e gli porge la mano. Una rapida stretta. Poi, appoggiandosi al bastone, si dirige verso la Dottoressa D’Aniello, la PM, e, con un accenno d’inchino, stringe la mano anche a lei. Che caduta di stile, Professore universitario di grande lustro, di un altro millennio, mi aspettavo, almeno, un baciamano!

OMBRE DI UN PROCESSO / 16  9 febbraio 2018 – TREDICESIMA UDIENZA

Con l’udienza di oggi, la tredicesima, in Corte d’Assise si sono concluse le audizioni dei componenti la famiglia Cagnoni. Mi permetto di scattare una fotografia virtuale della Famiglia. Posso? Ancora non so quali luci metterò sul set. So solo che la fotografia deve trasmettere la peculiarità e l’essenza dei personaggi ritratti. Al centro ci va, ovviamente, il padre dell’imputato, “Professore universitario di grande lustro, di un altro millennio”. In piedi, carismatico, con l’elegante bastone a fianco. Guarda in macchina, par che ribadisca ciò che ha detto in aula la scorsa udienza: “Ho due preziosi privilegi, la lucidità e l’età, 87 anni, che mi promette una assoluzione non troppo lontana”. Un Patriarca che ha il pieno dominio della Famiglia: “Solo io, so dove mettere le cose”. Col viso in ombra per tre quarti, leggermente nascosto dalla spalla del Patriarca, metto suo fratello: lo Zio. Si fa forte del totale plauso del Patriarca: “Noi siamo gli ultimi di una serie, poi ci sono delle deviazioni del percorso”. Sorride leggermente, come di chi gode di buona serenità, di chi non ha problemi. Qualche udienza fa si è tolto il pensiero di confondersi nel rispondere a probabili domande imbarazzanti dell’accusa: ha scelto di non testimoniare in aula. Il Figlio Minore, Stefano Cagnoni, ingegnere informatico, lo mettiamo seduto a sinistra del padre. L’ombra del Professore gli nasconde una parte del viso. Un viso assai provato. Per ore, oggi, è stato costretto a trovare una logica alle sue stesse parole. La spoliazione dei beni da parte del fratello, ora imputato, a suo favore? “Mio fratello me l’ha chiesto e mi sembrava lo facesse stare più tranquillo”. La PM D’Aniello lo insegue: “Non si è posto il problema dei nipoti cui veniva tolta la casa?”. Come se gli fosse stata chiesta una ovvietà, il Figlio Minore risponde: “Quello che spettava ai nipoti sarebbe comunque arrivato … le proprietà della Famiglia sono di proprietà di tutti”. Il Presidente della Corte, lo invita alla concretezza : “Dunque, era un negozio simulato? Stavate giocando?”. L’ammissione è scontata: “Era ai fini della separazione”. Ma a questo punto, non essendoci più una Nuora Ribelle da punire, la difesa dell’imputato, annuncia in aula di aver chiesto la revoca degli atti notarili della spoliazione. Il Figlio Maggiore ridiventa proprietario di immobili e finanze che aveva ceduto per finta al fratello. Proseguo con l’udienza, sempre per definire meglio i personaggi per il Ritratto di Famiglia. Domenica sera (Giulia non dà più notizie di sé da due giorni) il Cognato non è allarmato: intuisce che sia con l’Amante. Dorme assolutamente tranquillo. La mattina dopo, cerca notizie on line: è stato trovato il corpo massacrato di Giulia e suo fratello Matteo è in carcere, con l’accusa di averla uccisa. Ora il Figlio Minore è allarmato. Alle 10.19 telefona al padre: “Cos’è stato? Un eccesso di rabbia? Il Patriarca gli risponde: “Io penso di sì. Naturalmente si dice che non è vero, che è stato qualcuno venuto da fuori”. E su quel “si dice”, l’Ingegnere informatico cerca di mettere una toppa. A Firenze è un termine dialettale che sta per “diciamo … noi si dice che … si dirà …” Un velo pietoso, per carità! Nell’inquadratura, sul tappeto, metterei anche un giornale spiegazzato, come simbolo di ‘maleducazione civica’. Lo dice l’Ingegnere intendendo la sindrome di cui soffrono le persone comuni, che dopo aver letto i quotidiani, attribuiscono la responsabilità dei delitti all’unico indagato. Anche lui c’è caduto, quando, in un messaggio ad una amica, ha scritto: “Mio fratello è l’assassino di Ravenna”. In pratica ha sbattuto anche lui il mostro in prima pagina. Ammette di essersi stupito lui stesso di se stesso, di quel messaggio frettoloso, scritto in un momento drammatico, sotto l’influenza dai media. Ma che la sua convinzione è vacillata subito dopo, perché suo fratello si dichiara innocente, perché in carcere l’ha trovato sereno, più sereno dei tempi in cui stava in collegio. Eppoi, sulla colpevolezza del Fratello Maggiore c’è il disposto del Patriarca: “Naturalmente si dice che non è vero”. Ma la domanda più pericolosa, quella che manda in crisi l’Ingegnere, sta nella sollecitazione del Presidente della Corte: “Se fosse stato mio padre, gli avrei chiesto: com’è successo? Lei gli ha chiesto: cosa ti ha detto Matteo? Perché è fuggito dalla finestra?” La risposta scandalizzata del Figlio Minore è: “Lei mi sta suggerendo che avrei dovuto interrogare mio padre?”. “Basta così”, taglia corto il Presidente, in crisi di pazienza. Da ultimo, col permesso della Corte, inserisco nella fotografia virtuale il Figlio Maggiore, nel posto assegnatogli dall’etichetta: alla destra del Padre. Oggi, sicuro della saldezza familiare, l’imputato è parso “Calmo, tranquillo come se ad un certo punto avesse risolto il problema … come se giustizia fosse fatta”. I Nipoti, i figli del Figlio Maggiore, non ci sono, siccome è stato deciso che non entrino nel processo in corso, per rispetto, mi astengo anch’io e non li metto nella foto. Solo ora mi accorgo che in questo Ritratto di Famiglia non c’è neppure una donna. Non più. Hanno parlato troppo. Non hanno rispettato la patriarcale regola del silenzio. La Madre è nelle sue stanze, zittita da un certificato medico. Le è accanto la sua fedele Dama di Compagnia, quella che la scorsa udienza, non ha riconosciuto la sua stessa voce al telefono. E la Nuora? Di lei neppure un ritratto. Già, Giulia è una delle figure non gradite, una donna che non si è voluta sottomettere alla sacralità della Famiglia. E’ morta, uccisa con inaudita ferocia, affermano i medici legali che hanno eseguito l’autopsia. Il suo viso è stato cancellato con una furia omicida. Meglio cancellarla anche dai ricordi di Famiglia, immagino direbbe il Professore. Le due Sorelle Amiche del Patriarca, che hanno testimoniato oggi, probabilmente sono sotto il tappeto come la polvere. Servono per “alleggerire le situazioni, sdrammatizzare, rassicurare”. Il loro ruolo è quello di star vicine al Professore, di ascoltarlo, ma soprattutto di “accettare senza domande ciò che dice”. Comunque non appartengono alla Famiglia Naturale, ma solo a quella Morganatica. Non manca nessuno nella posa. Cheese … State zitti tutti! Dove sono i cuscini verdi? Urla il Patriarca scompigliando l’inquadratura. Per la prima volta appare in ansia. E’ comprensibile, è ciò che accade quando due cuscini sono più importanti di una donna. Il Patriarca si placa: si deve essere ricordato che i cuscini li ha sequestrati la polizia scientifica. Per portarli in tintoria per cancellare le tracce del sangue e dei capelli di Giulia, bisognerà aspettare. Intanto ho trovato la giusta luce per la mia fotografia virtuale: una luce radente, caravaggesca, proveniente dall’alto, fuori campo, come se venisse da un lucernaio. Una luce che esalti i chiaroscuri dei visi ed evidenzi i dettagli delle espressioni. Che evochi detti e silenzi di una Famiglia dove non ci si parla come le Persone Comuni, ma per ruoli prestabiliti. Zitti tutti! Sorridete. Click. Ecco fatto il Ritratto di Famiglia. Ingrandisco la foto sul mio desktop. C’è qualcosa che vien fuori dalla tenda dello sfondo. Una mano? Ingrandisco il dettaglio: è la mano di bambina. Intuisco anche una figuretta accoccolata per terra. Sento il suo pianto sommesso. Improvvisamente, però, il dito indice di quella manina si protende verso l’alto per fare una domanda: “Perché è stata uccisa la mia mamma?”

OMBRE DI UN PROCESSO / 17  16 febbraio 2018 – QUATTORDICESIMA UDIENZA

“Famiglia all’antica, dove lui ha più potere di lei”. “Esprimevano un problema d’amore”. Le frasi scelte dall’udienza di oggi, la quattordicesima, le ha dette lo psicoterapeuta di coppia, Stupiggia, a proposito di Giulia e suo marito. Una famiglia all’antica, dove Lui è lucido e argomentativo. Attivo. Ha più potere all’interno della coppia. Lei appare sofferente e scoraggiata: “Una donna che si ritirava sempre di più, anche dall’interesse per la famiglia”. Una donna in ritirata, con un low profile. Lui è up, Lei è down. Lei non ha potere. Lui dice di Lei che è depressa: “Tu stai male. Curati!”, e la costringe a mandar giù i farmaci antidepressivi, che le prescrive lui stesso. Lei ammette di essere depressa, perché: “Lui mi toglie spazio”. Può una famiglia all’antica sopravvivere nel secondo millennio? Può. Le famiglie all’antica vivono ancor oggi in molte case, condomini, ville e tuguri, basta chiedere alle donne. Lo psicoterapeuta definisce Lui e Lei, una coppia squilibrata. Il suo obiettivo è cercare di rimettere a posto il disequilibrio con l’empowerment, la presa di coscienza e la successiva ricerca di un nuovo equilibrio. Lei, impavida, esce dal down, si mostra interessata e riflessiva. Lui resta fisso nella sua visione di avere una moglie depressa. “Lui è un narcisista e lei non è malata”. Dopo quattro, cinque sedute, Lui interrompe i colloqui. Il rapporto tra Lui (il Soggetto) e Lei (l’Oggetto) ormai però non è più lo stesso: il disequilibrio della coppia è venuto fuori, è stato nominato. La determinazione di Giulia è sempre più forte: “Rivoglio il mio spazio, la mia vita”. Stupiggia l’ha descritta essere, all’inizio del 2016,: “In uno stato germinale di emancipazione”. Nei mesi successivi Lei ci lavora su, usa la crisi matrimoniale positivamente, per rinascere. Il germoglio si fa pianta. Ora è Lei a pretendere dei cambiamenti nel rapporto con Lui. Cose umane: uscire con le amiche, avere una vita propria, tornare a lavorare, ora che i bambini sono più grandi. Non le basta emanciparsi economicamente, vuole essere libera di esprimere la propria soggettività, il proprio sentire. Vuole essere, dopo tanto apparire, semplicemente Giulia Ballestri. E’ una donna non più sottomessa. E’ sempre più determinata nel volere la separazione, ma con altrettanta determinazione vuole trovare un’intesa per i bambini. E’ consapevole che sta rischiando di perdere tutto ciò che ha: casa, agi e figli. Mentre Lei si rinnova, Lui usa la crisi matrimoniale per demolire. Demolire tutto: ‘Muoia Sansone con tutti i filistei’. L’unico modo che Lui trova per risolvere la crisi è uccidere, annientare. Sotto le macerie ci sono anche i suoi figli, ma è solo un effetto collaterale. Lui, però non è Sansone, e non ci pensa neanche un po’ di perire lui stesso. Già si sente tranquillo “come se giustizia fosse stata fatta”. Tanto basta. Il suo potere è salvo. Sarà salvo fino a che si dichiarerà innocente, al di là di una probabile condanna. Lo deve fare per i figli, per il “suo sconfinato amore per loro”. La sua proclamata innocenza, diventare il protagonista di un errore giudiziario, forse, lo farebbe diventare un eroe agli occhi dei bambini, almeno a uno. A proposito di figli, fa riflettere l’affermazione di oggi della psichiatra Brandi: “Meglio orfani che figli contesi, l’orfano può trovare qualcuno che lo ami, il figlio conteso si muove in una famiglia dilaniata, senza speranze”. In un femminicidio però i figli e le figlie, sono stati 1600 dal 2000 al 2014, sono orfani due volte: di una madre uccisa dal loro padre. Torno a riflettere sulle affermazioni dello psicoterapeuta Stupiggia. Ma siamo sicuri che sia davvero un problema d’amore? E se fosse un problema di potere? Mi do la risposta da sola. Gli aggettivi usati dagli amici, che conoscono l’imputato da quasi trent’anni, per descriverlo sono stati: solare, trascinatore, disponibile, carino. Violento? No. Vendicativo? No. Arrogante? No. Un padre molto attento. Premuroso e gentile con la moglie, nonostante i dissidi evidenti. Un amico lo trova un tantino permaloso. Racconta di una intercettazione presa nell’auto di Giulia che sta parlando del marito al suo nuovo compagno. Diceva che “non sopportava il suo odore, era nauseata di lui, e che lo trovava repellente”. Un altro amico ammette candidamente: “Avevo paura a fargli dei torti, temevo mi facesse delle ritorsioni”. E che: “Un altro uomo si fosse messo in mezzo, intromesso, era insopportabile per lui, soprattutto con quel tipo di uomo”. E ancora: “Il suo problema era lo sputtanamento pubblico”. Da fuori non si notava niente. Bella coppia. Famiglia del Mulino Bianco. Tanto basta, Vostro Onore. Essere o apparire. Vorrei credere che i suoi amici abbiano cercato di far apparire l’imputato, migliore di quel che è. Rischierebbero solo, si fa per dire, un’accusa di falsa testimonianza, che prevede da due a sei anni di carcere, ma vallo a dimostrare in mezzo a tanti non so e non ricordo. Invece li ho sentiti convinti nel dire che quella coppia, squilibrata, era felice. Il che, è peggio. Non vorrei che fosse invece lo stesso modello di famiglia all’antica che venerano, che vogliono, che instaurano con le loro mogli o compagne. A questo punto mi chiedo: non è che sia proprio lo sbilanciamento, tipico di ogni famiglia all’antica, a garantire la tenuta di un rapporto di coppia? In mezzo a tanta pochezza maschile, in aula si è distinta la voce di una donna, la moglie di uno degli amici dell’imputato. Finalmente una persona reale. Una persona con emozioni e umanità. Matteo si riteneva, dice la signora,: “Una vittima della situazione … che amava ancora Giulia… e diceva a mio marito: Io voglio solo lei”. La sua voce a tratti esce impedita dal respiro in apnea. Anche lei pare ritirata. S’incrina la voce al ricordo di Giulia, anche se non si conoscevano bene. Empatia? Sorellanza? Conoscenza dei meccanismi insiti in una famiglia all’antica? Mi permetto una breve digressione. Se ragioniamo sull’apparire, oggi si è palesato in aula Matteo il Magnifico, ignoto mecenate del nostro secolo. Stava organizzando una mostra personale di un noto pittore! E chi se ne frega! No, no, conta invece. Un Mecenate potrebbe avere diritto a un’attenuante? Ci si prova. Se poi ci aggiungiamo quanto l’imputato da giovane fosse tanto bello, buono e bravo, è fatta. Sull’essere un mecenate davvero, c’è qualche dubbio: quella mostra appare essere una speculazione, una questione di soldi, più che amore per l’arte. Non riesco a togliermi dalla mente il quadro del Narciso. Un quadro che a Giulia non era mai piaciuto. Che non voleva in casa e che aveva fatto portare alla villa di via Genocchi, per non vederlo più. Quel quadro da fotografare con la scusa di un compratore, peraltro inesistente. Un quadro che è stata costretta a rivedere quella mattina prima di morire. Potrebbe essere l’ultima immagine che ha visto Giulia, prima di essere colpita alle spalle da un Narciso vero.

OMBRE DI UN PROCESSO / 18  23 febbraio 2018 – QUINDICESIMA UDIENZA

“Sono l’ombra di me stesso”. Questa è la fin troppo facile ombra di oggi. E’ tratta da una frase dell’imputato. “Non ce la faccio più”. Non è Giulia a dire questa frase, oggi in aula. Giulia non c’è più. E’ stata uccisa per averla detta. L’ha detta invece l’imputato in una dichiarazione spontanea alla fine della quindicesima udienza. “Chiedo alla Corte clemenza e fiducia per alleggerire la detenzione”, cioè l’imputato ha chiesto gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. “Sono cambiato io, dall’ultima richiesta è come fosse passato un anno”. La precedente richiesta è di due mesi fa. Effettivamente l’imputato tiene un low profile, lo sguardo basso, ha la voce scoraggiata, tratteggiata da incrinature. Oggi sembra com’era Giulia quando andarono dallo psicologo di coppia: down. “Oggi sono una persona in grado di dominare le mie pulsioni”. Dal pubblico colgo brandelli di indignazione: “In galera deve restare e si deve buttare via la chiave”. “Dopo aver ammazzato Giulia, ora vuole clemenza? Quella clemenza che gli chiedeva Giulia? quella che lei non ha avuto?”. Vado all’inizio dell’udienza di oggi. Per primo è stato chiamato un amico dell’imputato. Consultando gli appunti delle precedenti udienze, ho trovato le testimonianze di altri amici. Appaiono tuttora un gruppo di soli amici maschi. Stesse parole, stessi non ricordo. Magari ci si conosce da quindici o vent’anni. Magari all’inizio ci si misurava le nudità in palestra, forse qualcuno sputava più lontano di un altro. Poi ci si confidavano le conquiste. Posizioni, durate, quantità. Più tardi si è anche diventati testimoni di nozze l’uno dell’altro. Nel gruppo ci sono il bello, il brutto, il buono e il cattivo. Ci sono gli ambiziosi, i dominatori, i vendicativi. Ma alla fine si è sempre d’accordo. Le complicità giovanili si rinsaldano, maturano man mano che si cresce. A cinquant’anni suonati c’è l’amico che si intesta schede telefoniche per permettere all’altro amico di chiamare, senza farsi scoprire dalla moglie, una prostituta, un’accompagnatrice o una escort, nei momenti di bisogno. Eppure: “La famiglia era molto importante per lui … Era preoccupato del rapporto con i figli”. Tutti sono d’accordo. Più d’uno consiglia un investigatore privato per pedinare quella stessa moglie. Tutti sono d’accordo: servirà in caso di divorzio … per l’affidamento dei figli, forse. C’è anche l’amico che s’incarica di chiedere informazioni sull’amante della moglie. L’amante: “Quella persona lì, che tutti conoscono come uno sfigato, quello di cui Matteo non nominava neanche il nome”. Anche pedofilo, ricorda il cattivo. Tutti d’accordo. Gli sputi si sono trasformati in parole, ma il concetto non cambia. Durante l’ultima cena fra quegli amici, il 6 di settembre, dieci giorni prima del femminicidio di Giulia, compare sulla tavola del convivio un file audio. E’ la registrazione telefonica di una conversazione rubata. La voce di Giulia che si sfoga col suo nuovo compagno e racconta ciò che prova durante i rapporti sessuali col marito, quelli che, da altri testimoni, abbiamo saputo essere stati, in quegli ultimi mesi, forzati, pretesi, violenti. Il marito c’è rimasto male: la sua sessualità, no, e poi no. “Era una figura pubblica, conosciuto a Ravenna e anche fuori. Temeva lo sputtanamento. Il disonore”. La preoccupazione di Matteo è la firma dell’accordo di separazione, il 13 settembre, dall’avvocata di Forlì. Tutti sono d’accordo, anche quando in aula spesso non ricordano o accampano scuse: “Al ristorante si sentiva poco e male … “. Solidali fino all’ultimo. Il tempo non è passato “Sto perdendo la voglia di vivere … chiedo un gesto umano per farmi recuperare energia. Ho paura che mi venga un tumore per l’abbassamento delle difese del sistema immunitario”. Si è parlato oggi anche di una porzione di ramo, di pino domestico col taglio recente, ancora con l’odore di legno e resina. Proviene dall’abbattimento di pini della villa di Marina Romea. Insieme ad altri bastoni è stato portato a casa in via Giordano Bruno. Poi è stato rinvenuto nella villa di via Genocchi: intriso di sangue, col dna dell’imputato. E’ stato abbandonato vicino ad un quadro. Chiaro indice di premeditazione. L’altra arma del delitto è nello scantinato. E’ lo spigolo di muro. L’abbiamo rivisto oggi in un video, girato dalla polizia nel primo sopralluogo. Uno spigolo sbrecciato che finisce in una grande pozza rossastra: “Questo è sangue!”. Dalla pozza si diparte una strisciata sul pavimento. “Uscite tutti quanti”. Nero. La ripresa della Scientifica si interrompe. Il tempo si è fermato lì. Quasi un’ora è durata l’agonia di Giulia. Il pover’uomo pare prostrato in preghiera: “Mi sento ai piedi di Cristo”. Dove Cristo è lui stesso. “Vivo un profondo malessere che mi fa pian piano morire ogni giorno”. La PM dice che “questa sofferenza psichiatrica e l’incompatibilità col sistema carcerario non ci viene assolutamente segnalata dalla direzione del carcere”. “Se un uomo lo si vuol distruggere, gli si tolgono i figli … I miei figli sono la mia unica ragione di vita. La loro mancanza mi affossa, il non potere avere un contatto con loro, il non sentire il loro odore … non riesco neanche a guardare le loro foto”. L’imputato ha toccato il tasto più dolente: i bambini. Eliminata la madre, distrutti i figli. La decisione di non poter vedere i figli non è di questo Tribunale, spetta al Tribunale dei minorenni, precisa la PM. D’Aniello, mentre dà parere negativo alla richiesta dell’imputato degli arresti domiciliari, seppur con i braccialetti elettronici. Rispetta la sua sofferenza, ma, “Se si chiudesse oggi il processo, si andrebbe a una sentenza di condanna”. L’avvocato Scudellari, che rappresenta i Ballestri, commenta: “Ai piedi di Cristo, ci sono i familiari di Giulia, per i quali non è passato neppure un momento”. Perché Giulia aveva tanta voglia di vivere. Di amare. Sé. I figli. Un altro uomo. Gli amici. La vita. Pensava a separarsi e a ricominciare daccapo. E quella sera della cena degli amici, il 6 settembre, cosa faceva Giulia? Me la immagino a casa, con i figli abbarbicati addosso, semiaddormentati, sereni. Anche lei pensa all’incontro con l’avvocata di Forlì per la firma dell’accordo di separazione. Pare tutto a posto. L’affidamento congiunto dei figli nella loro casa. Purché non soffrano. Mette a letto i bambini. Li bacia. Per il resto ci sarà tempo, dopo, dopo, quando la separazione sarà firmata. Forse pensa: domani comprerò le costine di maiale per pranzo, i bambini ne vanno matti. Giulia non sa, non ancora, che quell’accordo sarà una bufala, che suo marito non ha più un soldo, né una proprietà intestata. Sa solo che il marito non le farà mai del male: l’ha giurato sui figli.

OMBRE DI UN PROCESSO / 19  2 marzo 2018 – SEDICESIMA UDIENZA

L’aula vuota per gelicidio. L’udienza è rinviata. Non ci sono ombre. La luce è spenta. L’unica notizia è l’ordinanza della Corte sulla richiesta di arresti domiciliari che Matteo Cagnoni ha pietito l’udienza scorsa. Richiesta respinta: nulla è cambiato dal precedente diniego di due mesi fa. A casa mi aggrappo alle riflessioni, ascolto la radio, leggo. Cambio canale. Il dibattito è lo stesso. Il femminicidio di Latina ha portato sui media psicologi, psichiatri, sociologi, pediatri, matrimonialisti, tuttologi. Ormai il termine femminicidio è d’uso comune, le statistiche di violenze e molestie sul lavoro sono buttate lì come cose risapute. Lo strapotere degli uomini è riconosciuto e denunciato. Si parla di fragilità degli uomini. Affiora qualche lacrima maschile. Qualcuno presenta un libro sulla crisi del patriarcato. I dibattiti si mescolano a rubriche raccapriccianti e diseducative di violenza sulle donne, che invitano all’emulazione e stimolano il voyeurismo. Cambio canale di fronte agli sfoghi individuali, ai pianti forzati nei talk show. La frase ‘tragedia annunciata’ è già diventata vecchia. Tutto d’un tratto, in tv, pare che uomini e donne si siano svegliati e vedano la realtà maschilista in ogni dove. Perché allora con tutto questo aumento di consapevolezza, nulla cambia? Tante donne sono complici del patriarcato, dice qualcuna, anche loro ne sono intrise. Sono loro a trasmetterne i meccanismi a figli e figlie: il maschio sarà aggressivo, la femmina remissiva. Applausi in studio. Allora se sappiamo già tutto, perché ogni due giorni c’è un femminicidio? Ormai si sa che non esiste il raptus. Nella maggior parte dei casi, tutto pare iniziare con un desiderio di separazione da parte della donna. Mi oppongo, Vostro Onore: tutto inizia ben prima. Che tipo di consapevolezza nuova portano i media, visto che c’è ancora chi scrive uxoricidio, al posto di femminicidio? Tutto è affrontato come spettacolo, non con un’ottica di genere. Perché nei dibattiti televisivi, le femministe e il pensiero delle donne hanno ancora così poco spazio? Potrebbero aggiungere spessore a temi spesso semplificati. Il femminicidio dovrebbe essere aggredito in maniera integrata, in tutti gli aspetti della vita quotidiana: la scuola, il linguaggio, il lavoro, la salute, altrimenti, ragionando per settori separati, un pezzo alla volta, si risolve poco o niente. Non basta l’assistenzialismo, serve una trasformazione radicale della cultura. Dalla radio mi distrae la voce affannata di un ragazzino. Ha tredici anni è disperato: suo padre massacra di botte sua madre, che lei non vuole denunciare perché altrimenti lui la ammazza. Suo padre è geloso, possessivo. La mamma non vuol incontrare l’assistente sociale perché ha paura che le portino via il figlio. Al pronto soccorso hanno fatto intervenire i carabinieri, ma la mamma ha detto che se denunciava suo marito, lui avrebbe perso il lavoro. Allontanamento del padre impossibile: devono ancora finire di pagare il mutuo della casa. La separazione legale è fra un mese. Ho paura che la uccida. Che faccio? chiede il ragazzino al telefono. Che fare? mi chiedo io. Non domani, nel futuro, nella filosofia, ma oggi, adesso. Quale risposta ho? Potrei dirgli di confidarsi con una sua insegnante. Magari nella sua scuola esiste uno sportello per l’ascosto degli studenti. Mi informo: poche scuole hanno questo tipo di sportello, e per ottenere dei colloqui con lo psicologo, ammesso che ci sia, la scuola deve avere il permesso da entrambi i genitori. Intanto nei salotti tv sembrano tutti trasversalmente concordi. E’ una questione culturale. Cambiamo le mentalità. L’educazione. Bisogna partire dalla scuola. Qualcuno suggerisce di introdurre l’insegnamento dell’educazione ai sentimenti nelle scuole. Una donna azzarda, l’educazione al genere. Si portano esempi di incontri nelle scuole con esperti, studenti, insegnanti. Di corsi per imparare a difendersi nel web. Qualcuno si lamenta che i presidi non vogliono neppure sentir nominare la parola ‘genere’ nel loro istituto. Senza contare l’inerzia di tanti di loro supini alle pressioni di associazioni di genitori che ritengono l’educazione dei figli un esclusivo compito della famiglia e minacciano denunce. Il ragazzino tredicenne è ancora al telefono, aspetta una risposta. Come posso dirgli che deve aspettare che cambi la cultura? Che è una questione politica. Potrei dirgli di fare denuncia. Ma non può: dai 10 ai 14 anni un ragazzino non può sporgere querela o denuncia, ci vuole anche la firma di uno dei genitori. Così è la legge. Cambiamo la legge? Facciamo un’altra nuova legge dopo il femminicidio di Latina? Era un carabiniere, ha ucciso la moglie con l’arma di ordinanza? Allora ci vuole una norma che stabilisca che gli appartenenti alle forze dell’ordine, che hanno dato segnali di problematiche psicologiche, devono lasciare l’arma in caserma prima di andare a casa. Tutti d’accordo. E se i segnali vengono ignorati? E se quel carabiniere disarmato avesse ammazzato con un bastone e uno spigolo di muro, come è stata uccisa Giulia? Potrei consigliare al ragazzino tredicenne di convincere, lui, sua madre, anche se non è giusto chiedere ad un ragazzino di farsi carico dei problemi dei suoi genitori. Potrebbe accompagnare sua madre in un centro antiviolenza. Troverebbe sicuramente ascolto, sostegno e soprattutto sarebbe creduta. Sarebbe un gran sollievo. Magari troverebbe la forza di fare una denuncia. Se i maltrattamenti sono reiterati nel tempo, se ci sono referti medici, si può chiedere un provvedimento restrittivo per allontanare da sé e dalla casa il marito violento. E dal lavoro? E dal supermercato? E se lui non rispetta il provvedimento? E se, come spesso accade, la donna cede, ritira la denuncia? Perché? Già, noi donne diamo sempre un’altra possibilità, crediamo ai cambiamenti, ci fidiamo. Crediamo nei pentimenti. Siamo tante Giulia e non ce ne accorgiamo. Il centro antiviolenza potrebbe trovare una sistemazione per mamma e figlio una sistemazione in una casa rifugio. Per fuggire a una ‘tragedia annunciata’. Ma a quale prezzo? Una storia vera: il marito è stato condannato in primo grado a sette anni e tre mesi di carcere per continue violenze e maltrattamenti gravi in famiglia; ha fatto ricorso in appello; ottenuto la libertà vigilata con obbligo di firma. Lei da due anni vive in una casa rifugio con i figli; ha perso il lavoro, vive lontana dalla sua città. Lui ha mantenuto il lavoro, vive in casa sua, gira liberamente. Chi lo fermerebbe se volesse uccidere sua moglie? Magari anche i figli, visto che sono di sua proprietà? A proposito di centri antiviolenza, a che punto siamo? E’ vero c’è un piano nazionale, si presentano progetti, ma poi mancano i finanziamenti, ci sono solo sostentamenti, vale a dire appartamenti, cibi, indumenti. Nella realtà i centri antiviolenza rischiano di chiudere. Intanto il ragazzino tredicenne aspetta una risposta. Concreta. Mi è venuta un’idea. A Ravenna, anche se pochissimi lo sanno, esiste un centro per gli uomini maltrattanti. Gli uomini difficilmente ammettono di non riuscire a dominare le proprie pulsioni. Mi è stato raccontato di una donna maltrattata da vent’anni dal marito non fisicamente, ma vessata quotidianamente con urla e minacce. La signora ha ottenuto l’allontanamento del marito, il quale, messo alle strette, ha accettato la proposta di frequentare regolarmente un centro per uomini maltrattanti. Dopo otto mesi, dice la signora, il marito si è calmato e ora non urla più. La signora ha trovato evidentemente una strategia vincente. Cosa non facile. Giulia Ballestri non l’ha trovata la strategia vincente. Perché da sole è difficile trovarla. Eppoi, francamente, non riesco ad immaginare l’imputato Cagnoni rivolgersi ad un centro per uomini maltrattanti. Lo sento piuttosto dire: Un Cagnoni non uccide, fa giustizia. E il ragazzino tredicenne al telefono? Nel frattempo si è stancato di aspettare e ha interrotto la comunicazione.

OMBRE DI UN PROCESSO / 20  9 marzo 2018 – DICIASSETTESIMA UDIENZA

Verità. E’ la parola odierna. Vien detta in ogni udienza, è vero, ma oggi è un’ombra. Non tutti ascoltano bene le avvertenze che il Presidente legge ad ogni testimone prima dell’esame. Chi non dice la verità, chi rende falsa testimonianza rischia da due a sei anni di carcere. Siamo in un processo penale. In una corte d’assise. La verità è d’obbligo. La scappatoia dei “non ricordo” non sempre funziona e si rischia di essere accusati di reticenza. Quale verità? Di verità ce n’è una sola? Dipende. La figura del reticente pentito ci mancava. Ovviamente è una donna. La reticenza maschile, affiorata qua e là durante il processo, appare invece più tollerata, talvolta ridicolizzata, ma niente più, anche perché, ciò che gli amici dell’imputato avrebbero potuto rispondere oltre a “non so” e “non ricordo”, non era poi così probante. La reticente pentita, uscita dall’ombra di oggi, invece ha delle cose probanti da dire. E’ pentita di aver detto poche verità e qualche bugia. Il 16 marzo tornerà sul banco dei testimoni, Adriana Ricci, custode della Villa di Via Genocchi e amica di Vanna Costa, madre dell’imputato. In aula, un mese e mezzo fa, il 2 febbraio, alla Ricci venne fatta ascoltare l’intercettazione di una telefonata fra lei e Vanna Costa. Il colloquio verteva sullo sfogo di Vanna: “Matteo l’ha fatta grossa, ma ha vissuto un trauma così grosso per la distruzione della sua famiglia che non ci ha visto più”. La Ricci dice al Presidente della Corte che la voce non è la sua. Così non va. La procura apre un fascicolo contro la Ricci per reticenza e falsa testimonianza. La donna si rivolge ad un avvocato. La signora Vanna, saputo dell’incriminazione dell’amica, il 16 febbraio, le telefona per rassicurarla: per difendersi le mette a disposizione un avvocato di famiglia. Complimenti alla signora Vanna! Una donna molto lucida e pronta, nonostante da un anno e mezzo sia affetta da deficit cognitivi, Alzheimer. Deve essere sfuggita ai controlli maritali che la obbligano, come si sa, all’imperativo: “Stai zitta”. Dopo la telefonata, Adriana avverte il proprio avvocato, che passa la segnalazione alla polizia e alla procura. Adriana Ricci è stata richiamata in aula per dire la sua nuova verità. Quella vera? Riconoscerà la propria voce? Di cosa si è pentita? Vedremo. La verità scientifica invece è una verità vera. In questo caso, inoppugnabile. Grazie alle nuovissime tecnologie a disposizione. Oggi è il giorno della formula di compatibilità: LR 3,37 per dieci alla ventiduesima. E’ un parametro che stabilisce quante possibilità ha una traccia di sangue di appartenere ad una data persona. Dieci alla ventiduesima è più che probabile, è una certezza, da notare che basterebbe un dieci alla sesta per la compatibilità. Non me ne vogliate per questa divagazione forse troppo tecnica, ma a volte ci vuol pazienza per arrivare alla verità vera. LR 3,37 per dieci alla ventiduesima sono i risultati di compatibilità col sangue di Giulia sull’impronta del palmo dell’imputato sul muro e sul frigorifero, sulle poltroncine verdi, sul cuscino verde, sulla torcia trovata nella sua auto, sulla maniglia del portabagagli, sulla scarpa Timberland. Ho lasciato per ultimo il bastone perché oltre alla formula di cui sopra è stato trovato il cromosoma Y (maschile) compatibile con la linea paterna della famiglia Cagnoni. Per ultimissimo ho lasciato un paio di jeans. Sono dell’imputato. Sono stati sequestrati nella villa di Firenze. Tracce del sangue di Giulia. Schizzi. In tasca ci sono delle monetine e un frammento. Frammento di cosa? E’ molto scuro. Una scheggia di legno. Proviene dal bastone E’ una scheggia colorata di sangue seccato. Di chi? Compatibilità LR 3,37 per dieci alla ventiduesima. E’ di Giulia. Com’è finito nella tasca dei jeans dell’imputato un frammento del bastone usato per tramortire Giulia? Un caso? Un ricordo? Un souvenir? Ce lo dirà l’imputato? E cosa ci facevano quei jeans insanguinati a Firenze visto che non sono gli stessi pantaloni che aveva quella mattina a colazione? Ma quante volte si è cambiato nel giro di qualche ora? Perché non ha buttato via anche quei jeans? Si dice che l’assassino torni sempre due volte sul luogo del delitto, che sia successo così, ammesso che l’imputato sia colpevole? Quale verità dirà alla PM Cristina D’Aniello e al Presidente Corrado Schiaretti, il prossimo 23 marzo, data in cui è previsto l’esame dell’imputato? In effetti, la PM aveva chiesto di iniziare l’esame il prossimo venerdì, il 16 marzo, ma l’avvocato difensore Trombini ha ottenuto di posticiparlo di una settimana, perché “ci sono tante cose da preparare”. La parola “preparare”, mi punge vaghezza. Ricordo che l’imputato si è sempre dichiarato innocente. Quindi, che bisogno ha di prepararsi? La verità non si prepara, la verità si dice. Può essere accusato di reticenza o falsa testimonianza? Non so. Chiedo ad una amica avvocata. L’esame di un imputato durante tutto il processo fa parte del diritto costituzione di difesa. L’imputato si presume innocente fino all’ultimo grado di giudizio. La pubblica accusa deve dimostrare tutti gli elementi che lo incriminano al di là di ogni ragionevole dubbio. L’imputato ha diritto di discolparsi, senza obbligo di verità. “Nemo tenetur se detegere”, nessuno può essere obbligato a dichiarare la propria responsabilità penale. “L’imputato non solo gode della facoltà di non rispondere ma non ha nemmeno l’obbligo di dire la verità”. Rifletto sulle garanzie per il diritto costituzionale alla difesa di tutti i cittadini e m’inchino contenta che ci sia il diritto alla difesa. Però la parola “preparare” non mi va giù. Forse si può preparare la veridicità di una verità non vera. Si prepari comunque esaminando Cagnoni. I suoi coaches il Professore Padre e l’avvocato, Giovanni Trombini, sono in gamba, ma lei deve studiare. Chissà cosa studia, su quali testi, su quali parole insisterà? E’ un esame vero quello che lo aspetta. Da quando lo si vede in aula, da ottobre, l’imputato scrive. Scrive, non pare prenda appunti. Si dice che ambisca a diventare scrittore. Certo il suo nome sarebbe in copertina. Titolo? “Il Vangelo secondo Matteo”. PS. Prima di finire il mio articolo ho passato in rassegna la stampa, con l’occhio attento a termini sessisti. Eccolo là. Un titolo niente male! Sento puzza di moralismo. E’ in un quotidiano locale on line del 10 marzo: “Sangue di Giulia sui jeans di Matteo, dna di un altro uomo sotto le unghie di lei”. In questo modo si insinua il sospetto che Giulia avesse un altro amante, perché sotto le sue unghie non sono state trovate tracce né del DNA di Cagnoni, né del nuovo compagno di Giulia. Si vuol sottintendere che Giulia avesse due amanti, e, perché no, tre? Ergo fosse colpevole di alto tradimento? Un’attenuante per chi l’ha uccisa per lavare il disonore? Ho pensato fosse colpa del titolista. Spesso accade che il contenuto del titolo non rispecchi quello dell’articolo, il titolo è un modo per attirare l’attenzione del lettore. In questo caso no, il testo è conforme. Per di più è stata omessa un’importante precisazione. Sotto alcune unghie delle mani di Giulia è presente un DNA appartenente a un maschio. Di che età non è possibile saperlo. Ricostruendo le azioni di quel venerdì mattina, è probabile che Giulia abbia fatto una doccia e aiutato i figli ad alzarsi, vestirsi, far colazione. Sappiamo che assieme al marito li ha accompagnati a scuola. Certamente Giulia li avrà baciati, accarezzati. “Dopo una carezza, un grattino …, potrebbe essere rimasto del materiale sotto le unghie?”, chiede la PM alla dirigente dell’Ufficio di genetica della polizia scientifica di Roma, Alessandra La Rosa, che così risponde: “Sì, è una possibilità”. Certo un bambino è un maschio, ma non è ‘un altro uomo ‘, che suona come un amante.

OMBRE DI UN PROCESSO / 21 16 marzo 2018 – DICIOTTESIMA UDIENZA

“Si vedeva che aveva pene d’amore”. Così sembrava l’imputato sabato 17 settembre 2016, la sera successiva a quella del femminicidio di Giulia. Lo dice un suo amico di Firenze, sentito oggi dalla corte. Racconta di una pizzata improvvisata a casa sua, quel sabato sera. “Sapevo della separazione, era giù, affranto, ma non ho notato un atteggiamento particolarmente nervoso, forse amareggiato, si vedeva che aveva pene d’amore”. (Sigh) Poi il teste ricorda una cena dove c’era anche Giulia, in novembre del 2015: “Fu una serata molto bella, vedevo l’amore fra loro, non notai nessun problema, erano una bella famiglia”. Clic. La fotografia da mettere nell’album. In quel momento la coppia era già in crisi da mesi, ma i pensieri non rimangono impressi né sulle pellicole, né fra i pixel. Oggi, per la diciottesima udienza, è di scena il Come. Come è stata uccisa Giulia Ballestri? Affrontare il Come è così pesante che il raccapriccio azzera il fiato. L’imputato invece dondola le gambe, come quel venerdì mattina in pasticceria con Giulia, qualche ora prima che fosse uccisa. Sento il fastidioso stridio delle suole delle sue scarpe. Il consulente delle impronte, Musio, per la famiglia Ballestri, dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, che le impronte di sangue sul muro e sul frigo sono soltanto dell’imputato. Un palmo destro, uno sinistro e un pollice. Compatibili con un mancino, com’è l’imputato. Il consulente, l’anatomopatologo Nannini, ha portato l’inoppugnabile verità scientifica. Ha dimostrato il Come. Copro i dettagli. Non posso e non voglio scriverli. Il colpo col bastone, sul ballatoio, stordisce Giulia. A tratti è priva di coscienza, a tratti tenta di fuggire. Il femminicida potrebbe fermarsi lì. I colpi non sono mortali. Invece no. Non finisce lì. Nei successivi trenta, quaranta minuti c’è un vuoto scientifico sul come si siano succedute di preciso le azioni. Bastano le striature, gli schizzi, le impronte per supporre ciò che è accaduto. Il risultato non cambia. Gli ultimi quindici minuti della tortura di Giulia, sono il finale peggiore. Un finale stampato su un’altra fotografia. E’ il viso di Giulia, così come è stato trovato sessanta, settanta ore dopo dagli inquirenti. Vorrei ringraziare personalmente il Presidente Schiaretti per non averla fatta vedere in aula. L’abbiamo già vista una decina di udienze fa e l’abbiamo tutti ancora dentro. Su questa fotografia si chiude il sipario. Crudeltà? Efferatezza? Le aggravanti sono ampiamente dimostrate, come voleva l’avvocato Scudellari. E il Perché? Il perché sta in quell’ora. Dall’aggressione alla morte. Il Perché sta nell’audio di quell’ora. Nell’audio che manca nelle fotografie e nelle ricostruzioni scientifiche. Il Perché sta nelle parole e nei pensieri che il marito urla alla moglie per quasi un’ora. Molte le sappiamo già: mi hai disonorato, ti porto via i figli, l’amante, l’onore, il tradimento. Le altre parole le possiamo immaginare. Sono quelle che molti uomini urlano alle loro mogli o compagne che li vogliono lasciare, perché cercano un’altra opportunità di vita. Indipendentemente che ci sia un’altra relazione di mezzo. Le aggressioni verbali maschili sulle donne a base di sessismo sboccato, lo sappiamo bene, intimoriscono, offendono e mettono la donna in stato di subalternità, di inferiorità. Anche passività, come nel caso di Giulia, così dice il consulente. Non si è difesa. Ha cercato disperatamente di fuggire. Sento risuonare il suo No. No. Un No incredulo: eppure lui aveva giurato sulla testa dei suoi figli che non le avrebbe fatto del male. Il No è sempre più roco. Fino al silenzio totale. Chi l’ha uccisa voleva che soffrisse il più lentamente possibile. Crudeltà e vendetta. Più di un teste, amici e non, in questo processo, hanno ricordato la vendicatività dell’imputato di fronte ai torti subiti, “da doverne star attenti”. La vendetta è una manifestazione di fragilità. Soprattutto maschile. Di chi non vuole perdere, di chi pretende di aver ragione. Sempre. Vendetta. Penso all’ultima fotografia di Giulia. La nudità del corpo. Perché, a quanto pare, è anche stata costretta a spogliarsi completamente. Quella nudità mi pare l’ultimo sfregio, l’oltraggio più perfido. Perseguitata e beffata. Esposta al pubblico ludibrio. Spoglia. Disarmata. Vinta. Posseduta fino alla morte. Nei moventi che stanno dietro agli omicidi sono quattro le componenti psicologiche: il piacere, l’odio, il vantaggio personale, la vendetta, appunto. Ma mentre i primi tre si possono tenere sotto controllo con l’etica e l’educazione, “il desiderio di vendetta sfugge ad ogni contenimento perché il soggetto lo ritiene soprattutto giusto e doveroso'” (tratto da una intervista pubblicata sulla rivista Polizia e Democrazia). Ricordo che l’imputato poco dopo la carcerazione disse al padre: “E’ come se giustizia sia fatta!”. Nessuno di questi moventi è di per sé un reato da codice penale. Non so per quale associazione mi è venuto in mente che il Professor Padre e altri membri della stessa famiglia Cagnoni, tranne l’imputato, sono Fratelli tutt’ora affiliati alla massoneria. Mi è capitato di leggere qualche tempo fa una intervista al Gran Maestro, Stefano Bisi, del Grande Oriente d’Italia. Alla domanda sul perché la massoneria discrimini le donne e perché sia a loro vietata l’iniziazione, così ha risposto: “Noi veniamo dalla tradizione dei costruttori di cattedrali medievali, tra cui non c’erano donne. Inoltre, il Grande Oriente d’Italia ha il riconoscimento, reciproco, di circa 200 comunioni massoniche straniere, senza donne. Comunque, la possibilità di far entrare donne non è in cantiere”. Sveglia! Dall’uscita dal medioevo ad oggi, Esimi Professori, sono passati settecento anni! Invano? Per chi si è perso l’Era moderna, il Rinascimento, l’Illuminismo, la Rivoluzione Francese (e di conseguenza l’avvio della grande stagione delle lotte per il diritto di voto alle donne): in ogni edicola vendono fascicoli settimanali a poco prezzo. Nella prossima udienza incomincerà a srotolarsi in aula ‘La Verità secondo Matteo’. L’esame in aula. Chi spera che prima o poi il povero (lui sì, ‘povero’, non Giulia) Cagnoni confessi, è meglio che non si faccia illusioni. La famiglia patriarcale inghiotte tutto e tutto digerisce. Omicidi, amanti, tresche, suicidi, tranne il disonore. La regola è che nulla deve trapelare all’esterno. L’onore non si deve toccare. Costi quel che costi. L’Onore si difende fino alla morte. Altrui.

OMBRE DI UN PROCESSO / 22 23 marzo 2018 – DICIANNOVESIMA UDIENZA

Oggi parto da un’ipotetica rassegna cinematografica: UN FEMMINICIDiO OGNI SESSANTA ORE. Il primo film, intitolato MI HAI DISONORATO per la regia di Corrado Schiaretti, Presidente della corte, e Cristina D’Aniello, la PM, è stato mostrato nelle precedenti diciotto udienze del processo. In sintesi il film racconta di un marito che uccide la moglie. Un femminicidio. Lui, dermatologo, rampollo di una nota famiglia patriarcale massonica. Lei una donna in evoluzione alla ricerca di rispetto e amore. Sposati da dodici anni. Tre figli di undici anni, la femmina, nove e sei, i maschi. Da un anno e mezzo la crisi coniugale. Lui agisce oppressione, controlli, manipolazioni, costrizioni e divieti. Lei non ne può più, si vuole separare. Lui si spoglia di ogni bene in favore del fratello. Lei ha incontrato un altro uomo. Un nuovo amore che la ricarica. Lui si consola comprando sesso qua e là. Il pressing del marito si arma di investigatori e GPS. La prova del tradimento acuisce la crisi con minacce e ricatti alla moglie. “Mi hai disonorato. Ti distruggo”, le urla il marito. Lei si confida con parenti e amici. Ognuno, a loro modo, sminuisce il problema invitando alla pazienza. Il marito la costringe ad avere rapporti sessuali con lui, mentre lei fa finta di “essere morta”. Ubbidisce per paura che lui le porti via i figli. L’accordo di separazione si rivela una trappola. Come una trappola è accettare, tre giorni dopo, di accompagnare il marito nella Villa del Nonno per una questione di quadri. Qui, il 16 settembre del 2016, un venerdì mattina, lui la uccide come aveva premeditato, con una ferocia inaudita. Le sue armi sono un bastone e uno spigolo di muro. Poi se ne va e la lascia lì a morire. Va a Firenze dai suoi genitori con i figli. Il giorno dopo Giulia non si trova più. Due giorni dopo viene ritrovato il suo corpo. Le impronte di sangue del marito sono ovunque. Lui è arrestato e finisce in carcere. Una pila di prove scientifiche e testimoniali fa dire alla pubblica accusa che, se il processo si concludesse oggi, l’imputato sarebbe condannato col massimo della pena. Fine. La critica trova scontata la sceneggiatura. La sequenza crisi coniugale, separazione, femminicidio è un film già troppo visto. Il pubblico si infiamma di giustizialismo: buttiamo via la chiave, che soffra come ha fatto soffrire la moglie! Le donne in piazza urlano che i femminicidi discendono dalla cultura patriarcale e sono strutturali. Il secondo film dell’ipotetica rassegna cinematografica UN FEMMINICIDIO OGNI SESSANTA ORE, l’abbiamo visto durante l’udienza di oggi. Si intitola: NON MI DICHIARO RESPONSABILE. Soggetto, sceneggiatura, interpretazione e regia di Matteo Cagnoni. A scorrimento si ringrazia il coach, avvocato Trombini. Scena prima. Da dietro la gabbia di vetro Lui entra in aula. Cartelline e blocchi da scrittore in braccio. Seicento occhi sono fissi su di lui. L’occhio di bue lo illumina: “Mi par d’essere alla prima della Scala!”. Siede. Comodo. Semi sdraiato sulla poltroncina dei testi, a gambe accavallate, in completo principe di Galles, cravatta a righe oblique. Microfono in mano come un cantante rock. Manca solo un drink e un po’ di sole. Il Presidente della corte: “La informo che ha la facoltà di non rispondere”; l’imputato: “Voglio rispondere”. Il soggetto è lo stesso di Mi HAI DISONORATO, il primo film. Anche questa è la storia di un libero professionista, sposato con una ragazza più giovane di lui, dalla quale ha tre figli. Ma è tutto un altro film. Ai perché, nelle domande del Presidente, della pm e dell’avvocato della famiglia di Giulia, le risposte dell’imputato allestiscono tutto un altro scenario. Nel momento di massima esposizione mediatica del processo l’imputato si fa vittima e pecorella. Mette le mani avanti. Da trent’anni soffre di panico e depersonalizzazione momentanea. Perché? Un’eredità di famiglia. Lui è un marito ancora innamorato della moglie che si vuol separare, perché ha un amante. Poi la moglie viene trovata morta in uno scantinato in una villa della famiglia. Lui è arrestato dopo tre giorni. Oggi ribadisce di non essere responsabile dell’omicidio. Distribuisce invece colpe e responsabilità ad altri. Le impronte delle sue mani sul sangue accanto al corpo di Giulia? “Non sono le mie, a volte gli apparecchi elettronici sbacchettano”. Fra un buco di memoria e un momento di sospensione; fra la richiesta di una bottiglia d’acqua, le lunghe sorsate per inumidire la bocca secca e una pausa per necessità fisiologiche, l’imputato rivolta come frittate le accuse contro di lui e le butta su Giulia. In sette ore di interrogatorio l’imputato abilmente trasforma il processo a suo carico in un processo contro la moglie. Coerente col suo pensiero di fondo: “L’uomo media, la donna ti manda dalle stelle alle stalle in cinque minuti”. Dopo aver incaricato un investigatore di spiare la moglie, ammette “non credevo mai al mondo di essere caduto così in basso”. Comunque non è colpa sua, ma di “Giulia diceva un sacco di bugie”. Anche la colpa della crisi è di Giulia che era cambiata e che non voleva più far sesso con lui. E giù una accusa di anaffettività: “E’ stregna nel manifestare i suoi sentimenti”, mentre lui rispetta l’astinenza. Ha le prove che la moglie ha un’amante. Per sputtanarla per bene, organizza un ascolto collettivo fra amici, delle conversazioni, dove lei racconta all’amante di non sopportare neppure l’odore del marito. Giulia ha osato mettere in dubbio la sua virilità? Vendetta, tremenda vendetta! Non gli resta che rincarare la dose. I cuscini insanguinati? Giulia potrebbe averli usati come materassi per far l’amore con qualcuno. Giulia tradisce l’amante ufficiale con un altro amante. Un altro? In sintesi: sua moglie era una svergognata! (E un pensiero ai bambini, no?). “Giulia ha mancato di rispettare i nostri accordi di separazione!”. E’ tutta colpa sua! Quanta rabbia e risentimento. Quanta sete di vendetta! Ancora oggi, anche qui, oggi. Non basta che Giulia sia stata uccisa, uccisa poi in quel modo, distrutta, cancellata. E’ ancora lei l’unica responsabile di ogni sfacelo. Anche di aver schizzato sangue in ogni dove. Sono sui jeans del marito, perché in luglio Giulia si è ferita profondamente con un triangolo di vetro e lui, mentre il sangue zampillava, le ha fatto “la sutura più bella che mi sia mai capitato di fare”. E’ colpa della filippina non ha lavato quei jeans. L’arma, il bastone può averlo portato solo Giulia nella villa del delitto, per difendersi dai ladri acrobati. E’ colpa sua, perchè non aveva paura di andarci. Non mi sono preoccupato quando è scomparsa, perché lei era certamente con “l’amante ufficiale”. Le parole si caricano di livore, man mano, l’obiettivo è denigrare e sminuire chi l’ha disonorato. Il climax raggiunge l’apice. La scena inquadra, nello specchietto retrovisore dell’auto, Giulia allontanarsi di spalle verso i giardini pubblici. Lui ferma l’auto. Un momento si sospensione. “E’ finito il mio matrimonio!”. Giulia è un puntino lontano. “Sono gli ultimi istanti in cui ho visto mia moglie”. Ma è lei che se ne è andata. L’udienza è aggiornata. Lui ringrazia il suo pubblico. Pro o contro che sia, sicuramente è venuto per lui. Ora che si è liberato di tanta della sua rabbia, sa che, per un po’ si sentirà meglio. E’ certo della credibilità della sua narrazione, certo di aver recitato la propria parte alla perfezione. Sorride come se sentisse il fragore di applausi immaginari. Il suo avvocato-coach tira un sospiro di sollievo. Il Narciso viene riportato in cella, pare si ripeta una delle sue migliori battute: “Quello che dice un vice questore, vale come quello che dico io”. Si spengono le luci: INTERVALLO. La seconda parte del film NON MI DICHIARO RESPONSABILE sarà in aula lunedì pomeriggio. Per ora mi appunto due frasi: non ne sono responsabile, la colpa non è mia. Perché? Il bisogno dell’imputato di continuare a denigrare, sminuire e infangare Giulia non è già di per sè una prova della sua colpevolezza? Forse la prova regina, dna a parte, sta proprio nell’aver usato il suo interrogatorio per vomitare un odio mai sopito, nonostante la morte. Uccidere non basta per pacificarsi? Se un uomo non ha ucciso la moglie, perché continua a sputarle addosso? Avrebbe voluto ucciderla lui? Un’amica arguta aggiunge: “Perché, nonostante Giulia non ci sia più, lui continua ad aggredirla? La teme ancora?” Il Cagnoni Pensiero risponderebbe: è colpa di Giulia. Tanto, ormai non può più dire di NO.

OMBRE DI UN PROCESSO / 23  26 marzo 2018 VENTESIMA UDIENZA

Continua la rassegna cinematografica UN FEMMINICIDIO OGNI 60 ORE. Oggi, ventesima udienza, abbiamo visto la seconda parte del film NON MI DICHIARO RESPONSABILE. Ma Matteo Cagnoni, regista della prima parte, è stato esautorato. Il Presidente della Corte, Corrado Schiaretti, ha preso in mano la regia e ha diretto l’udienza come un Hitchcock. L’imputato stesso, che ammette di sentirsi “impreparato”, (Ahi, ahi, coach Trombini!), oggi sta seduto e composto. “Sedato”, dice. Sedato? “Nell’interrogatorio a Firenze lo ero il doppio”. Pare che cominci già col mettere le mani avanti. L’imputato continua a distribuire colpe, ma la sua boria oggi è sflilacciata. Acrobatismi funambolici. Pittoreschi e creativi. Usa sapiente alternanza di”non ho un ricordo preciso”, “forse”, per dire che la COLPA è del carcere: “Là dentro tempo e date sono relative”. Appeso ad un filo giustifica: – se non ha parlato prima d’ora dei pantaloni che aveva addosso il giorno del femminicidio, dati per dispersi, è perché non gli sono stati chiesti. Erano in valigia. Saltano fuori adesso? E’ COLPA del “mio avvocato che non ha voluto li consegnassi prima”; – “Quello che conta è che quella finestra era aperta, ed è stata chiusa dagli inquirenti”, da lì è passato l’assassino. Dunque è COLPA degli inquirenti: potrebbero aver inquinato le prove; – una Voyager nera va nella Villa del Nonno il giorno prima e il giorno dopo il femminicidio. “Non ero io. Non sono l’unico ad avere un Voyager nero.”. La COLPA è della Crysler, che produce tanti altri Voyager; – le due chiamate che Giulia riceve quel venerdì mattina sono, secondo lui, una questione “irrilevante”. Ma sono registrate in segreteria telefonica, quindi la PM va dritta in picchiata: “Lo sa perché non è irrilevante, mentre lei dice che Giulia riceveva quella telefonata, qualcuno la stava ammazzando”; – il sesso a pagamento con la prostituta, è stato per COLPA “del nostro gruppo di sposati, usavamo a turno la stessa Sim”; – l’incarico agli investigatori è stato chiuso il giorno prima del femminicidio di Giulia per COLPA dell’agenzia, troppo costosa. E così via. Dissolvenza incrociata sulle nuove svalutazioni di Giulia. La parola che spicca per prima è FABULANTE. La PM chiede all’imputato”Perché Giulia scrive a Stefano Bezzi, riferendosi a lei: ‘mi uccide, dice che l’ho disonorato?'”. Lui risponde: “Giulia era Fabulante in quel momento”. Fabulante è ‘chi racconta senza distinguere fra realtà e immaginazione, tramite ragionamenti privi di coerenza spazio – temporale’. Giulia era Falsa, Incoerente. Non frequenta le amiche, non perché lui non voglia, ma perché Giulia è anche Pigra. Quando Giulia confida alle amiche che lui la costringe a far sesso, lo fa perché cerca di “giustificare il suo senso di colpa per la relazione con l’amante” e quando Giulia racconta che lui è ossessivo e oppressivo, lo fa “per trovare una sponda”. Perché “Giulia aveva una buona intelligenza speculativa”. (L’intelligenza speculativa contiene sia lo spirito critico e l’attenta valutazione di qualcosa da sfruttare a proprio vantaggio, sia la contemplazione e l’astrattezza. E’ quindi lontana dalla concretezza del buon senso e estranea al corretto metodo scientifico). Mi chiedo se l’imputato sottintenda che lui, maschio, medico, è scienza, ragione, cultura, mentre lei, femmina, è natura, istinto, astratta, incapace, instabile. Un’altra sua frase chiarisce il concetto: “Imputo a Giulia una scarsa maturità nella vicenda. Era un po’ egoista. Lo diceva anche sua madre: mia figlia è una grandissima egoista”. Benché sia sedato, l’imputato continua a lapidare Giulia, anche se non c’è più. “Non l’ho manipolata, se l’avessi fatto saremmo ancora insieme”. L’inquadratura dal fondo dell’aula stringe sul tavolo della Corte. La pila di faldoni delle prove contro l’imputato lievita ogni volta di più. Fermo fotogramma. FINE. Dall’udienza porto a casa altre frasi pronunciate da Padre Matteo. La prima. La sua primogenita, la femmina, ha scritto, prima dell’inizio del processo, una memoria semplice, precisa e documentata, ‘Tutto quello che ricordo’. La memoria non è piaciuta al padre. “Si è sbagliata o ha riferito cose indotte”. Ergo: la figlia, sì, che è stata manipolata! Sia come sia, la bambina ha mancato alla regola del silenzio e presto potrebbe ricevere ufficialmente il suo “Stai zitta!”, come le altre donne della Famiglia. La seconda frase:”Ogni figlio è diverso e i genitori hanno delle debolezze. L. mi legge nel pensiero o quasi”. L. è il suo secondogenito, il primo maschio. La terza frase. La dottoressa D’Aniello ha brandito una lettera dell’imputato scritta dal carcere allo zio Giorgio dove gli raccomanda di seguire L. (il primo maschio) per continuare “l’impronta dei Cagnoni”. Mi permetto un balzo sulla sedia. L’impronta del Sangue, della Stirpe, quella da tramandare? L’investitura dell’erede. Il primo maschio. Quello che porterà verso il futuro il cognome della Famiglia patriarcale. “Che emozione prova un uomo col primo figlio!” La bambina invece, essendo femmina ha altri ruoli. L’imputato ha raccontato di una notte d’estate, di un bagno al mare, dell’entusiasmo dei bambini, del dispiacere che la mamma non fosse andata con loro. Perché? Chiede la femmina, e il padre: “Sai le donne ogni mese hanno le loro cose”. Le loro cose? Ancora lì, siamo? Ciclo? Mensile? Si chiamano mestruazioni, da un pezzo. Eppure, quante volte ancora oggi ci vien detto, quando siamo diverse dal voluto: cos’hai, le tue cose? Mestruazione è ancora sinonimo di sgradevolezza; rimanda all’idea di un corpo femminile impuro, contaminato, da svalutare, da nascondere, da allontanare, da isolare. E’ ancora un tabù. Eppure è un sangue. Ma è un sangue innominabile, un sangue che puzza e non fa Stirpe. Ce lo dice anche la pubblicità: il sangue, da sempre rosso, sull’assorbente diventa blu, un colore più nobile, più decoroso. Eppure le mestruazioni sono la risorsa in più che genera il corpo femminile. Da loro dipende la nascita di tutti gli esseri umani. Invidia?

OMBRE DI UN PROCESSO / 24  6 aprile 2018 – VENTUNESIMA UDIENZA

‘Umana pietas’. Parole alte. Le ha dette oggi in aula un amico dell’imputato, a proposito di una lettera che questi gli ha scritto dal carcere in aprile del 2017. L’amico dichiara di essere “rimasto molto turbato”, e che solo per Natale gli ha risposto. Perché? I due sono amici da trent’anni. Si vedevano tre, quattro volte l’anno, l’ultima il 4 di giugno del 2016 per una cena di compleanno. Il teste non sapeva che la coppia fosse in crisi, non ha notato nessun cambiamento. “Giulia e Matteo erano molto affettuosi fra loro, dopo tanti anni, si tenevano ancora mano nella mano, se lo faccio io con mia moglie, mi chiede se sono impazzito. Si vedeva che c’era molto affetto fra loro”. “Apparentemente!”, sottolinea il Presidente Corrado Schiaretti. “Risposi sotto le feste, mosso da ‘umana pietas’, pensavo meritasse due righe di conforto”. Lo rincorre la PM D’Aniello: “Mi scusi, la stessa pietas la sentiva anche per la famiglia Ballestri?”. Risposta: “Non conoscevo nessuno di loro”. “E’ andato al funerale di Giulia?”. “No, era un rito collettivo”. ‘Umana pietas’ solo per l’amico, l’imputato. Dunque una pietas natalizia, per apparire buoni. Nessuna ‘pietas’, neppure sotto forma di un petalo, per Giulia. La parola ‘pietas’, non mi convince. Ultimamente viene molto usata, forse perchè suona più alta e nobile di una parola bassa come ‘pietà’. Perché, poi, ricorrere al latino, lingua morta invisa a tutti, per dire ciò che possiamo dire in italiano con la parola pietà? La ‘pietas latina’ è in gran parte scaduta con gli dei. Per lo Zingarelli, pietà è il sentimento di compassione e commossa commiserazione che si prova verso le sofferenze altrui. In realtà, la parola pietà è spesso usata per manifestare un certo disprezzo morale. Non sarebbe stato fine dire “Matteo mi faceva pena, ho avuto pietà di lui”. Pubblicamente suona meglio ‘pietas’. E allora, quanti di questi amici hanno sentito un po’ di ‘pietas’ per Giulia? Per lei e i suoi figli non ce n’é. La ‘pietas’ è riservata al Dottore. Anche se non è abbastanza intensa da farli andare in carcere a trovarlo, tenergli compagnia con lettere e messaggi. Portargli le arance, come si diceva un tempo. Compatire con lui, significa patire assieme a lui, non compatirlo. Come fosse un pulcino bagnato, da compatire. Senza colpa, Si insinua il dubbio di un raptus? Sento puzza di ipocrisia, altro che ‘pietas’. L’olezzo si spande viepiù durante le audizioni dei testimoni della difesa. Sono stati ascoltati cinque amici dell’imputato. Un trionfo di pochezze. Amici che non sanno nulla l’uno dell’altro, nonostante decenni di cene. Nel gruppo di amici ci sono quelli che hanno il cognome o la professione conformi, sono conosciuti, e socialmente ben inseriti. Quelli che sono al posto giusto per concedere il patrocinio per la presentazione dei libri: “Aveva più attenzione per le istituzioni che per le persone”. Quelli da dimenticare quando finiscono il mandato istituzionale. Quelli ai quali raccontare bugie per non dire che sei fuggito a Firenze. Arrampicandosi su un filo di bava, il difensore Trombini ha fatto domande secche da questionario al gruppo di amici di oggi. Il Dottor Cagnoni era generoso? Sì. Era disponibile? Sì. Lei sapeva della crisi matrimoniale? No. Era possessivo? No. Era ossessivo? No. Era un manipolatore? No. Violento, aggressivo? No, no. Come uno schiaffo, mi appare il volto di Giulia. Cancellato dall’odio. Subito dopo l’imputato, occhi in fuori, che brandisce una carpetta rossa, mentre si scaglia contro la mamma di Giulia, appena scesa dal banco dei testimoni, urlandole epiteti offensivi. “Com’erano i rapporti fra Giulia e il Dottor Cagnoni?”, chiede l’avvocato Trombini, sempre sottolineando il Dottor. Erano affettuosi, cordiali, si tenevano per mano. Se in pubblico appariva a volte indifferente e passiva, nelle cene da loro, Giulia era “una padrona di casa piacevolissima, ti faceva sentire a casa tua”. Svolgeva il suo ruolo alla perfezione. Era la moglie del Dottor Cagnoni. Ma nessuno di loro si interessava a lei più di tanto. Giulia era un arredamento casalingo? Gli amici ascoltati in aula oggi, sono molto diversi da quelli interrogati qualche udienza fa. Quelli erano un altro gruppo di amici. Con loro si acquistavano carte telefoniche in comune, per andare a prostitute, senza destar sospetti alle relative mogli. A loro si son fatte ascoltare le imbarazzanti intercettazioni dei colloqui fra Giulia e il suo nuovo compagno. Loro sostengono l’amico al di là di tutto, anche se si defilano all’odore di un carcere. Amici di sesso e amici di merende? Due gruppi distinti. Ma stessa logica, stesso affiatamento, stessa presa di distanza dall’imputato in carcere. E se l’imputato confessasse il femminicidio di sua moglie? In questo caso ‘l’umana pietas’ avrebbe un po’ più di senso? Non so. Stando alle prove, avrebbe ucciso sua moglie perché non lo amava più. In pubblico si tenevano per mano, per salvare le apparenze, forse lei gli voleva bene, come padre dei suoi figli, probabilmente non lo odiava, solo che non voleva più vivere con lui, voleva una vita diversa, senza controlli, manipolazioni, violenze. Voleva amare qualcun altro. Soprattutto non voleva essere solo la ‘moglie di’. Voleva una famiglia diversa. Qualche giorno fa, la mia amica Elena ha scritto un commento ad Ombre di un Processo: “Ora dal mio riflettere affiora la parola “pietas” rivolta a questo uomo indifendibile. E’ una necessità, la mia, di riposizionare (un filino eh) il male da lui rappresentato, per indirizzarlo al marciume che ancora alimenta una certa idea di famiglia, e che ha reso lui stesso, una vittima. Non come Giulia, ovviamente. Ma è un marcio che va affrontato perché è nella società.”. Elena sta parlando di ‘pietas’ per un carnefice, a sua volta vittima del “marciume che ancora alimenta una certa idea di famiglia”. Non come attenuante verso chi uccide, ma un invito ad affrontare i femminicidi come un male strutturale della nostra società. Da curare ripensando alle relazioni fra uomo e donna, nella famiglia, nel lavoro, nelle scuole. ‘Pietas’? Mi aggrappo allo stato di diritto: chi uccide, se ne assuma la responsabilità e paghi le conseguenze. Mi rimetto a Giustizia. Da non confondere col dilagante giustizialismo. Un giustizialismo che si fa parole, sui social così come al bar: ‘chiudetemi in una stanza con lui, e vedrete cosa gli faccio’, ‘in galera deve stare e si deve buttare via la chiave’, e via dicendo. Qualcuno vorrebbe persino aumentare la pena dell’ergastolo. (sic). Si dichiari ufficialmente: pollice verso, di romana memoria. Espressioni usate troppo di frequente. E’ come se pronunciandole, cercando quelle più velenose possibile, aumentando gli aggettivi peggiorativi, si abbia la percezione di avere fatto e ricevuto giustizia. Poi tutto finisce lì, lo sfogo spegne l’argomento. Si passa oltre. Ma la Famiglia del Patriarca gli consentirebbe di confessare? Il codice d’onore della Famiglia si basa sul concetto: si fa, ma non si dice. Poi si troverà una soluzione. Per ogni rampollo scavezzacollo delle varie Famiglie Patriarcali Italiane, alla fine è stato trovato un accomodamento, una scappatoia, una illustre detenzione, un riscatto, una ricollocazione. Chissà, potrebbe farsi avanti un grande editore, o un produttore cinematografico. Eppoi: conferenze in streaming dal carcere, da un ambulatorio specialistico dermatologico con le sbarre alle finestre. Sarà uno scrittore di best seller. Qualche premio letterario la Famiglia lo troverà. L’onore sarà salvo e gli allori pioveranno comunque. Tutto è possibile. Solo se non confessa. Mi par di sentire un mantra evaporare dal marciume: “Zitto, stai zitto, zitto, stai zitto”.

OMBRE DI UN PROCESSO / 25  13 aprile 2018 – VENTIDUESIMA UDIENZA

“Giocherellone” e “Castelli di Sabbia’, sono le parole acute dell’udienza di oggi. La prima, l’ha pronunciata un’amica dell’imputato, è un aggettivo di fresca comparsa nel processo: dicesi di persona allegra e spensierata, ma anche vana. Le altre sono del Presidente della Corte, Corrado Schiaretti. La scena si apre su undici maschi, fra i cinquanta e i sessant’anni, in costume da bagno che costruiscono un Castello di Sabbia. Al posto di palette e secchielli, usano forchette, coltelli e qualche boccale di birra. Non è che siano gran bei fisici, esteticamente parlando, pancette e calvizie imperversano, ma la scena di oggi è questa. Uomini in braghette. Sono gli amici legati da una conoscenza trentennale con Matteo “il giocherellone”. Cantano in coro sulle note di ‘Stessa spiaggia stesso mare’, rivisitato su un ritmo rap, sotto la direzione dell’Avvocato della Difesa. E’ uno spartito vecchio e polveroso, già suonato da altri amici dell’imputato nelle precedenti udienze. SI, NO, SINO, NOSI. Noioso da ascoltare. Ma pare non si sia trovato di meglio. Ridendo e mangiando i Nostri erigono il Castello di Matteo. Impastano granelli di sabbia per la prima torre: lui, Matteo, è simpatico, sognatore, intelligente, con grandi capacità professionali, molto innamorato di Giulia, persona assolutamente misurata, amoroso, gentile, uno dei più tranquilli del gruppo, equilibrato, educato, piacevole, mai geloso. Serve altra sabbia per la torre più bassa. Lei, Giulia, è persona stupenda, non succube, razionale, solare, donna dolcissima, sempre sorridente, affettuosa col marito e coi figli. Tutt’attorno le mura merlate con i pirocchini di sabbia e acqua. La coppia: normale, affiatata, mai visti litigare, tranquilli, affettuosi, armonia, estremamente in sintonia. “Oh che bel castello, marcondiro ndiro ndello”, cantano gli amici in coro. Il fossato. Il ponte levatoio. Che il fuori non entri, che il dentro non fuoriesca. Ci vuole un brindisi e un’oliva. La PM interrompe la musica: “Sono solo parole vuote, prive di ogni contenuto, la personalità si ricostruisce attraverso i fatti”. Rincara il Presidente: “Parole inutili, castelli di sabbia”. In effetti gli amici del Castello di Sabbia non sanno nulla di Matteo, né di Giulia. Non hanno mai parlato della crisi del loro matrimonio, né della separazione, né del nuovo amore di Giulia, né delle escort frequentate da Matteo, né delle spie che inseguono Giulia. Neppure le altre mogli del gruppo sapevano, erano troppo occupate nel loro Castello a imbandire cene e occuparsi dei loro bambini. Dell’inferno che regna dentro al Castello di Matteo, dei fuochi fatui che s’alzano dai bracieri, delle luci rosso sangue, il coretto candidamente confessa: “Non ci siamo accorti di nulla”. E’ venerdì 16 settembre 2016. Un’onda fredda, gonfia, nera e blu con una corona di schiuma in testa e il Castello ritorna battigia. Il mare porta con sé il sorriso dei suoi abitanti, una donna e i suoi tre bambini. E dire che fuori il cielo è azzurro e il sole lucente. “Oh che bel castello, marcondiro ndiro ndà”. Quella stessa sera di venerdì, durante una cena a Firenze, Matteo, che pare arrabbiato e addolorato, confida all’amico Paolo l’imminente separazione dalla moglie. “Matteo dai, ora troverai un’altra donna” lo conforta e “Matteo mi disse: io voglio lei”. Parole che ottundono qualsiasi pensiero. “Io voglio lei”. Giulia, durante quella cena, era già morta. Da dieci, dodici ore. “Matteo è un giocherellone, gli piace far scherzi”, afferma l’amica Valeria. Far scherzi, far finta, fare come se, apparire. La facciata. La faccia da mostrare al mondo. L’altra faccia da nascondere dentro un Castello. Una recita per salvare l’onore della famiglia. Una coperta di sabbia per nascondere l’inferno. ‘Sembravano una famiglia normale’, anche questa frase è trita e ritrita e già tante volte l’abbiamo sentita dire dai vicini delle donne uccise dal loro marito o compagno. I casi sono due: o gli amici hanno mentito, oppure davvero non si sono accorti di nulla. Nel primo caso, mi rimetto a giustizia, nel secondo, pare davvero eccessivo chiamare amicizia un tal vuoto di relazioni. Amici per la pelle o amici in simil-pelle? “Ognuno vede ciò che vuol vedere, e non vede ciò che non vuol vedere”, prendo a prestito questa battuta dall’Avvocato della Difesa. Nel deprimente vuoto odierno, piomba una dichiarazione spontanea dell’imputato, che vuol così “togliere ogni cappa di morbosità” attorno al processo. Primo: Desio, ex don. Diagnosticato dal dottor Cagnoni: bizzarro, veste jeans e nike, forse è omosessuale, “aveva disturbo di personalità”. Con abile intelligenza speculativa (precedentemente da lui attribuita a Giulia) Matteo ottiene dal non ancora ex don, direttore della rivista Risvegli, di tenere una rubrica di dermatologia “Mi serviva per diventare giornalista”. Poi quando il don diventa ex, con la condanna di pedofilia, Matteo confessa: “Vivevo con orrore per avergli fatto battezzare mio figlio, ma mi aveva ricattato: “se non me lo fai fare, non ti do il tesserino”. Poi ho chiesto al vescovo se il battesimo era valido, sì era valido”. Sospiro di sollievo del pubblico in aula. Mi pare. Secondo: dal letame, nascono i fior. Sulle note di Bocca di Rosa, di Fabrizio De Andrè, l’imputato introduce la figura della escort. Macché escort, si tratta di una ragazza dolcissima conosciuta un mese prima in un bar a Cervia. “Fino a giugno sono stato fedele. Il matrimonio con Giulia è stato per nove decimi meraviglioso, per un decimo, un inferno. Giulia era latitante con me, mi rifiutava, era distante anche coi bambini. E io dovevo far tutto. Occuparmi di loro e mettere da parte il mio lavoro”. Come se le donne non lavorassero, non si occupassero della casa, dei piccoli, dei grandi e dei vecchi contemporaneamente, per i dieci decimi della loro vita. “Quella ragazza non era una prostituta, era come … Bocca di Rosa, con lei respiravo ossigeno”. Perché lui poteva concedersi di respirare ossigeno con una escort e Giulia non poteva fare altrettanto col suo nuovo amore? E siccome il Cagnoni Pensiero vuol star sopra come l’olio, arriva subito dopo la maschia puntualizzazione: “Non è mia abitudine, una donna la posso trovare senza pagare. I nostri nonni che andavano nelle case chiuse sarebbero stati tutti da condannare”. Per quanto mi stimoli, non mi pare il caso di aprire ora un dibattito sulle case di tolleranza, chiuse da una legge del 1958 che porta il nome di una donna. E non entro nel merito della prostituzione. Silenzio. Torniamo in aula. Il Nostro ha raggiunto l’apice, pronunciando la parola RIMPIANTO. Al sol pensiero, il Dottore si commuove e balbetta: “Il rimpianto di non esserci trasferiti a Firenze. Se lo avessimo fatto, Giulia ci sarebbe ancora”. Mi oppongo vostro Onore! Giulia non voleva trasferirsi a Firenze. Voleva stare a Ravenna con i suoi figli. Voleva ricominciare a lavorare. Voleva amare un nuovo amore. Voleva vivere. Perché l’imputato non lo vuol capire? Neppure oggi, visto che insiste. Giulia ci sarebbe ancora, se avesse ubbidito, abbassato la testa, se fosse stata zitta e succube. Se avesse accettato di vivere nel Castello di Sabbia, come fanno in silenzio migliaia di donne chiuse nei loro Castelli, perché sanno che a uscire dal castello si rischia la vita. Fuori c’è un femminicidio ogni due giorni. Sono state 114 le donne che, l’anno scorso in Italia, hanno pagato con la vita la disubbidienza ai dettami del loro patriarca. Fuori c’è una denuncia di stalking al giorno. E ci sono 1600 orfani di violenza domestica, come li chiama la nuova legge. Eppure, per l’imputato sarebbe bastato che Giulia avesse accettato di trasferirsi a Firenze, nel Castello di Sabbia di Famiglia. ‘E con la Vergine in prima fila E Bocca di Rosa poco lontano Si porta a spasso per il paese L’amore sacro e l’amor profano’. Sarebbe stato un finale migliore. Ma ormai l’abbiamo capito “è’ tutta colpa di Giulia”. L’imputato contento torna in cella a scrivere il suo nuovo libro.

OMBRE DI UN PROCESSO / 26  20 aprile 2018 – VENTITREESIMA UDIENZA

Oggi in aula si sta come d’autunno in spiaggia. Con poca gente. Solo un gruppetto di specialisti scientifici, al seguito dell’avvocato della difesa, passeggiano in riva al mare in una spiaggia quasi deserta, se non fosse per un barboncino che scodinzola vestito solo di un civettuolo fiocchetto rosa. La forza della pubblica accusa ha spianato l’arenile. Eppure gli esperti cercano qualcosa sulla battigia. Si fermano proprio nel punto dove gli amici in braghette del dottor Matteo avevano costruito per lui il Castello di Sabbia. S’abbassano. Raccolgono conchiglie. Qualche stecco. Confabulano. Si danno il cinque. Mettono i reperti in sacchetti di plastica, dello stesso tipo di quelli scaricati dall’imputato dalla sua auto all’arrivo a Firenze. Ma non li buttano via. Non buttano via niente, neppure le conchiglie rotte. Ed eccoli qua a tentare di costruire per la Corte il loro Castello in Aula. Le parole di oggi: “Delitto d’impeto e non è stato il dottor Cagnoni”. E’ il succo delle testimonianze di questa ventitreesima udienza. Che il gioco delle parti abbia inizio. La difesa vuol togliere la premeditazione (delitto d’impeto), vuol togliere la crudeltà (Giulia ci ha messo solo venti minuti prima di morire), per togliere all’imputato l’incubo delle aggravanti. La difesa vuol togliere scientificità alle prove che accusano il suo assistito. Così come ha cercato di smentire le testimonianze che lo descrivono aggressivo, oppressivo, ossessivo, prevaricatore, vendicativo facendo testimoniare i suoi amici del Castello di Sabbia, per dire in aula che l’imputato è tanto bello, buono e bravo. Comincio dalla conclusione, prima di entrare nei dettagli. I genitori portano i bambini a scuola, prendono il caffè in pasticceria, entrano nella Villa del Nonno, prima fotografano il Narciso, poi fanno quattro amene chiacchiere fra turni coi figli e vasi da giardino. Alle 11 il marito esce dalla villa da solo e sale in auto, guarda la moglie allontanarsi fra querce e platani, commosso, improvvisamente consapevole della fine del suo meraviglioso matrimonio. Riparte. La moglie intanto che fa? Piange? Corre dal suo nuovo amore? Macché: ha solo una gran fame. Nel primo posto che trova, invisibile a tutti, ingurgita carboidrati, caffeina, forse un cappuccino o una coca cola. Ancora col boccone in bocca s’accorge che non ha il cellulare. L’avrà lasciato nella Villa del Nonno? Torna là a cercarlo. Non sa che c’è un assassino, un albanese, un ladro funambolo pronto ad aggredirla. Che in venti minuti la uccide, la spoglia, la trascina nel seminterrato. E va via. La PM chiede: Perché l’aggressore avrebbe lasciato lì il bastone? Il consulente professor Tagliabracci risponde: Portarlo via dava nell’occhio, forse l’aggressore aveva paura di essere fermato con l’arma in mano. La PM: Il bastone dava nell’occhio, dice, e andare in giro con borsa, scarpe e abiti della vittima, non avrebbe dato nell’occhio? Il Presidente: domanda respinta. Ma tanto basta. Entriamo nei dettagli, dentro al Castello in Aula. E passiamo alle impronte col consulente della difesa Mondelli: “E’ ormai assodata l’inaffidabilità delle impronte papillari, com’è scritto sulla rivista Science. Gli esperti danno solo pareri”. Le minuzie nell’impronta della mano destra nel muro sopra lo spigolo non sono sufficienti per dimostrare che siano della mano dell’imputato. Non è la stessa mano. Quindi non possono essere attribuite a Cagnoni. L’impronta sul frigo, poi, non può essere riconducibile a nessuno. Le scarpe? Quasi tutte le scarpe oggi hanno suole a carro armato. Lo stesso disegno ondulato. Le Hogan, le scarpe che aveva ai piedi l’imputato la mattina del 16 settembre 2016, sono state molto copiate. Le scarpe Timberland continuano a cambiar piede. Il mercato segue le leggi della globalizzazione anche delle suole. Non è definibile la marca. Più oltre la biologa molecolare, Turchi, sempre per la difesa dell’imputato, afferma, visto che sul tappetino dell’auto dalla parte del guidatore non ci sono tracce di sangue: “Matteo Cagnoni quando è salito in auto non aveva le suole imbrattate di sangue”. E il cromosoma Y della Famiglia del Patriarca trovato sul bastone? E’ vero: il cromosoma Y è compatibile con il lignaggio paterno, che si eredita solo per via paterna, quindi solo maschile, ma l’imputato ha maneggiato più volte tale bastone per il trasporto. Domanda: anche per portarlo nella Villa del Nonno? Dal Castello in Aula il professor Tagliabracci estrae la carta dell’incompetenza nell’autopsia. Nessuno prima di lui ha visto la terza arma: “Si configurano altri corpi contundenti, la terza arma, da aggiungere a bastone e spigolo: le mani”. Il medico legale della Procura non si è accorto che sul collo della donna uccisa ci sono dei segni di ditate. Delle lesioni da strozzamento. I segni scuri lasciati da polpastrelli molto grandi, “forse l’aggressore indossava dei guanti”, continua il consulente, “non è stato cercato il dna sulle quattro ditate”. Domanda assai banale: i guanti hanno il dna? La risposta non conta. Giulia è stata uccisa comunque. Invece no, per la Difesa questo indica che le indagini non si sono svolte con la dovuta competenza. Dal Castello in Aula emerge la carta della crudeltà. La scena nella villa del Nonno si è svolta molto più velocemente di quella ipotizzata dagli esperti della procura, secondo i quali fra l’aggressione e la morte di Giulia sarebbero trascorsi trenta, quaranta minuti. Per il Tagliabracci: “Non può essere durata tanto … entro poche decine di minuti, venti minuti. Per me tutto è avvenuto velocemente. E’ stato un delitto d’impeto”. Un altro modo per paventare un raptus? L’ipotesi potrebbe servire per un domani. L’avvocato Scudellari, per la famiglia Ballestri, chiede lesto: “Se ci fosse stato l’impeto omicidiario, perché l’aggressore non ha continuato a colpire col bastone sul ballatoio, ma ha inseguito Giulia, l’ha spogliata e poi uccisa in cantina?” La domanda resta appesa, perché il Presidente non l’ammette, non potendo essere scientifica la risposta. Al di là di ogni ragionevole dubbio, è il presupposto di ogni condanna. Quindi che sia introdotto il dubbio. Lo fa la genetista tossicologica, Del Borrello. Semplicemente sposta l’ora della morte di Giulia molto più tardi nel corso della mattinata di venerdì 16 settembre. La gran quantità di residuo gastrico nel corpo di Giulia non lascia dubbi: dopo il caffè preso col marito alla pasticceria Le Plaisir, la donna ha mangiato molto altro. E’ il gioco delle parti. Il Castello in Aula dura il tempo di un’udienza. Dalle nove e trenta alle diciotto. Mi resta un’ombra da parte. Durante il dibattimento l’avvocato Trombini, si è rivolto alla Dottoressa Cristina d’Aniello chiamandola Signor Pubblico Ministero. L’incarico di Pubblico Ministero, in questo processo, è stato assegnato ad una donna. Forse l’avvocato la vede come un maschio visto che non ha mai mostrato alcun segno di fragilità, come lo stereotipo vuole siano tutte le donne. Siccome ha dimostrato di essere una donna capace, studiosa, intelligente, forte, ho sentito qualcuno dire in aula: ‘è una donna con le palle’. Propongo a accorciare la frase. ‘E’ una donna’. A fine udienza il Castello in Aula viene riposto in un faldone sul tavolo della Corte. Sono scontenta, oggi non si è parlato del perché Giulia è stata uccisa, si è parlato solo del come tecnicamente sia avvenuto l’omicidio, ovviamente necessario per quantificare la pena. Poco prima di uscire è arrivata sul mio cellulare la notizia: Un altro femminicidio, è il 47esimo dall’inizio dell’anno ad oggi. 110 giorni. Oltre due donne al giorno vengono uccise da un uomo della famiglia. Un uomo violento. Spesso i giornali ne attribuiscono la causa ad una separazione. Ma non tutte le separazioni finiscono con la morte. Leggendo le storie dei femminicidi, ci si accorge che i dissidi nella coppia provengono da lontano, da una situazione di violenza in famiglia, grave, spesso pericolosa, e che solo dopo del tempo la donna chiede la separazione. Il movente non è dunque la separazione, ma la violenza dell’uomo sulla donna. Il Patriarca non vive sono nelle Grandi Famiglie Borghesi, ma comanda in moltissime famiglie senza distinzione di ceto, cultura, religione. A tal proposito, riporto il commento di un uomo a Ombre di un Processo: “Mamma mia, Carla, mi fai piangere ogni volta che ti leggo. Siamo, noi uomini, veramente pessimi”.

OMBRE DI UN PROCESSO / 27  4 maggio 2018 – VENTIQUATTRESIMA UDIENZA 

Oltre alle Ombre di un Processo, che cercano il perché del femminicidio di Giulia Ballestri, oggi in aula sono comparse le Ombre Ascientifiche, per ricostruire il come si siano svolti i fatti. Il film proiettato oggi s’intitola infatti OMBRE ASCIENTIFICHE. Con l’aiuto di comparse e materiale di scena, l’autore ha comparato le immagini delle videoregistrazioni della polizia giudiziaria con le sue, riprese con una telecamera acquistata per l’occasione, nelle stesse location dei film precedenti, anche se da angolature che falsano la prospettiva. Ravenna, Villa del Nonno. Firenze, Villa del Padre. La Via Patriarcale al Potere. Buio in aula. Titolo: Ombre Ascientifiche. Il soggetto è di Matteo Cagnoni. La regia è dell’ingegner Donato Eugenio Caccavella, docente universitario di informatica forense, consulente tecnico della difesa. E’ un colossal di ricostruzione storica, prodotto dal Patriarca della Famiglia Cagnoni. Budget illimitato. Scena prima. Ravenna, via Genocchi, esterno giorno. In sovraimpressione: il giorno prima del femminicidio, alle 15.16. Una Chrysler Voyager nera è ferma davanti alla Villa del Nonno, per otto minuti. Allunghiamo gli occhi: par di vedere una figura che si muove. “Non è sceso nessuno da quell’auto”, è la scientifica affermazione del regista Caccavella: “Se vede qualcuno è una sensazione sbagliata”. Quindi: visto che nessuno è sceso, il bastone per colpire e l’acqua distillata per pulire non sono stati portati nella Villa in quel frangente. Scena seconda. Stessa inquadratura. Il 16 settembre 2016, il giorno del femminicidio, alle 10.59. Cagnoni sale sull’auto in sosta davanti alla Villa del Nonno, ma “Non scende, non sale e non carica nulla sulla Mercedes”. Quindi: il dottor Cagnoni è rimasto per un minuto in macchina a guardare dallo specchietto retrovisore Giulia allontanarsi voltando le spalle al loro matrimonio, come ha ben descritto lui stesso in una scorsa udienza. Scena terza. Firenze, Villa del Padre, esterno giorno. Il pomeriggio del femminicidio. Cagnoni trasporta un oggetto bianco trapezoidale contenuto in un sacchetto semitrasparente. Non c’è trucco non c’è inganno, l’Ingegner Caccavella: “Non è la borsa della signora Ballestri, è un camice piegato, non c’è nessuna catenella che luccichi, la catenella della borsa è solo la martingala di un camice”. Quindi: “La sperimentazione conforta la dichiarazione di Cagnoni”, ed estrae un camice bianco, da mettere fra le prove. Questo è troppo. Il Presidente della Corte, Corrado Schiaretti, accende la luce e, come se dicesse a se stesso, Mi oppongo, sbotta: “Perché quel trapezio bianco può essere un camice e non una borsa? Di scientifico qua non c’è niente”. Serve una pausa caffè. Tono pacato al rientro, che si riaccende man mano che l’Ingegnere declama versi contro la Procura: “E’ stata fatta una lettura superficiale dei tabulati telefonici, le indagini di polizia giudiziaria sulla Chrysler sono metodologicamente scorrette, c’è la prova dell’inaffidabilità del sistema informatico in uso alla procura di Ravenna e la relativa inutilizzabilità delle intercettazioni”. No, no, stoooop, il Presidente zittisce tanto livore rivolgendosi all’avvocato Trombini: “Il suo consulente rischia di andare a giudizio”. Falsa perizia? Poi alza il tiro della sua implacabile ironia e aggiunge un’inquadratura magistrale: “Sono disposto ad ascoltare di tutto, ma quando si arriva agli asini che volano, non mi va più bene”. Il consulente insiste indefesso: “Se si vede qualcuno che si muove, quel qualcuno è frutto di una compressione delle immagini”. Le immagini frizzano, sfrigolano, così che si possono creare dei veri e propri “miraggi”, ammette lo stesso Caccavella. Asini che volano, è solo un esempio. Stancamente si susseguono altre scene, ma l’attenzione è intorpidita. Prima della fine del film si riaccendono le luci in aula. Lo schermo non frizza più. Seduta stante s’alza l’avvocato Scudellari. Chiede alla Corte che la relazione del tecnico Caccavella non venga acquisita agli atti. Cestiniamo? La Corte si riserva la decisione fino al prossimo venerdì. All’uscita, il mio amico direttore della fotografia mi dimostra l’impossibile comparazione delle immagini, riprese da due telecamere diverse per usura, in tempi diversi, con luci esterne impossibili da ricreare in post produzione, men che meno senza che sia stato fatto ogni volta il bilanciamento del bianco, per regolare la temperatura colore. La sua conclusione: non si può leggere nelle immagini ciò che non c’è, ma non è detto che ciò che non si vede non ci sia. Professor Ingegnere Informatico, con tutto ciò che deve aver speso il Patriarca Padre, ci si aspettava che dalle Ombre Ascientifiche scaturisse una Verità quanto meno credibile. L’unica certezza è un metro e mezzo di relazioni a colori distribuite in fascicoli alle parti in causa. Ma l’informatica non doveva sostituire la carta in difesa delle foreste? Ma tant’è, paga papà. E l’Ombra di un Processo di oggi? E’ una risposta data dal Professor Ingegner Caccavella, alla Dottoressa Cristina D’Aniello, la PM, fra l’ilare e il faceto: “Se questa domanda me l’avesse fatta una delle mie studentesse, non l’ammetterei”. Risatina del Presidente. Sferzata della PM: “Io non sono una sua studentessa, rappresento la pubblica accusa nel processo in cui è imputato Matteo Cagnoni”. “Risponda alla domanda!”, va al sodo il Presidente. Se la PM fosse stata di sesso maschile, il Professor Caccavella avrebbe fatto la stessa irriverente osservazione? E l’avrebbe fatta al Presidente della Corte? I pregiudizi sono duri da sradicare, anche se si indossa una toga. Mi è venuto in mente un convegno dello scorso novembre, ‘Tra genere e diritto: riflessioni e spunti per un approccio differente al sistema giuridico’, organizzato a Ravenna dalla Casa delle donne e dall’Udi, che in questo processo si è costituita parte civile. Fra le trascrizioni, ho trovato una frase di Paola Di Nicola, giudice presso il Tribunale penale di Roma, sugli stereotipi di genere: “Ci hanno insegnato che l’appartenenza di genere una volta entrati nelle istituzioni, non ha alcuna incidenza, ma non è così. Non è così perché l’appartenenza a un genere fa la differenza e lo sperimentiamo ogni giorno nel nostro lavoro”. Ancora oggi la maggioranza delle magistrate viene relegata in pool che si occupano di persone deboli, minori e famiglia. Gli stereotipi sono ben piantati in donne e uomini. Il patriarcato si pasce di donne che lo nutrono. Ma le cose evolvono ed è bene porci attenzione. Per secoli le donne sono state escluse dalla magistratura, alle quali ‘alle volte l’equilibrio difetta per ragioni anche fisiologiche’, cioè sono instabili per via delle mestruazioni. Le donne furono pienamente ammesse solo nel 1963. Nel 2012 erano già il 46 per cento dei magistrati italiani. Forse perché per diventare magistrati si deve studiare tanto, superare un concorso difficilissimo, e non si è scelti o eletti da qualcuno? Comunque sia, dentro il luogo maschile per eccellenza, perché deputato alla conservazione dell’assetto precostituito, è entrato un punto di vista finora negato, nascosto. La percezione, la sensibilità, il coinvolgimento emotivo, le intuizioni sono le risorse nuove e diverse che hanno portato le magistrate nei processi. In questo processo, la lettura della realtà è più completa e ricca perché frutto di un confronto tra magistrati uomini e magistrati donne. In un passo del libro La giudice, una donna in magistratura, della stessa Paola Di Nicola, leggo: “Ogni toga ha un minuscolo segno di distinzione che solo chi la possiede può riconoscere. Dentro c’è un modo diverso di essere magistrato, di esercitare e concepire la propria funzione, di interrogare gli imputati, di salutare entrando nell’aula. Di ascoltare e di sentire. La toga traveste e nasconde. E la maschera e la divisa; la trasformazione e la regola”. Per risollevarmi dalla seduta di oggi, durata undici ore, ripenso agli asini che volano e a una frase scritta in una delle slide della relazione presentata dal consulente Caccavella: “Siediti sulla riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico”. E’ rimasta fissa sullo schermo diversi minuti, senza un perché. Non voglio scomodare Confucio, Mao, né Lao Tzu per l’interpretazione scientifica della citazione, lo chiedo direttamente a Caccavella. Che c’entra il cadavere e chi è il tuo nemico? Non è necessaria una sensibilità femminile per raccapricciare. E’ sufficiente restare umani. Anche per Giulia.

OMBRE DI UN PROCESSO / 28  11 maggio 2018 – VENTICINQUESIMA UDIENZA

“E’ la persona Giulia Ballestri, che è stata uccisa, non un ruolo” è la frase uscita dall’ombra dell’udienza di oggi, l’ultima del dibattimento. Fra un mesetto la requisitoria della PM, le arringhe della difesa e delle parti civili. Dal venti giugno la Corte si ritirerà in Camera di Consiglio per la sentenza. “Non sono poligamo”, ha detto Cagnoni, in tono sprezzante, nella supplica per chiedere per la terza volta la concessione degli arresti domiciliari, con braccialetto elettronico. Non fuggirà, non inquinerà le prove e non reitererà il reato. Non potrebbe uccidere di nuovo sua moglie, visto che ha avuto solo una moglie. Forse semplicemente perché la cultura Patriarcale Occidentale non ammette la poligamia, come quella Islamica. Comprare le donne invece è ammesso ovunque. Ma questa è un’altra storia. “Non è accettabile – Cristina d’Aniello, la PM, insorge portando in alto le parole – tollerare che la vittima venga ridotta ancora una volta al solo ruolo di coniuge e quindi l’imputato non potrebbe uccidere altre mogli. E’ la persona, Giulia Ballestri, che è stata uccisa, non un ruolo”. Le donne e gli uomini sono persone ma non lo sono allo stesso modo. Gli uomini nascono con un cognome che gli resterà tutta la vita. Anche i loro figli, maschi, avranno la strada spianata dal cognome che portano. La stirpe. Il sangue. L’onore. Il loro ruolo è assicurato per l’eternità. Per diritto. Per la famiglia. Le donne nascono con un cognome che raramente trasmetteranno, mentre nel corso della loro vita assumeranno quello del marito, talvolta, se si separeranno, quel cognome rimarrà comunque sulle bocche di molti anche per sempre. Il cognome delle donne si toglie e si mette alla bisogna. Le donne nascono persone, ma poi ben presto l’essere di genere femminile le fa diventare semplicemente figlie di, sorelle di, fidanzate di, mogli di, madri di, nonne di. Quanti ruoli assumono le donne nel corso delle loro vite? Quanti ruoli convivono nelle vite delle donne? Un femminicida uccide la moglie perché sua moglie è sua e non può permettersi di esercitare libere scelte sulla sua vita, che appunto non è sua, ma del marito. Se non si fosse ribellata non sarebbe stata uccisa. Una moglie si può anche uccidere perché in fondo la sua vita vale poco. Ma una moglie è una persona e la sua vita vale quanto quella di un uomo. E’ su questo che Matteo Cagnoni e la PM Cristina D’Aniello non si sono capiti, non per una questione di linguaggio, ma per cultura. Del resto è solo del 1996 la legge che considera la violenza sessuale un reato contro la persona e non solo un reato contro la morale, come stabiliva il codice Rocco che ci trascinavamo dietro dal 1930. In questo processo ci sono anche vittime viventi. Vittime perché non hanno avuto possibilità di scelta. La loro mamma sarà per sempre Giulia. Intanto l’imputato sbandiera come un trofeo: “Mio figlio mi ha mandato, tramite mio padre, un messaggio: Staremo sempre assieme e non ci lasceremo mai, sei il numero uno.”. E si permette pure una polemica: “Mio figlio l’hanno costretto a costituirsi parte civile”, poi, scomodando Nietzsche, conclude, “direi che siamo al di là del bene e del male”. Tranquillo, è tutto sotto controllo. Dai servizi sociali, a tutori e protutori. Le macerie, che seppelliranno di disperazione chi resta, vengono considerate dal femminicida, forse, un danno ‘collaterale’, come dalla guerra del Vietnam in poi, lo erano i civili, vittime del Napalm. I danni ‘collaterali’ di ogni femminicidio sono ancor più devastanti di un omicidio volontario. La vittima è la persona uccisa. Ma non si uccide il ruolo di una mamma. La mamma resterà sempre quella mamma e non invecchierà mai, per i suoi figli. Anche se la sua persona non c’è più, anche se per uccidere la moglie è stata uccisa la mamma. Un effetto collaterale, anche questo? Tanti sono i ruoli delle donne. Spesso siamo costrette a vivere ruoli non sempre piacevoli come quello di care giver, ma se non lo facessimo noi, chi lo farebbe? Il ruolo di moglie non è un ruolo imperituro, come una volta. Le donne non vogliono più essere vittime delle scelte altrui per quel che le riguarda. Questo in ogni mondo, popolo e religione. Sempre più giovani donne si ribellano ai matrimoni imposti dalla famiglia. Come ha fatto Sana, residente a Brescia, uccisa dal padre e dal fratello in Pakistan, per aver rifiutato il marito che avevano deciso per lei. E’ solo uno degli ultimi femminicidi. Oggi le donne sono più consapevoli dei loro diritti, soprattutto di quello di scelta. E dalla consapevolezza non si torna indietro. La storia di ogni vittima, diventa patrimonio di tutte. Vittima è una parola. Vittimismo è un’altra, ed è tipica di chi vuol apparire vittima, spesso consapevole di non esserlo, se non di se stesso, ma con l’intento di ottenere l’empatia di chi ascolta. E così l’imputato cala la carta del lamento. Gli mancano i genitori. Oltre la mamma, ora sta male anche il Patriarca Padre che “è molto triste e malato, con un dolore che si aggrava sempre di più”. D’istinto sento pietà. Poi immagino la notizia come una delle Bugie di Matteo. E’ chilometrico l’elenco di quelle emerse dalle testimonianze. Ha mentito agli amici più intimi, a sua madre, ai suoi figli. Al padre, al suo difensore? Sicuramente ha mentito a Giulia Ballestri: “Ha giurato sulla testa dei nostri figli che non mi farà niente”. Talvolta la menzogna è un reato, talvolta è un tradimento. Talvolta è una vendetta. Col tono sempre più mesto, l’imputato si è appellato infine alla Caritas. Non alla nota associazione benefica: son tempi di spese pazze per salvare l’Onore. La parcella dell’Ingegner Caccavella, consulente informatico della difesa, ascoltato l’udienza scorsa, si dice sia a cinque zeri. A volte il Potere si dibatte scoordinatamente per non soccombere e spende a piene mani per una speranza. Quella consulenza si è rivelata una spesa inutile, forse addirittura dannosa. La Corte ha dichiarato inutilizzabile la relazione e non l’ha ammessa fra le prove. Il Supplice, con la sua ultima carta si appella alla “Caritas” della Corte: “Sono arrivato al lumicino, in carcere si sta male (sigh), gli attacchi di panico si sono moltiplicati, ho le allucinazioni, depersonalizzazioni momentanee … mi vedo nel letto, mi vedo che scrivo… la condizione carceraria non consente il recupero di patologie, starei molto meglio a casa”. Bugia? Dalle cartelle cliniche del carcere non risulta. Anzi, ci sono segni di miglioramento. Fa pensare anche il fatto che la difesa abbia rinunciato al suo consulente, il professor Ferracuti, psichiatra forense, che si è già negato per tre udienze. Risparmio di denaro o rifiuto professionale dell’esperto? Il parere negativo della Dottoressa D’Aniello alla richiesta di arresti domiciliari è immediato. Si basa sulla “gravità indiziaria granitica, rafforzatasi negli ultimi mesi” e si conclude con una puntualizzazione: “Ai piedi di Cristo, ci si pente”. Altro che pentimento. L’imputato strappa l’ultima parola. La furia, che ha trattenuto negli ultimi cinque mesi per dimostrare di essere cambiato e di essere diventato calmo e riflessivo, gli esplode fra i denti: “Le parole del pubblico ministero sono un’istigazione al suicidio”. Con questa frase pare che voglia mettere le mani avanti. Il Signor Cagnoni se ne deve fare una ragione: questo è un processo e lui è l’imputato. A ciascuno il proprio ruolo. Per la sindrome di onnipotenza del Cagnoni Pensiero non c’è posto.

OMBRE DI UN PROCESSO / 29 12 giugno 2018 – VENTISEIESIMA UDIENZA

La Maschera del Vedovo Inconsolabile. E’ la frase di oggi.
Pennellata, è invece la parola più bella pronunciata dalla Pm. Non usa linguaggi guerreschi o calcistici per farsi ascoltare., come spesso fanno avvocati, giornalisti e politici.
Pennellate sono le contraddizioni e le bugie dell’imputato.
Pennellate sono quelle della logica, usate da Cristina D’Aniello per smascherare quelle bugie.
Sono le nove e quaranta e lui non c’è … non arriva … anche il suo avvocato non sa niente.
L’udienza incomincia e Matteo Cagnoni non si presenta.
Sollievo generale.
Il solo vederlo inquieta.
Le sue maschere cambiano ogni volta e le indossa alla bisogna. Anche in aula, figuriamoci quando era libero.
Ma oggi non è venuto in aula.
Oggi è di scena la requisitoria finale della pubblica accusa, rappresentata dalla dottoressa Cristina D’Aniello, che di maschere non ne indossa.
Indossa una toga, che non è una maschera.
Una toga simile a quella del Procuratore capo, del Presidente, del giudice a latere, dei membri della Corte, degli avvocati. Quasi tutti uomini, tranne cinque della giuria popolare e tre avvocate delle parti civili.
Una signora del pubblico ha definito la Pm, durante una pausa: Una donna con le palle!
Signora, non è questione di attributi fisici, è una questione di genere.
In ogni statistica le donne dimostrano di essere più preparate, più concrete e sensibili. Danno più attenzione alle persone, sono più empatiche. Insomma hanno delle risorse diverse dagli uomini, pur avendo meno diritti, meno opportunità. Più obblighi.
La dottoressa D’Aniello ha qualcosa di molto preciso da dire: Ogni dato scientifico è importante, ma va calato nel caso di cui ci occupiamo.
E questo, aggiungo io, non è un caso qualsiasi. E’ un caso di femminicidio. E questo fa differenza.
La toga che la Pm indossa le dà il potere di parlare ed essere ascoltata. L’Autorevolezza.
A differenza di tanti togati, le sue parole sono pregne di umanità femminile, ben lontane da una pietas bigotta.
Cristina D’Aniello non dice mai parole neutre.
Esordisce: Non esistono delitti perfetti, ma indagini perfette.
E sottolinea: Il lavoro brillante e senza sosta di donne e uomini che hanno investigato fra Ravenna, Firenze e Roma non per trovare in Cagnoni il colpevole, ma per dare una risposta di giustizia a Giulia e alla sua famiglia.
Chi può mai iniziare una requisitoria in questo modo, se non una donna?
E continua: Le uniche persone che con i familiari e gli amici più cari, hanno mostrato Pietas per Giulia.
Giulia è una testimone qualificata. Attraverso le parole riportate dai testimoni.
Giulia testimone qualificata.
Non è più solo la vittima da compiangere.
Non basta nascondersi dietro una Maschera da Vedovo Inconsolabile.
La Pm argomenta con le prove tecnico-scientifiche: Urlano elementi probatori nei confronti di Matteo Cagnoni.
E li dimostra tutti Cristina D’Aniello gli elementi su cui si fonda l’accusa: la volontarietà, la premeditazione, la crudeltà, l’occultamento.
Con una ricostruzione precisa al secondo, intersecando orari e frasi dell’imputato, smaschera le sue spiegazioni illogiche.
Inverosimili.
Lo scenario che ne esce è peggiore di qualsiasi incubo onirico.
Il patimento di Giulia è palpabile.
E avanti con alcune puntualizzazioni. Per cinque ore.
Due sono le persone scomparse: Giulia a Ravenna e Matteo a Firenze. Chi ha abbandonato il tetto coniugale? Giulia che resta a Ravenna o Matteo che scappa coi figli a Firenze e dopo tre giorni scappa dalla finestra della villa del padre, prima che qualcuno gli abbia detto che Giulia è morta.
Non poteva saperlo se non fosse stato lui. – afferma la D’Aniello – Matteo sa che Giulia non risponderà più a nessuno.
Ha sbagliato i tempi: sa che Giulia è stata uccisa prima che la notizia arrivi a Firenze. Così fa sbagliare anche sua madre: dice alla polizia, in cerca di suo figlio che Giulia è stata uccisa a Ravenna da un albanese. Ma quella era la bugia, forse concordata, da dire nel caso in cui il corpo di Giulia fosse stato trovato prima di averlo potuto far sparire, magari murando la cantina. Ma non prima che lo sapessero gli inquirenti.
Un flash raccapricciante: Matteo chiamava la Villa dei morti, dei fantasmi, degli spiriti, la casa di via Genocchi, dove è stata uccisa Giulia. Un tentativo inconscio di esorcizzare la paura di quel luogo?
La D’Aniello apre il capitolo bugie. Bugie Le pennellate di Matteo Cagnoni.
Bugie all’amica, all’amico, alla segretaria, al Toniolo di Bologna. Disdice appuntamenti perché: è successa una tragedia, per problemi familiari, un grosso guaio.
La verità dell’imputato prima e dopo l’inizio del processo? Matteo Cagnoni aggiusta le bugie. Accomoda le bugie con altre bugie.
Non è fabulante, Giulia, come sostiene Matteo Cagnoni. Lo dice perchè ha paura.
Le frequenti insinuazioni dell’imputato che Giulia avesse un secondo amante? Poco credibili, visto che la faceva già pedinare. Questa non è solo una bugia. Mente sapendo di mentire. Ma resta il fatto che è’ offensivo nei confronti di Giulia, e non è la prima volta – dice la D’Aniello, prima di aprire il capitolo sulla crudeltà.
Sulla ferocia con cui si è accanito: Voleva spaccare quella testa, eliminare quel volto, eliminare Giulia Ballestri. Lui medico – continua la D’Aniello – avrebbe dovuto riconoscere che Giulia stava agonizzando e l’ha lasciata lì. La cantina buia, infestata da topi, le finestre chiuse. Priva di luce.
Anche uccidere una donna nuda è una crudeltà.
E’ la pennellata della Pm, con la quale risponde alle pennellate dell’imputato.
Avrei voluto applaudire, tanto mi è sembrato importante che l’avesse sottolineato.
E’ stata data voce all’umiliazione di una donna anche dopo la morte.
E’ una questione di parole. In particolare in questa udienza ho sentito un’attenzione rispettosa della dignità delle donne.
Sarà perché la Pm è una donna? Una donna che non ha bisogno di palle?
L’udienza si conclude alle 18.
La D’Aniello ha altri argomenti da illustrare e deve concludere la requisitoria con pena per l’accusato.
Non è che l’imputato si sia assentato oggi per non sentirle pronunciare la parola ergastolo? Se così fosse dovrà mancare anche la prossima udienza, il 14 giugno.
A meno che non venga con la Maschera da Vedovo Inconsolabile.
Ma la Pm ormai l’ha già svelata: Quella maschera serve per nascondere che la morte di Giulia è stata una tragedia per lui.
E la Maschera del Vedovo Inconsolabile? Quella che indossava nell’interrogatorio del Gip di Firenze alla convalida dell’arresto?
Se si fosse avvalso della facoltà di non rispondere – la Pm ne è convinta – metà elementi di questo processo non sarebbero venuti fuori.
Perché non è stato zitto?
Ah, già, solo le donne della Famiglia devono tacere.

OMBRE DI UN PROCESSO / 30 14 giugno 2018 – VENTISETTESIMA UDIENZA

Maschilismo. Misoginia. Sessismo. Femminicidio.
Le parole dell’udienza di oggi sono particolarmente importanti, parole che fanno la differenza. Servono per capire non solo perché Giulia è stata uccisa da suo marito, ma perché le donne vengono uccise dai loro compagni o ex.
Prima però qualche passo sulla ricostruzione del femminicidio di Giulia.
La dottoressa D’Aniello, continuando la sua magistrale requisitoria iniziata l’udienza scorsa, ha ripreso la dimostrazione dell’illogicità e delle incongruenze della Verità secondo Matteo. Secondo Matteo Giulia sarebbe ancora viva se gli avesse ubbidito, è stata colpa sua. Non ha ubbidito.
La Pm ha sezionato e rivoltato le conversazioni tratte dalle intercettazioni telefoniche fatte dopo l’arresto dell’imputato. A suo padre, sua madre, lo zio, l’amica del padre, l’amica della madre.
Giulia è stata uccisa. Matteo è in carcere. Eppure …
Nessuno di loro – pennella la Pm – che dica Matteo è innocente, povera Giulia, chieda cosa sia successo. Tutta la sua famiglia dà per scontato che sia stato lui, si parla solo della motivazione che l’avrebbe spinto.
Episodi di pazzia in famiglia. Non ci ha visto più. Matteo l’ha fatta grossa. Per Matteo in carcere: giustizia è fatta.
Surreale la tesi della difesa che le impronte sul muro e sul frigorifero non siano dell’imputato – prosegue la Pm chiedendo – perché allora la difesa non ha chiesto la scarcerazione di Cagnoni Matteo? Cagnoni, ormai lo possiamo dire, ha ucciso Giulia Ballestri.
Crudeltà, premeditazione. Dimostrate da tutti i lati.
Non solo dalla Pm, anche dall’avvocato Giovanni Scudellari, per la famiglia Ballestri.
Parole ugualmente appassionate. Ma pronunciate con due diverse modalità. Due narrazioni diverse.
Quella di Scudellari dura e sferzante. Con un commovente inserto: Prendo la parola per Giulia. Prima non l’avevo mai vista; l’ho conosciuta qui, in questo processo, assieme a voi. Guido Ballestri me l’ha fatta conoscere attraverso i temi e le lettere che i suoi bambini le scrivono ancora, ma quella Giulia la tengo per me.
Poi parte con una incalzante ricostruzione filmica, dal momento dell’aggressione alla morte di Giulia, che ha sospeso i fiati, indignato gli animi e bagnato gli occhi.
Perché distruggere quella faccia? – si chiede – Perché Giulia è la sua faccia, una faccia collegata al cuore, così facendo ha cancellato entrambi.
Invece la narrazione della D’Aniello è pacata, arguta, appuntita, estremamente attenta ad ogni dettaglio, ad ogni parola, sempre visti con l’occhio della logica.
Ma nel contempo, la Pm, ha dato il via a parole inusuali in un’aula di giustizia. Parole che hanno fatto la differenza.
In vetta a tutte, la parola femminicidio.
Una parola che congiunge la morte di Giulia alla morte di tutte le donne uccise, perché per tutte il motivo è lo stesso. Una donna ogni due giorni viene uccisa perché non vuole più sottostare al pater familias.
E questa parola l’hanno pronunciata oltre alla Pm, le avvocate e gli avvocati delle parti civili nelle loro arringhe. In tutti gli interventi di oggi. Femminicidio.
Dalle Ombre precedenti è emerso che le parole hanno un sesnso.
In questo caso rispondono alla domanda: perché Giulia è stata uccisa?
E perché gli uomini uccidono le donne?
Delitto passionale? – chiede la D’Aniello – Non c’è passione, non c’è amore, c’è solo malvagità!
Grande passo in avanti per questa parola, femminicidio, che a non tutti piace. Cacofonica, per alcune persone. Da vent’anni le donne l’hanno scelta come il termine che meglio rappresenta l’uccisione di una donna in quanto donna. E femminicidio è una parola sempre più usata.
Ma perché è così importante nominarla, dirla? C’è già la parola omicidio, dice qualcun altro. Mentre omicidio sappiamo tutti cos’è, femminicidio è un omicidio che incorpora in sé qualcosa di più specifico. Contiene un’affermazione di causa. Comprende il contesto in cui avviene l’omicidio. In famiglia, contro la donna alla quale si è stati legati sentimentalmente.
Uccisa perché quel legame è finito. Uccisa perché non ha diritto di scegliere.
Di femminicidio parla la Pm D’Aniello, imboccando la strada del movente. Un atteggiamento patriarcale e misogino. La malvagità di una persona manipolatoria. Un pater familias che voleva la dominanza sulla moglie e avere su di lei diritto di vita e di morte.
La D’Aniello legge un messaggio di Giulia al suo nuovo compagno riferendosi al marito: A volte è un debole, a volte mi fa tenerezza. Questo, secondo la Pm, è uno degli errori più ricorrenti delle donne nei confronti dei loro assassini: sottovalutare.
E’ un vero mistero, di cui non mi capacito. Fin dove può arrivare la capacità di noi donne di fidarci e di credere al pentimento dell’uomo? Ci sono casi di femminicidio dove donne che sono state accolte coi loro figli nelle case rifugio, che hanno cambiato città, lavoro e le scuole dei figli, quando il marito o ex chiede loro di tornare, perché ha capito di aver sbagliato, perché giura che non farà mai più loro del male, ecco lì, in quel momento, il femminicidio. Le modalità per uccidere quella donna ribelle sono tante, ma unica è la matrice, unico il movente: odio e vendetta per la disobbedienza.
Di femminicidio parlano nelle loro arringhe anche il preciso e professionale avvocato Enrico Baldrati, per il Comune di Ravenna, e l’avvocata Antonella Monteleone, per l’Associazione Dalla parte dei minori, che invoca un provvedimento pilota in questo processo per femminicidio, e sottolinea nel contempo che vittime di femminicidio sono anche i figli delle donne uccise. 1.600 dal 2000 al 2015. Sono tre gli orfani in questo caso. Orfani Speciali.
L’avvocata Sonia Lama per l’Udi afferma nella sua arringa: In Italia c’è un femminicidio ogni sessanta ore, numeri da guerra: 116 nel 2016 e Giulia è una di queste, ‘una di meno’ di noi. Perché così tante donne vengono uccise? – chiede – I femminicidi sono in crescita. Sono sempre di più le donne che decidono di autodeterminarsi, ma ci sono ancora molti uomini che non sono in grado di accettare questa loro scelta.
Per Linea Rosa, l’avvocata Cristina Magnani afferma: Femminicidio è un sostantivo qualificante. Giulia è stata uccisa perché ha alzato la testa, ha cercato di affrancarsi dal ruolo di strumento, di individuo relegato a mero contorno dal marito. Costretta all’obbedienza. Pertanto, citando Tina Lagostena Bassi, l’avvocata delle donne, chiede alla corte: una sentenza politica, non in senso partitico, nel senso di polis, città, che sia di indirizzo delle coscienze delle persone verso il rispetto della dignità della donna.
Tutti noi, uomini e donne, dobbiamo fare attenzione alle parole che usiamo.
Ecco le richieste di pena e risarcimento a carico di Matteo Cagnoni.
Ergastolo e isolamento diurno per un anno, per la Pubblica accusa.
La famiglia di Giulia: un milione per ogni figlio, cinquecento mila per ogni genitore, centocinquantamila per il fratello.
Le altre parti civili chiedono risarcimenti per danni patrimoniali, ma soprattutto d’immagine.
Il danno arrecato all’associazione – dice l’avvocata Lama per l’Udi – è enorme perché vanifica un lavoro di decenni che va rifatto. La sua richiesta è di sessantamila euro per finanziare due progetti sulla promozione del rispetto tra i genere nelle scuole.
L’avvocata Magnani, per Linea Rosa, quantifica in settantamila euro la realizzazione di un fondo per pagare le cure alle donne vittime di violenza sfuggite alla morte ma col corpo tuttora segnato da gravi ferite.
Venticinquemila euro chiede l’avvocata Monteleone per l’Associazione Dalla parte di minori per sostenere la psicoterapia dei figli di Giulia fino a che ne avranno bisogno.
Un conto preciso e rigorosamente documentato da 49.500 lo presenta l’avvocato Baldrati per il Comune di Ravenna per l’assistenza passata e futura ai tre bambini di Giulia.
L’imputato non era in aula neppure oggi.
Non ha trovato la Maschera giusta?
Se ne è avuto a male perché gli danno dell’assassino?
La prossima udienza sarà il turno della difesa. Parleranno gli avvocati Dalaiti e Trombini.
L’imputato verrà ad ascoltare due delle poche voci a suo favore?
E’ forse arrabbiato proprio col suo amico di Famiglia, il fedele Giovanni Trombini che non è riuscito a trovare un appiglio credibile per difenderlo? Neppure lui gli ha ubbidito, non lo sta tirando fuori dai guai. Un compito forse impossibile, ma aspettiamo l’arringa di lunedì prossimo, il 18 giugno.
Porto a casa una frase del Professor Cagnoni al fratello: Le cose si pacificano sempre pagando non scappando. Bisogna che passi la burrasca.

OMBRE DI UN PROCESSO / 31 18 giugno 2018 – VENTOTTESIMA UDIENZA 

Dubbio è la parola di oggi ed è contenuta nella domanda che l’avvocato Trombini ha ripetuto più e più volte nella sua arringa in difesa di Matteo Cagnoni: è colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio?
E Dubbio è il titolo del film a cui abbiamo assistito in aula.
Il regista è l’imputato, che oggi è venuto in aula con una cartellina verde, anziché rossa e con la Maschera da Ascoltatore Attento. Plaudente con semplici cenni del capo o con un abbassar di palpebre.
L’unico interprete, l’avvocato Giovanni Trombini. Modula la voce con oscillazioni fra il falsetto e lo stentoreo. Un interprete che ha studiato bene il copione, condendo il tutto con improvvisazioni e pause di sospensione. Il tutto per cancellare l’immagine che qualcuno potrebbe essersi fatto di un Cagnoni violento possessivo e manipolatore che avrebbe ucciso la moglie per non lasciarla libera. Ha dato molto l’avvocato Trombini, anche abbondanti sudorazioni. Rammaricato dal clima ostile e supposti pregiudizi di stampa e opinione pubblica, cita De Gasperi: Tranne la vostra stima personale tutto è contro di me.
Il problema è che soggetto e sceneggiatura sono melensi. Verso la metà del film è entrato il Tarlo del Dubbio. Sul finale entrano due Assassini Anonimi, un vero colpo di scena.
Trama. Così come la racconta l’avvocato.
E’ la storia di un medico quarantenne affermato e di Buona Famiglia e di una donna sui trent’anni che lavora nell’azienda di famiglia. Si innamorano. Si sposano. Hanno tre bambini. Un matrimonio felice: lui lavora, lei cresce i figli. Tutto come nelle altre famiglie. Dieci anni dopo, lei si guarda indietro: ha quasi quarant’anni, la sua gioventù se n’è andata. Prova nostalgia. Melanconia. Tesoro mio, le dice lui, sei solo depressa, come succede alle donne verso i quaranta. L’uomo, da medico, sa. Vede la moglie in difficoltà: Tesoro, fatti aiutare. Consiglia antidepressivi, un amico psicologo, un terapeuta di coppia. Le prova tutte. Lei però è in crisi, non ci si trova più nel ruolo di madre e moglie, non s’accontenta di cene, artisti e viaggi. Cerca la libertà, vuole il suo spazio. Lui è un uomo all’antica, vuole una famiglia all’antica. Come la Famiglia di suo padre, suo nonno, forse il bisnonno. Lei si fa un amante segreto. Lo nasconde al marito, per nasconderlo a se stessa. La moglie si vuol separare. Lui è sotto choc, separarsi vuol dire che la Famiglia non sarà più la stessa, la donna amata, i bambini. E qui lui fa una cosa stupida: si disfa del patrimonio e assume un investigatore per seguire la moglie. E’ il momento più difficile per lui, ora è lui a volersi separare. Ma in quel momento quell’uomo non prova solo astio, ma amore. L’amore non si dimentica, i figli non si dimenticano. Marito e moglie si mettono d’accordo sulla separazione, senza litigare perché l’amore è sempre dentro di loro. Resta in sospeso un piccolo dettaglio: la moglie non deve vedere il suo amante fino alla fine della separazione. Quello stesso fine settimana, il venerdì, marito e moglie discorrono amichevolmente in pasticceria. Poi vanno a fotografare un quadro nella Villa dei Nonni. Dopo due ore escono. Lei s’avvia verso i giardini. Lui, solo in auto, la guarda dallo specchietto retrovisore. La vede allontanarsi portando con sé la fine del loro matrimonio. La Famiglia non sarà mai più unita.
Sono le undici di mattina, ma ci sarebbe stato meglio un tramonto arancione e nero con il quadro del Narciso.
Dov’è il movente? – s’inalbera l’avvocato Trombini irrompendo sulla scena – Mai emerse aggressività e violenza. Mai manipolazioni e possessività. Bugiarda Giulia, la sua amica Betta, l’amico Ioannis, l’amante Stefano. Confidenze enfatizzate per convincere e convincersi – l’avvocato così definisce i racconti di Giulia.
Già. Giulia la fabulante. Quella Giulia chiamata dal Professore bimba mia, dal Dottore tesoro, amore mio. Quella Giulia ha mentito a tutti. Sull’immagine di Giulia la Bugiarda, finisce il primo tempo.
Caffè e un goccio d’acqua.
Il film riprende con l’avvocato Trombini in veste di smontatore di prove: Con le prove non si bara, ci si confronta.
Entriamo nel cuore del Dubbio per svegliare il Tarlo.
Il giovedì precedente il femminicidio di Giulia, nessuno scende dalla Chrysler nera davanti alla Villa dei Nonni, nessun movimento indica che qualcuno sia sceso con un borsone con bastone, acqua distillata, cambio d’abiti, Timberland e stracci per pulire. La prova non dimostra che Matteo Cagnoni sia sceso dall’auto: al di là di ogni ragionevole dubbio.
I sacchetti, i cuscini, la borsa, il borsone, tutto ciò che ha scaricato venerdì a Firenze, nella Villa del Padre Professore non proviene dal luogo del delitto, delitto che Matteo Cagnoni non ha commesso.
E’ illogico che l’imputato si sia portato dietro dal luogo del delitto i due cuscini macchiati di sangue.
Perché non avrebbe fatto sparire tutto e subito?
Non c’è la prova che il giorno dopo il femminicidio, l’imputato sia tornato a Ravenna a pulire la Villa dei Nonni.
E domenica 18? Quando tutti sono preoccupati perché Giulia non si trova, Matteo, nonostante l’amore che ha dentro per lei, che fa? Non è più mia moglie, è libera di fare quello che vuole. Anzi che faccia quel che vuole, e adesso mi devo preoccupare, io? Voglio starmene qui (a Firenze da Mamma e Papà, anche se non passa un attimo con loro) in pace. Non siamo più marito e moglie.
In quei tre giorni, Matteo non fugge, perché, gli ha detto il suo amico e avvocato penalista Trombini: se sei innocente la fuga ha un solo segno, ti crederanno colpevole.
E’ vero, non fugge con un aereo per chissà dove, fugge da una finestra, quando sa che la polizia è entrata nella Villa dei Nonni. Ma è una fuga piccola, da panico, non da colpevole.
La scena della caccia all’uomo è da guardia e ladri nel boschetto dietro casa. Una caccia all’uomo la cui sola colpa è di essersi fatto i fatti suoi per due giorni. Invece la sua piccola fuga per gli inquirenti è la prova della sua colpevolezza.
La frase della vecchia confusa madre Vanna? Quella che dice alla polizia che la nuora è stata uccisa da un albanese tre giorni prima? Le sue parole non valgono, ha l’Alzheimer, eppoi la sua testimonianza non è stata firmata, cristallizzata.
Il Professor Padre viene indagato e poi prosciolto? E’ vergognoso, questo è un attacco alla Famiglia, un attacco ad un modo di essere.
Già. L’assunto della Famiglia: un matrimonio felice è quello dove lui lavora, lei cresce i figli.
L’avvocato Trombini beve un sorso d’acqua.
Un sospiro ed entra nella Villa dei Nonni. Vuole ricostruire la dinamica dell’omicidio sulle macerie delle tesi dell’accusa.
Prima le macerie.
Sull’allarme il dato non è certo. Inserito o no?
Gli inquirenti hanno filmato cose diverse da come sono state trovate: la porta della terrazza era aperta.
Non sono sue le impronte delle mani sul muro e il frigo – afferma Trombini mentre instilla il Dubbio sulla prova regina dell’accusa – Chi può dire con certezza, al di là di ogni ragionevole dubbio, che quelle impronte insanguinate siano di Cagnoni?
I dati oggettivi depongono a favore dell’innocenza di Matteo Cagnoni – secondo il suo amico avvocato.
Mah.
La ricostruzione della PM scricchiola – sostiene l’Avvocato senza Dubbi – una persona sola in un’ora non può aver aggredito, ucciso, ripulito.
Ora la ricostruzione.
E’ a questo punto che entrano in scena i due Assassini Anonimi.
Uno colpisce, l’altro pulisce. Colluttazione. Soffocamento. Giulia si rialza. Uno la insegue. Ci sono le impronte di due scarpe, che non sono né Hoogan né Timberland, ma imitazioni, simil; c’è un dna sconosciuto sotto le unghie di Giulia; le manate sporche di sangue non sono di una sola mano.
Un film che dura otto ore è davvero faticoso da seguire, tanto più se non avvince.
Però non ci si deve scordare che il diritto alla difesa è uno dei diritti fondamentali di ogni cittadino.
Penso ad una frase della mia edicolante: Ho sperato che non fosse lui.
L’omicidio di una donna è sempre una tragedia, ma una donna uccisa dal marito colpisce ancor più nel profondo tutte le donne.
Probabilmente perché, in tante, abbiamo vissuto la violenza all’interno delle nostre case da parte di mariti o padri.
Riconosciamo a pelle il potere distruttivo del maschilismo, la potenza delle manipolazioni, la strumentalizzazione dei figli.
Lo sappiamo perché viviamo la stessa violenza misogina ogni giorno anche nei posti di lavoro.
E quando un marito uccide la moglie che rivendica la libertà di vivere una vita nuova, capiamo subito che quello è un femminicidio.
Femminicidio è un termine che non esiste nel codice penale – sostiene Trombini – è sociologia.
Mi chiedo perché questa parola sia così ostica, soprattutto per gli uomini.
Il film Il Dubbio continua venerdì prossimo: aggravanti e crudeltà, gli argomenti della difesa ancora da trattare. Chiederà l’assoluzione di Cagnoni con formula piena per non aver commesso il fatto?
Venerdì, finite le repliche, la Corte si ritirerà in camera di consiglio per la sentenza.
Un brusio in aula, il pubblico si volta. Sta arrivando qualcuno…
Scusatemi, devo andare a vedere chi è.
Tornerò a riferirvi giovedì prossimo, 21 giugno, con un’edizione straordinaria delle’Ombre di un processo, la numero 32.

OMBRE DI UN PROCESSO / 32  18 giugno 2018 – VENTOTTESIMA UDIENZA/EDIZIONE STRAORDINARIA

Oggi mi rivolgo direttamente alla Corte. Al Presidente di questa Corte d’Assise, Corrado Schiaretti, al giudice a latere, Andrea Galanti, alla Giuria Popolare. Ora che il dibattimento, la requisitoria e le arringhe sono terminate, mi sembra manchi qualcosa. Penso e ripenso. Manca la voce di Giulia, la principale parte lesa. L’ho cercata fra i verbali delle udienze che ci hanno portato fin qui. E l’ho trovata. La sua voce sta nelle testimonianze, riportate tra virgolette nei verbali della Corte. Le parole sono quelle che Giulia stessa ha riferito a Stefano, all’amica, alla madre, al fratello, agli psicologi e a vari altri testi. Io ho soltanto cucito le frasi, collocandole nei tempi indicati dai testi stessi.  Così mi permetto di far uscire dalle Ombre di questo processo la voce di Giulia per raccontare con le sue parole la versione dei fatti. Questa è la sua arringa. Signor Presidente, signori della Corte Mi chiamo Giulia Ballestri. Ora sono un’Ombra. Non ho più un corpo. Non più da quando Matteo Cagnoni ha scelto di distruggerlo e disfarsene, come un oggetto ingombrante e dannoso. Come ha fatto con la mia bella borsa bianca, che ha buttato fra i rifiuti. Forse anche un’Ombra si può buttare fra i rifiuti. Le parole invece non diventano Ombre. Le parole vivono più della vita. Restano fissate nella memoria. Eccomi qui, Ombra fra le Ombre, dal 16 settembre del 2016. Qui, dove stanno tutte le Ombre delle donne uccise dai loro partner o ex. Quasi la metà di noi è stata uccisa dopo aver denunciato colui che sarebbe diventato il suo assassino. L’altra metà è rimasta sola, come me. Fra noi Ombre comunichiamo con l’empatia e ci raccontiamo le nostre vite. C’è tanto da imparare ad ascoltare le storie delle donne uccise dal compagno o ex e delle bambine uccise dai padri. E’ così che ho capito perché sono stata uccisa. Col permesso della Corte, faccio entrare la mia testimone: una donna uccisa dal marito 13 secoli fa. Mi chiamo Francesca da Polenta. Sì, sono proprio Francesca del quinto canto dell’Inferno. Sono nata Ravenna e a quattordici anni sono stata data in sposa a Gianciotto Malatesta, da tutti conosciuto come ‘lo sciancato’.. Lui era quattordici anni più vecchio più di me. A dir poco era orribile, non solo d’aspetto, anche di cuore. Inoltre ero innamorata di suo fratello Paolo. Le nostre nozze erano state combinate dalle due Famiglie quando avevo sei anni per unire il potere fra Signorie: da Polenta da Ravenna e Malatesta da Rimini e Verucchio. Un matrimonio forzato difficilmente è felice e a farne le spese è sempre la sposa. Gianciotto mi ha costretta a vivere fra quattro mura, controllando anche quel che leggevo. Diceva che una donna ha un ruolo ben definito: moglie, madre e amante. Ogni notte mi violentava, diceva che era mio dovere coniugale sottostare alle sue voglie. Ho avuto due bambini, una femmina e un maschio. Solo quando partiva per una battaglia stavo bene, anche se mi faceva controllare dai suoi sgherri. Talvolta riuscivo a sfuggire. Paolo mi aspettava. Ascoltava la mia solitudine e baciava le mie lacrime. Per consolarmi. Un giorno, mentre stavamo leggendo dell’amore di Ginevra e Lancillotto, mio marito ci ha colti di sorpresa. Ci ha uccisi entrambi. A ventiquattro anni sono diventata un’Ombra come Giulia. Siamo in buona compagnia. Molte le conoscete perché gli scrittori hanno tracciato nella letteratura tra i secoli la storia del femminicidio. Salomè, Desdemona, Carmen … Con il permesso della Corte, pongo una riflessione. Sono stata uccisa da mio marito da 733 anni e, per colpa di Dante, ancora oggi gli studenti imparano a memoria: “Amor condusse noi ad una morte”. Ma di quale amore parla? Non è stato il mio amore per Paolo che mi ha uccisa, ma l’odio di mio marito. Mi odiava perché non lo amavo, quando invece dovevo sottopormi ai suoi voleri. Ai miei tempi noi donne non eravamo considerate persone, ma appendici dell’uomo, proprietario della nostra vita e della nostra morte, come quella delle nostre figlie. Sapete quanto mi sia sempre piaciuto leggere, da quando sono un’Ombra ho letto di tutto. Non siamo più ai tempi di Lancillotto! Tante leggi, tante lotte, tante strade hanno percorso le donne. Oggi la violenza sulle donne è considerato un reato contro la persona e non più contro la morale. Ma le Ombre delle donne uccise dai partner o ex continuano ad arrivare ogni giorno, sempre di più. Da ogni nazione, cultura, religione. I secoli sono passati, ma il motivo che ci ha condotto a morte è sempre lo stesso. Il potere dell’uomo contro il diritto delle donne alla libera scelta e all’autodeterminazione. E con tutto questo, Dante ha messo me all’inferno, fra i lussuriosi. Mi ha punita, unita per sempre a Paolo, sballottati qua e là dal vento. Riconosco il merito a Dante di aver messo all’inferno anche Gianciotto, in fondo aveva commesso un delitto d’onore, però lui è vissuto altri ventuno anni, si è risposato, ha generato altri cinque figli, e ha continuato a uccidere nemici a destra e manca. Sempre uguale a se stesso. E’ sempre stato così: le donne si emancipano, gli uomini restano fermi. Dal PUBBLICO si eleva un CORO di voci femminili: le donne si emancipano, gli uomini restano fermi … Ora chiedo alla Corte: perché io, Giulia Ballestri, sono stata uccisa? Per amore o per odio? Pretendevo solo il diritto alla felicità. Pretendevo il diritto alla felicità dei miei figli. Che felicità avrebbero avuto con una mamma sempre più infelice, oppressa, spaventata? I bambini sanno leggere i visi, le palpebre, le pieghe agli angoli della bocca. Non avrei sopportato di mentire. Certo sarebbe stato difficile per loro cambiare i ritmi quotidiani, ma io sarei stata lì a ripararli dal vento. Non li avrei tenuti lontani dal padre. Niente di tutto ciò mi è stato concesso. Il CORO delle donne:… A Giulia non è stata concessa la felicità. Sono sempre stata una brava ragazzina. Ho una amica del cuore, Elisabetta, Betta, che ho conosciuto a pallavolo. Con lei mi confido spesso. Non sei tagliata per lo studio – dice mia madre – nell’azienda di famiglia abbiamo bisogno di te. Sono una brava ragazza. A ventotto anni ho ancora un residuo di acne, un dermatologo mi aiuta a guarire. I miei e mio fratello sono fuori Italia per lavoro. Mi sento sola. Ti manca la tua famiglia – mi consola Betta. Sono confusa e non so che strada imboccare. Il dermatologo mi corteggia. Io mi ritraggo. Lui mi insegue, mi sta addosso. Mi dice che solo a lui importa di me. Non mi va, ha 13 anni più di me. Ma mi insegue, mi sta addosso. Mi porta a mangiar fuori una volta la settimana. Mi attrae la sua cultura. Sa parlare di tutto. Mi corteggia, mi sta addosso. E io ho bisogno di una figura un po’ più grande accanto a me. Mi faccio catturare. Ho molta paura di perderlo. E’ diventato il mio solo punto di riferimento. CORO: Giulia è una brava ragazza … si sente sola … Matteo la insegue, le sta addosso … Giulia ha paura di perderlo … è il suo solo punto di riferimento. Il dermatologo è Matteo Cagnoni. Mia madre sa già tutto di lui: è il figlio più piccolo di una famiglia importante di Ravenna; il nonno è stato gerarca fascista, il padre Mario è Professore, è un ex docente universitario di medicina interna al Careggi di Firenze; sono tutti iscritti alla massoneria, anche lo zio e il fratello; si tratta di una Grande Famiglia. Potente. Mia madre è entusiasta e spinge, spinge. Anche la mia famiglia è nota a Ravenna. I miei hanno una impresa off shore e agganci in America Latina. A loro piace molto Matteo. Forse più che a me. Sarà che è più grande di me, ma mi sento di aver bisogno di lui. Mi lascio prendere. E rimango anche incinta. Non so che fare. Matteo però decide per me: Questo bambino non sarà figlio di nessuno, noi ci dobbiamo sposare. Mi convince a sposarlo. Il matrimonio si deve fare di fretta prima che si veda la pancia grossa. Che la gente non sappia. Ma il mio grembo si attorciglia nello stress e la gravidanza si arresta. Il matrimonio è fissato, non si può disdire, andiamo avanti. Sono perplessa. Lui mi segue, mi sta addosso. Anche i miei mi stanno sopra. Non c’è tempo. E gli dico di SI, ci sposiamo. CORO: Si tratta di una Grande Famiglia. Ai genitori di Giulia piace molto Matteo. Forse più che a Giulia. Lui ha deciso per lei. La felicità arriva con Rachele, la mia bambina. Vado poco a lavorare. Matteo dispone: la moglie del dottor Cagnoni non lavora. Mi licenzio. La mia piccola è tutto il mondo che voglio. Il mio cognome scompare dal campanello. Ora siamo la Famiglia Cagnoni. CORO: la moglie del dottor Cagnoni non lavora … il cognome di Giulia sparisce dal campanello Poi arriva Leonardo. Ora tutto è perfetto. Mi piace così. Certo non ho più tempo per le amiche, che del resto Matteo non gradisce. Usciamo solo coi suoi amici. Discorsi noiosi, pesanti, grigi come i loro capelli. Cerco di non sbadigliare, e se mi isolo, Matteo mi guarda male e a casa poi mi fa una testa così. Ciò che mi fa star bene è lasciarmi mangiare e bere dai miei piccoli, che mi si arrampicano addosso come fossi una quercia. Tre anni dopo un altro bambino. Giorgio. Giorgino, il più piccolino. La mia attenzione è tutta per i bambini. Rachele è una brava bambina in ogni senso. Leonardo stravede per suo padre. Giorgino mi succhia l’anima e io lo lascio fare. Matteo mi chiama continuamente al telefono. Con un bambino di qua e uno di là corro di corsa. Vuol sapere come va. Ma quando sono io a chiamarlo, non c’è mai. Esco pochissimo con le amiche, non ho tempo. Betta mi chiama, ma c’è sempre qualche figlio che vuole la mia attenzione. Da qualche tempo poi Matteo trova una scusa nuova per non andare neppure a trovare i miei genitori. Ho scoperto che Matteo è un inventore di scuse. CORO: Matteo non gradisce … le fa una testa così … Matteo è un inventore di scuse Signori della Corte: le scuse sono bugie, sono un modo per falsare la realtà e condizionare gli altri. Ma, allora, non ci pensavo. E sono caduta nella trappola. Pappe, pannolini, ciucci e pigiamini. Poi tute e calzoncini. Asili, scuole materne, e poi le elementari. E corsi e nuoto e basket e danza. E fai la spesa e cucina. Ho chi mi aiuta in casa, ma devo essere una moglie impeccabile. Aumentano le stature, aumentano i ritmi. Aumenta la mia energia. Sono passati dieci anni dal mio sì. E sono viva. Sono viva ma sono stanca. Dover essere sempre una moglie impeccabile comincia a pesarmi. Cerco di sottrarmi alle cene col sindaco, l’assessore, il Rotary, i Lions e la raccolta fondi contro la violenza sulle donne, ma non c’è verso. Sono sua moglie e devo andare. Matteo vuole farsi fotografare con me appesa al suo braccio, sorridente, entusiasta. Che appaia la sua foto con la didascalia: il noto dermatologo dottor Matteo Cagnoni con la moglie. Basta che sia piacente, non c’è bisogno che io abbia un nome. Mi ha detto che devo cercare di capirlo: ha bisogno di ricostruirsi una reputazione dopo lo scandalo delle prescrizione false di farmaci. La vicenda si è conclusa bene, ma dice che il suo Onore è stato scalfito in qualche modo. Gli servono relazioni con persone influenti. Visibilità. Una Famiglia da mostrare. Un vanto. E se talvolta esagera, mi ha confessato, è perché da piccolo è stato un ‘bambino poco visto’, gli ha detto così il suo amico psicologo, e quindi adesso cerca di mettersi in mostra. La perdita dell’immagine è per me un dramma. Lo capisci, Giulia?– ha concluso Lo so, lo so, scusami tu Matteo, ci metterò più impegno – lo rassicuro. CORO: Giulia è sua moglie e deve andare … Matteo è stato un ‘bambino poco visto’ … Giulia lo rassicura … Proprio in quest’aula, lo psicologo di Matteo, ha spiegato cosa significa essere un bambino poco visto. Un bambino poco visto vuol essere visto. Crescendo, il suo antico stato di insicurezza si è trasformato in un bisogno di affermazione, un bisogno di comparire, di essere visto. Io sono la Mamma di tutta la Famiglia. Da un po’di tempo ho la sensazione che mi manchi qualcosa. Matteo decide tutto della nostra vita. Si va qui, si va lì. La cena di qua e là. Decide chi devo vedere e chi no. Dice: chissà su quale strada ti portano a sbattere i tuoi amici giovani, quali cose ti mettono in testa, meglio i miei. Sono più interessanti, colti, intelligenti. Per lui è meglio frequentare famiglie che single perditempo fra feste e drink. Famiglie, famiglie. Matteo non vuole neppure che frequenti Betta. Non è sposata e non ha figli. Adesso, quando Matteo inventa scuse per non andare a cena dai miei, a loro dico la verità: non posso sennò mio marito mi fa una testa così. Altre volte la scusa sono i suoi genitori: no, no, questo week end dobbiamo andare a Firenze dai miei, non scontentiamoli, vogliono vedere i nipoti. Con questa scusa, mi fa sentire in dovere di andare a Firenze, anche perché ogni mese il padre di Matteo ci passa una bella cifra. Così mi dico: Matteo è com’è però è sempre la mia famiglia ed io non posso fregarmene. Così, dentro le quattro mura di casa il mondo attorno a me si è rimpicciolito. CORO: il padre di Matteo passa una bella cifra … Giulia non può fregarsene … il mondo attorno a lei si è rimpicciolito … le manca qualcosa … I sensi di colpa aumentano la mia confusione. I ricatti affettivi sono la peggior tortura. S’insinuano e confondono i contorni della realtà. Mi sento in libertà vigilata. Matteo mi chiama al telefono ottanta volte ogni quarto d’ora. Pretesti, banalità per sapere dove sono, cosa faccio, con chi sono, come sono vestita. Ha cambiato il pin del mio cellulare. Oppure me lo porta via con la scusa che il suo è scarico. Quando me lo restituisce mancano sempre dei contatti. Li ha cancellati. Dice che si è sbagliato. Si scusa. Ma ogni volta sparisce un nome. Adesso poi non posso neppure più leggere i libri che piacciono a me. E’ lui a scegliere cosa devo leggere. Questa roba non è abbastanza colta. – mi dice – Quando siamo in mezzo alla gente devi partecipare alle discussioni, devi interloquire, mostrarti preparata, informata, non puoi farmi sfigurare. Così mi porta a casa dei libri e delle riviste da leggere. Mi annoiano da morire. Ma poi lui mi interroga e io non so che dire. Mi arrendo e li sfoglio. CORO: Giulia deve leggere i libri che vuole Matteo … Non può far sfigurare suo marito Signori della Corte, Signor Presidente, cos’è questa se non violenza? La violenza psicologica non fa male al corpo, non si vede, non sanguina. Ha fatto crollare del tutto la fiducia in me stessa. Mi sono sentita inferiore a lui e ai suoi amici. Ho creduto davvero di essere solo un’ignorante. Tant’è che la paura di sbagliare mi ha tolto la parola. Faccio fatica a respirare. Mi sono confidata con mio fratello, ha minimizzato: va là, non esagerare – mi ha detto. Mi sembra anche di essere più bassa di statura quando cammino fra la gente, tanto mi sento sminuita. Ma in giugno del 2015, me lo ricordo bene quel giorno, mi è tornata la parola. All’uscita dalle scuole Tavelli, fra i genitori in attesa dei figli, rivedo un amico dei miei diciotto anni. Stefano. Ci raccontiamo le nostre vite, ci scambiamo i lamenti sui nostri matrimoni. Confidenze, insomma. Simili i disagi, le crisi, le insofferenze e i dubbi. Io lo ascolto e finalmente c’è chi mi ascolta e crede in quello che dico. Stefano è attento e paziente. Anche lui è affranto, come me. Anche lui si sta separando, ha una bambina e stravede per lei. Quant’è doloroso separarsi quando si hanno dei figli. Lo vedo nei suoi occhi e nelle sue mani Lo so bene, perché il mio desiderio, che non ho il coraggio di dire neppure a me stessa, è di finire con questa tortura. Separarmi è ciò che vorrei fare davvero, finalmente l’ho detto. Adesso che i bambini sono più grandi, vorrei anche tornare a lavorare nell’azienda dei miei. Mio padre invecchia e c’è bisogno di me. I miei desideri si sbriciolano appena vedo i miei bambini uscire dal portone. Come sono ancora piccoli! No, non posso, proprio io, non posso traumatizzarli con una separazione. Saluto Stefano: a domani. E torno nel mio solito tunnel. CORO: Giulia vorrebbe lavorare … vorrebbe separarsi …. ma i bambini sono così piccoli … Giulia torna nel solito tunnel. Ora che mi è tornata la parola, ho raccontato a Betta di Stefano. Forse mi sto innamorando. Stai attenta – mi ha suggerito – devi valutare tutto perché hai tre bambini e una famiglia – e ha concluso – comunque non voglio entrare in questa storia, so bene che Matteo è un tipo vendicativo. Perché nessuno mi ascolta? Il vero problema è proprio questo: quando noi donne parliamo non veniamo ascoltate davvero. Le richieste di aiuto non sono esplicite, anche perché non ci si rende conto di averne bisogno. Per fortuna c’è Stefano. Mi ascolta e soprattutto crede a quello che dico. Essere creduta fa bene, altrimenti si diventa pazzi di solitudine. Un giorno sono andata dall’estetista e Matteo mi ha telefonato per vedere se ero davvero lì. E’ stata una umiliazione. La ragazza ha detto che mio marito mi ama tanto, se fa così. Ho sorriso. Sarà. Fosse solo quello. Non perde occasione per gettare fango sulla mia famiglia. Per lui esistono solo la sua famiglia, la sua persona, il suo cognome. Tutto il resto è niente. Sono andata a dargli una mano in ambulatorio per mettere a posto i medicinali, ma non c’è verso, non riusciamo ad andar d’accordo neppure su quello. Voglio tornare a lavorare. Voglio un impegno. Signori della Corte: noi donne non siamo solo uteri riproduttivi. Ma la risposta di Matteo è sempre la stessa: La moglie del dottor Cagnoni non lavora. Non è per i soldi, anche se ultimamente Matteo fa parecchie assenze dal lavoro. Tengo io i conti di casa e le entrate non sono sufficienti. Ma non c’è problema, possiamo continuare a spendere, mio suocero ci fa dei bonifici mensili. Che non si veda da fuori, che non si sappia, si raccomanda sempre Matteo. E infatti la nostra vita passa da un serata all’altra, soprattutto per beneficienza, così lui può mettersi in mostra. Adesso ha la fissazione dei quadri. Vuol fare una mostra coi quadri che abbiamo nella Villa del Nonno. La casa dei morti come la chiama lui, tant’è che ha paura di entrarci da solo. Coi suoi amici ha fatto anche una seduta spiritica per mettersi in contatto con lo spirito dei figli di Mussolini. Poi ha fatto cacciare il maligno dal suo amico Don Desio. Matteo si sente un mecenate di giovani artisti. Adesso che ho meno da fare coi bambini, non mi lascia sola un attimo. Un giorno mi costringe ad andare a Bologna, un altro in Svizzera. Mi porta in giro a non far niente. Vuole che lo accompagni e basta. Mi trascina a Firenze perché dice di avere una ventina di pazienti da visitare e invece non è vero. E io faccio valigie, disfo valige. Venti borse. Ci si sposta con tre bambini e non gli importa degli impegni della scuola. Si deve andare con lui, punto e basta. E così andiamo. CORO: Matteo la trascina qua e là … deve andare con lui, punto e basta … Matteo fa parecchie assenze dal lavoro … Improvvisamente tutto è diventato menzogna. Che la verità non si sappia. Che la maschera celi la finzione e mostri un marito innamorato, una moglie affettuosa. Il silenzio è complice della bugia. Signori della Corte: inorridisco al sol pensare che in alcune sentenze il silenzio delle mogli maltrattate sia stato giudicato come una complicità. Il marito è stato assolto. Signor Presidente, non sono io l’imputata. Non mi rassegno. Io e Stefano ci vediamo più spesso, anche nella nostra Villa a Marina Romea o in spiaggia per cene fra amici. Lo invita Matteo, ma sento un certo disagio. E’ sempre più negativo. Denigra tutti i miei parenti, gli amici, i conoscenti. Si vanta di un libro che ha scritto sulla sua Famiglia. Parla della mostra e di quanto si senta un mecenate. Nei suoi discorsi lui è sempre al centro. Protagonista. E’ un Narciso – secondo Betta. Stare con Stefano mi piace sempre di più. Mi sento libera e amata. Stefano non si vanta di niente. Come me. E ad agosto ci amiamo con tutti i sensi. Accendo le luci nel tunnel perché i bambini non si accorgano di niente e faccio la mamma di sempre. Non riesco a star vicina a Matteo. A dicembre gli dico, chiaro e tondo, che voglio la separazione. Lui è comprensivo. Sai, una donna che si avvicina ai quarant’anni – mi ha rassicurato – è facile che vada in crisi, che sia un po’ depressa. Detto questo mi ha allungato una scatoletta con dei farmaci. Ogni tanto li prendo, li lascio sul tavolo della cucina. Ed è lì che li ha visti Betta. Siccome è farmacista, si è allarmata parecchio: ma chi prende queste medicine? Io le rispondo che me le dà Matteo. Betta si infuria: sono un farmaco per il bipolarismo, per gli stati maniacali, questa medicina va diritta al cervello! Tu non sei depressa – continua sempre più con foga – Tu non sei depressa, non stai male, sei sanissima, è solo che ti sei stancata di questa situazione – urla – Rifiutati! Quindi questa sera mi rifiuto di prenderle. Matteo siede davanti a me al tavolo della cucina e mi mette una pillola in bocca. Manda giù, ingoia – urla – fino a che non la mandi giù non ti alzi di qui. I bambini sono in camera loro con la Rosario, la loro tata. Come vorrei essere lì a strusciare la faccia sui loro capelli e invece no, ingoio la pillola. Io non ci sto due ore seduta lì davanti a lui, la prendo e basta, Me ne vado dai bambini, tanto io so di star bene. Comunque, dopo qualche giorno di questa sceneggiata, accetto anche di andare dallo psicologo di Matteo, fra l’altro suo amico, a Forlì. CORO: … sui quarant’anni una donna va in crisi … Mio marito vuole convincermi che sono malata. Mi fa ingoiare delle medicine che mi stordiscono. Vuole privarmi di ogni volontà. Che reato è, mi chiedo, privare una moglie della volontà per averla nel suo pieno potere? Privare una donna della libertà di scegliere. E questo reato si estingue con la morte della donna? Mi sento soffocare – sono le prime parole che dico al suo amico psicologo. So che andrà a riferire tutto ciò che dico a Matteo, ma ho bisogno di sfogarmi. Sono angosciata, non riesco più a stare in questa situazione, ma non riesco a reagire. Non ne posso più di farmi condizionare la vita a questo modo da Matteo. Mi deve organizzare la vita! Mi deve controllare. Lo psicologo mi chiede: Matteo in qualche modo è violento? Hai paura? Gli ho risposto: assolutamente no. Se mi servono dei farmaci – mi avverte lo psicologo – me li deve prescrivere uno psichiatra e non mio marito. La sua diagnosi, dopo qualche seduta: più che depressa, sono passiva. Il suo consiglio è di incominciare a prendermi i miei spazi, e, almeno una volta a settimana, di uscire a divertirmi con le amiche e gli amici. Matteo si è arrabbiato tantissimo. Lo psicologo ha cercato di farlo ragionare: una separazione non è per forza un fallimento, ma la modifica di una situazione dalla quale può nascere qualcosa di costruttivo per entrambi – gli ha detto. Sia come sia, dopo quella seduta, Matteo non vuole più che continui ad andarci. Mi ha proposto invece di andare da uno psicologo di coppia. Matteo è un gran rompipalle. Ancora una volta acconsento, per farlo star buono. Forse è vero che sono passiva. CORO: Più che depressa Giulia è passiva … deve prendersi i suoi spazi … Matteo si arrabbia e Giulia acconsente … Dallo psicologo di coppia esce fuori il vero problema di coppia: il sesso. Quando dico che non sono soddisfatta dei nostri rapporti sessuali e che non sono piacevoli, Matteo va fuori di sé. Giulia, non è che provi attrazione per le donne? – mi assale. Penso un attimo a Stefano e mi vien da ridere. Bastano poche sedute perché lo psicologo di coppia dica chiaro e tondo che siamo una famiglia all’antica. Matteo è lucido e argomentativo. Attivo. Ha più potere all’interno della nostra coppia. Io sono sofferente e scoraggiata. Sono una donna che si ritira sempre di più, anche dall’interesse per la famiglia. Una donna in ritirata, con un low profile. Lui è up, io sono down. Senza alcun potere. Ci ha proprio azzeccato. E’ una questione di potere. Oggi ho detto a Matteo che non voglio più saperne del matrimonio e che non voglio più avere rapporti sessuali con lui. Mi ha spintonato contro l’armadio, mi ha messo le mani al collo. L’ho allontanato e gli ho fatto capire che non doveva farlo mai più. Sono certa che ha capito e che non lo farà più. Adesso ogni giorno, anche in pausa pranzo, mi prende per un braccio e mi porta in camera da letto, chiudendo a chiave. Mi costringe a far sesso. Fino a quando sei sposata con me – urla – devi fare il tuo dovere coniugale, è un mio diritto. Vostro Onore, il dovere coniugale è il diritto del marito di violentare la propria moglie? Quale legge obbliga la moglie ad assecondare il desiderio dell’uomo? Ancora una volta la paura delle conseguenze di un mio rifiuto, mi fa stare lì. Ascolto i bambini in sala, le loro risate, i gridolini. Trattengo ogni protesta. Ho bisogno di confidarmi con mia madre, la vedo sempre meno. Matteo non vuole che parli con lei dei nostri problemi. Vado a trovarla di nascosto. Le racconto della nostra crisi. Lei minimizza: va bene, Giulia, non esagerare, dopo dieci anni di matrimonio, l’entusiasmo si spegne un po’, è normale. Mio fratello mi ripete: stai tranquilla, non farti prendere dalla disperazione. La congiura del silenzio. E ancora sto zitta. Ubbidisco. Signori della Corte, forse vi chiederete perché non l’ho denunciato. Perché avevo paura e la paura mi ha annichilita. CORO: Giulia non vuole più avere rapporti sessuali con Matteo …. Matteo la costringe … Giulia sta tranquilla … e ancora sta zitta … ubbidiente Dopo la questione dei farmaci, non riesco più a bere dalle bottiglie aperte. Devo stapparle sempre io. E se Matteo mettesse delle polverine nell’acqua? Matteo sta cambiando. Prima mi proibiva di fumare e di bere anche un goccio di birra con la pizza. Se ne bevevo un sorso, mi denigrava davanti ai bambini. Adesso vorrebbe che io bevessi, bevessi, bevessi. Prendo il coraggio in mano. Ricordo a Matteo che, visto che lui esce spesso a cena coi suoi amici, io voglio un po’ di tempo per me. Matteo detta le condizioni: va bene, puoi prenderti una sera a settimana, esci pure con le tue amiche, però non puoi andare nei ristoranti, non puoi andare in nessun locale e farti vedere in pubblico senza di me, se vuoi vedere le tue amiche puoi incontrarle a casa loro. Accetto, meglio di niente. Nelle serate di gala con lui, continuo la mia finzione. Tutti dicono che sembriamo la coppia più bella del mondo. Sorrido a destra, sorrido a sinistra. Matteo mi prende per mano. Vuol dire che recito bene. Mia madre mi ha raccontato che Matteo si lamenta di me. Si meraviglia che le cose fra voi non vadano bene – mi dice – Non puoi negare che lui ha sempre deciso per il bene della famiglia, per questo la tua insofferenza lo turba parecchio. Non capisco perché non gli vado più bene – le ha detto Matteo. E’ sempre andata bene così, perché Giulia è una pigrona di natura. – gli ha risposto mia madre. Anche lei mi sminuisce. CORO: Sono la coppia più bella del mondo, perché a Giulia non va più bene?…. Giulia è una pigrona di natura. Mi permetto di porgere alla Corte una domanda; dato che la violenza sessuale all’interno della coppia è un reato, quanti rapporti non consenzienti ci vogliono per chiamarlo stupro? Mio marito mi ha violentata ripetutamente. Sesso, sesso ad ogni ora. Matteo mi sta sempre più addosso. Da un mese mi sfinisce. Finchè sono sua moglie devo starci, dice. Io mi concedo come un sacco di patate, come una morta. Che palle, mi tiene sotto interrogatorio ore e ore a sviscerare tutto, io non ne posso più, me ne voglio andare a letto, non posso stare fino alle due di notte lì a parlare tutte le sere. Non ne posso più. Vado da un avvocato. Questa storia deve finire. Siamo già a maggio. Mio fratello continua a dirmi che la situazione non giustifica una separazione e mia madre insiste col dirmi che è un passo molto importante nella mia vita, che devo pensarci bene, pensare alle conseguenze per i bambini, e di non dimenticare che siamo una famiglia. Ma la mia decisione è ferma: vado dall’avvocato. Di nascosto da Matteo che non vuole che qualcuno si metta fra noi. CORO: Il marito la violenta … lei si finge morta … Non lo sopporto più, sono controllatissima, non posso fare nulla di quello che voglio mentre lui fa tutto quello che vuole, io non posso uscire un secondo di casa che vuole sapere dove, come e perché, invece lui, anche nel cuore della notte, prende su ed esce. Se gli chiedo: scusa, dove stai andando?, risponde: non sono affari tuoi. E torna dopo ore. Per controllarmi non lavora più, le cose in casa stanno andando male, tanto che praticamente noi viviamo della paghetta dei suoi genitori. I bonifici variano da dodici a tredici mila euro al mese. Comincio a vergognarmi di tutta questa faccenda. Anche se devo comprare un uovo devo chiedere i soldi a Matteo. Forse gli affari, o comunque i pazienti, sono calati per altri motivi, ma lui fa di tutto perché calino ancora, perché in studio non ci va. Ogni tanto si sveglia la mattina e annulla gli appuntamenti con delle scuse. Io so che lo fa perchè mi deve controllare. Non capisce che, alla lunga, i pazienti si stufano. Una cosa ho ben chiara in testa: voglio trovare a tutti i costi una intesa con mio marito. Ma prima devo parlare col Professore, per trovare un’intesa economica. Mio suocero è molto importante nella famiglia, non solo dal punto di vista economico, ma come punto di riferimento. Lo chiamo. Tenta di dissuadermi e di convincermi a riprendere un menage tranquillo con Matteo. Ma di fronte alla mia determinazione s’arrende. Cercherà un’intesa economica. Ho ricominciato a sognare. Non più da sola. Con Stefano. Sogniamo di andare a vivere assieme, in un futuro. Adesso vorrei vivere da sola coi miei bambini. Devo sistemare tutto al meglio, far in modo che trovino un nuovo equilibrio. Matteo è bravo coi suoi figli, e loro gli sono molto affezionati. Anche il rapporto col padre troverà un nuovo equilibrio. Sarò sempre pronta a tenerli in braccio. Poi si vedrà. Oggi Emilia, la vecchia Tata di Matteo, ha visto nel parcheggio me e Stefano scambiarci delle affettuosità. Mi vuol bene, spero non lo dica a Matteo. A parte Betta, non lo sa nessuno. In pubblico interpreto il ruolo della donna serena. Nessuno si è accorto di niente. Mi tranquillizzo, quando esco la sera con Matteo, la Tata si raccomanda con me: stai attenta! Le rispondo: lo so. CORO: Giulia deve stare attenta … stare attenta … lo sa, lo sa, lo sa … Chiedo il permesso della Corte e del Presidente di ascoltare le testimonianza di alcune Ombre che sono attorno a me. Ombra 1: sono diventata un’ombra fin da viva, ma un giorno sono uscita a prendere il sole. La pistola, aveva, e ha scaricato su di me un intero caricatore. Ombra 2: ho telefonato ad un centro contro la violenza alle donne. Mi hanno ascoltato. Ho trovato la forza. Ho denunciato mio marito. E’ stato allontanato. Una mattina mi ha aspettato nel parcheggio del lavoro. Con un coltello. Ombra 3: L’ho denunciato: mi maltrattava davanti ai nostri due figli. Ho detto basta. Una casa rifugio ci ha accolto. Abbiamo cambiato tutto della nostra vita. Città, luogo, lavoro. Poi mi ha trovata, strangolata e buttata in un pozzo. Ombra 4: Anch’io l’ho denunciato, abbiamo divorziato. Lui si è licenziato per non pagare gli alimenti ai nostri figli. Ho conosciuto un ragazzo, ci amiamo. Il mio ex mi ha preso a bastonate. Picchiava, picchiava fino a farmi morire nel mio sangue. CORO: coltello, pistola … strangolata, bastonata Ombra 5: l’avevo lasciato da sei mesi e una sera sono andata all’ultimo incontro. In periferia. Voleva restituirmi delle fotografie. Mi faccio accompagnare da un’amica che resta in auto. Salgo nella macchina del mio ex. Benzina. Un accendino. Il fuoco mi avvolge. CORO: bruciata viva … A me non succederà, mi dicevo. Risolveremo la separazione consensualmente. Il Professore è andato a parlare con mio padre nel suo ufficio. La soluzione, secondo lui, è quella che tutta la famiglia, Matteo, io e i bambini ci trasferiamo a Firenze, perché è impensabile che una persona si voglia separare. NO. A Firenze con lui non ci vado. Vostro Onore, la moglie deve seguire il marito? Non più, lo so. Ma lo sa lei cosa significa sentirsi circondata, tirata da ogni parte, come un oggetto? La legge non tutela la donna oggetto. E la donna oggetto non conta niente. Infatti. Le scuole sono appena finite ma quest’anno non voglio neppure trasferirmi con tutta la famiglia nella villa di Marina Romea come al solito. Voglio pensare alla separazione. Voglio concludere tutto prima dell’inizio del nuovo anno scolastico. Rachele, Leonardo, Giorgino devono avere un po’ di tempo per abituarsi ai nuovi ritmi familiari. Matteo però non sente ragioni: si va tutti al mare. I bambini sono entusiasti, non posso deluderli. Ingoio la rabbia e preparo i bagagli. Agosto. La mia paura si fa realtà. Matteo ha portato i bambini a Firenze dai nonni Cagnoni. Siamo soli in casa. Mi si piazza davanti e dice: guarda io so tutto, so che frequenti Stefano Bezzi perché c’erano delle persone che ti seguivano, ti ho fatto clonare il telefono, sono state messe delle cimici ovunque, ho sentito tutte le conversazioni, quindi io adesso so tutto, ho le prove. Sono seguita da più investigatori, sono controllata in tutto e per tutto. Matteo addirittura è riuscito a mettere un microfono anche dentro la casa di Stefano. Mio marito ha amicizie ovunque. Paga. Pertanto mi ha intimato di seguire le seguenti regole morali: ti vieto assolutamente di vederlo e di sentirlo, perché da questo momento in poi è indispensabile che tu non abbia più contatti con lui, pretendo rispetto nei miei confronti per i prossimi venti, trenta giorni, fino alla firma dell’accordo di separazione. Tutta la notte mi tiene sveglia a parlare, parlare. Mi ha detto: non sopporto che ti sia messa con un camionista ignorante, mi fai perdere la faccia, cosa penserà la gente?, mi prenderanno in giro, non capisci che mi hai disonorato! Sono io che mi voglio separare perché il disonore è troppo. Strano, in un certo senso sono quasi sollevata. Alle prime luci dell’alba riesco ad andare in bagno e inviare un messaggio a Stefano: per fortuna che ci ha scoperti perché sennò non mi avrebbe mai lasciata libera. Ma non è così, Matteo mi sta sempre più addosso. La libertà pare come un miraggio. Sono riuscita a chiamare Betta per un conforto. Lei è preoccupata, mi ha detto: io ho paura per te Giulia e comunque ho paura anch’io di incontrare Matteo, magari, non so, voglia controllare anche il mio telefono, intanto cancello sempre i tuoi messaggi. Quando c’è lui, io non vengo più a trovarti, magari mi fa della domande trabocchetto, tipiche sue, per scoprire se tu gli nascondi qualcosa. Io non voglio entrarci in questa storia. Mi manca Betta. Io e Stefano ci vediamo a distanza e ci sentiamo al telefono. Comunque mi spaventa il solo fatto di sapere che c’è qualcuno che mi spia. Mio fratello mi conforta a suo modo: ma va là, sei matta, Matteo non arriverà mai a fare una cosa così. Gli ho risposto: no, no, Guido, lui mi riferisce cose che io ho detto in macchina al telefono con mamma, e mi chiede spiegazioni. Vista la mia insistenza, cambia atteggiamento: ma se questa è la tua decisione vai avanti, non è un problema, noi siamo qui, anche perché Matteo è uno vendicativo. Ma poi, quando ha saputo di Stefano, mi ha detto che preferisce rimanere fuori dalla questione per rispetto. In pratica fra moglie e marito non mettere il dito. Mia madre invece non è preoccupata, si è lamentata che non gli avessi detto nulla di Stefano: hai fatto male a non fidarti di noi, e se per caso ti separi non è che i bambini dovranno subirne le conseguenze. Ma no – le ho risposto – non volevo darti un dispiacere, i bambini sono le uniche persone che in questo momento mi danno un po’ di allegria. Avviso Matteo che il mio avvocato gli ha spedito la lettera per la separazione, dove si dice che sono decisa a trovare un accordo, ma che intendo fare questa separazione. Mi ha detto che non ha intenzione di andare a ritirare la lettera. Anzi, mi dice: no dai, andiamo tutti e due dal mio avvocato, lasciamo i bambini in questa casa, in via Giordano Bruno, e noi ci alterniamo una settimana per uno; io vado nell’attico di Piazza Mameli, e tu prendi un appartamento in affitto; prenderò un appuntamento. Purché ci si separi, accetto di tutto. Mi promette che non mi farà più controllare dai suoi investigatori. Te lo giuro sulla testa dei miei figli! – ha concluso. Intanto però è sempre più geloso. Stasera durante una cena da una amica ero seduta vicino ad un uomo molto carino nei miei confronti. Dopo, rientrando in auto, mio marito mi ha riaccompagnato a casa furibondo. Poi è uscito nuovamente dicendo: quello lo ammazzo di botte. La mattina dopo Matteo mi ha detto che quell’uomo se n’era andato, per fortuna sua. In questi giorni sono tranquilla solo quando vedo Stefano, anche se non lo posso toccare. Sta sul ciglio di una strada, io dal lato opposto. Ci guardiamo. In tutto il mese di agosto ci siamo visti solo due o tre volte. Oggi ci siamo dati appuntamento alle Bassette su un terreno dei miei. Lo vedo da lontano e ci parliamo al telefono guardandoci, senza però avvicinarci. Stasera mio marito mi ha assalito: Voglio sapere con chi eri al telefono, perché sei scesa dall’auto, per quale motivo sei andata lì, voglio sapere. Ti sputtano davanti ai tuoi figli, così capiscono che persona sei, che sei una poco di buono. Poi più accomodante: Guarda se mi segui a Firenze, se vuoi ti do il divorzio tranquillamente, però a Firenze e ti do anche un autista. La mia risposta è fulminea: Non ci pensare nemmeno, non ci verrò mai a Firenze. E lui mi si scaglia sopra: io ho le prove, le farò vedere al giudice, io ti porterò via i bambini, io ti distruggerò. CORO: Matteo ha le prove del tradimento … le porterà via i bambini … la distruggerà … Un pomeriggio Matteo mi chiede: mi dai le chiavi della cassaforte? devo prendere il mio orologio. Ci penso un attimo, poi rispondo: No, non te le do. Lì dentro non c’è il tuo orologio, c’è la tua pistola. Lui ride: Ma cos’è? Hai paura che possa far del male a te o possa far del male a me? Rispondo: ho paura che tu possa fare del male a me. Matteo insiste: tu pensi che avrei bisogno di usare una pistola per farti del male? CORO: Giulia ha paura che Matteo le faccia del male …. Non c’è bisogno di una pistola… Non reggo più la situazione, siamo già a metà agosto e siamo ancora indietro. Dobbiamo trovare un accordo per la separazione prima dell’inizio delle scuole. Matteo invece la tira per le lunghe. Ha paura di finire rovinato come certi suoi amici che si sono visti portar via tutto il patrimonio dalla moglie e si sono trovati senza niente. Io voglio solo la separazione e stare coi miei figli, dei suoi soldi non so che farmene. Lavorerò. Oggi Matteo è arrivato in spiaggia e mi ha letteralmente trascinata via tenendomi un braccio dietro al collo. Era molto agitato, ho capito perché solo quando Stefano mi ha raccontato ciò che aveva fatto quel giorno. Matteo ha aggredito Stefano, che stava scaricando delle borse dall’auto. Matteo si è avvicinato da dietro e l’ha preso a pugni e calci. Stefano gli ha dato uno spintone e si è allontanato prendendo il cellulare: Chiamo i Carabinieri. Matteo è scappato ed è arrivato furioso in spiaggia. Mi ha portato a casa a Ravenna per parlare, parlare per ore. Si è vantato di aver riempito di botte Stefano che è scappato come un codardo, perché non è un uomo alla sua altezza. E’ ossessionato dallo sputtanamento. Mi ha supplicato anche di non dire a nessuno dell’aggressione. Ho paura, paura e non so che fare. So solo che nessuno mi può aiutare, né Stefano, né i miei genitori, né mio fratello, né Betta. Solo io posso riuscire a cambiare le cose. Ma come? CORO: Matteo trascina Giulia e la prende per il collo … sputtanamento … onore distrutto … solo Giulia può cambiare le cose. Perché non sono andata a denunciare mio marito per maltrattamenti, violenza psicologica, economica e sessuale? La domanda mi perseguita. Mi sarei salvata? A questo punto, col permesso della Corte vorrei produrre l’esito di una ricerca statistica. Meno del 40 per cento delle donne che subisce violenza cerca aiuti di qualche tipo. Tra le donne che lo fanno, la maggior parte si rivolge alla famiglia, molte meno si rivolgono alle istituzioni, alle forze dell’ordine o ai servizi sanitari. Sconforta sapere che nel 45 per cento dei casi, prima di essere uccisa, la donna aveva denunciato senza tuttavia ottenere le protezioni sufficienti a salvarle la vita. Per quanto mi riguarda, credo di essermi fidata troppo di me stessa. Avrei dovuto almeno provare a chiedere aiuto. Non lo ritenevo opportuno. Avevo paura di creare il peggio: disonorando il padre avrei disonorato i miei figli. Non potevo credere che le cose sarebbero peggiorate comunque. Ogni giorno Matteo me ne dice di tutti i colori. Infama me, la mia famiglia e Stefano. E ogni notte è una tortura di ore e ore. Sembra che perda la ragione. Mi ripete che mi ammazza perché l’ho disonorato. Mi aggrappo ai figli: ma stai scherzando, ma ti rendi conto di quel che dici, e i bambini? Allora cambia improvvisamente e dice: guarda, te lo giuro su Leonardo che non succederà. Mi aggrappo a questa speranza. Non mi farà niente e il 13 settembre andremo da quest’avvocato super partes per firmare l’accordo di separazione. E’ fatta. Sarò libera, saremo tutti liberi. Invio un messaggio a Stefano: Ti amo. Matteo è andato fuori coi suoi amici. I bambini dormono. Posso continuare a messaggiare. Vorrei venire lì. Mi uccide. Non lo fa. L’ho disonorato. Io ti porto via. Se tu mi porti via perdo i miei figli. Già, ci mancherebbe anche l’abbandono del tetto coniugale. Soprattutto non posso andare via da sola, non posso lasciare i miei bambini, devo rimanere qui. Eppoi come glielo spiego ai bambini? Gli dico: sapete, ho tradito il babbo? Già tremo al pensiero che Matteo metta in atto la sua minaccia. Adesso poi lo dico ai bambini – è l’arma che mi punta contro – gli dico che sei una puttana e vedrai che brutta figura fai di fronte a loro. CORO: Giulia deve rimanere lì … non può lasciare i bambini … Giulia è una puttana Matteo mi ha fatto il terzo grado, perché stasera a tavola il mio piccolo ha detto, per caso, che ero andata a telefonare in giardino. E’ vero, per telefonare mi nascondo dietro gli alberi o in bagno. Mi pare di non poter fare più niente in casa mia senza essere spiata. Lui viene sempre a sapere tutto. Non posso neppure telefonare in macchina. Non so come faccia a sapere le parole esatte che ho detto al telefono. Ho ribadito a Matteo che non lo amo, che non mi mancherà, che sono sfinita, che l’ultima volta che mi ha costretto a fare sesso mi ha fatto schifo. Stanotte dormo nella stanza dei bambini. Lì non oserà toccarmi. Invio un messaggio a Stefano: Spero che non mi distrugga. Domattina devo andare nella Villa del Nonno con Matteo a fotografare dei quadri per la mostra. Non mi fido. Tu non vai – mi ha risposto Stefano. Mi auguro che il disastro non avvenga. Non andare – insiste. Invece vado, anche se non ne ho nessuna voglia. Matteo da solo non è in grado di farlo, non vuole entrare nella Villa del Nonno. Ha paura. Insomma stavolta ci vado, ma se mi incastra di nuovo in qualcosa di strano, non ci vado più. Ho sentito dire: mai accettare l’ultimo appuntamento, è il più pericoloso, è quello fatale. Ma questo non è un appuntamento, è per il quadro e poi lui ha giurato. Matteo ha giurato su Leonardo che non mi farà del male. Siamo andati a fotografare i quadri nella Villa del Nonno. E’ stata una cosa veloce. Infatti. Quasi normale. Forse si è rassegnato, mi dico. Invece no, Matteo continua a farmi spiare. Ho dei momenti di panico, rischio di giocarmi tutto ogni volta che messaggio o telefono a Stefano, ma non riesco a fare a meno di lui. Intanto nelle occasioni mondane continuo a far vedere a tutti che la nostra famiglia è perfetta. Se non sorrido, poi a casa Matteo mi aggredisce. Stefano mi ripete che devo allontanarmi da casa, e che forse è il caso che io e lui non ci si veda per qualche giorno. Assolutamente no – lo interrompo – sei l’unico mio punto di riferimento, sei la mia forza, bisogna assolutamente che ci sentiamo e che tu mi stia vicino. Io non chiedo niente, chiedo solo di stare con i miei figli e di avere una separazione consensuale. Senza litigi. Che i bambini vengano coinvolti il meno possibile. Quando sono andata a buttare l’immondizia in fondo alla strada, Matteo è venuto a cercarmi. CORO: Matteo ha giurato … sulla testa del figlio … non farà del male a Giulia … non le farà del male … l’ha giurato . Ha giurato, Vostro Onore, ha giurato sul suo figlio più caro. Non sapevo ancora che fosse uno spergiuro. Non ho paura per me, ma ho paura lo stesso. Invio un messaggio a Stefano: ho paura che abbia in mente qualcosa contro di te. Matteo mi ripete che tra me e il camionista ignorante finirà presto e che poi ne cercherò un altro perché sono una poco di buono. Stasera c’è stata una cosa nuova a cui pensare. Matteo mi ha detto: ho un bel programmino per voi … Gli ho chiesto cosa intende dire. Non risponde, sogghigna. Matteo mi ha detto che devo portargli rispetto per un mese, perché l’ho disonorato, a lui non interessa se Stefano mi ama, il punto è che non è al suo livello sociale. Allora gli ho risposto che il suo livello sociale mi ha altamente rotto e che se lo tenga, non l’ho mai desiderato. Matteo vuol passare per un Gran Signore. Superiore. Più. Forse sarebbe stato possibile risolvere le cose fra noi sei mesi fa, ma non adesso che mi fa passare da puttana con tutto il parentado. Troppo comodo non prendersi nessuna responsabilità, ma io non sono una puttana. Prima di Stefano stavo già male da tempo per le sue prepotenze e manipolazioni. Adesso dice che l’ho disonorato. CORO: Giulia è una puttana … Matteo è un Gran Signore … Giulia l’ha disonorato … Sono decisa, superdecisa, è solo che siamo in trattative per la separazione e devo stare al suo gioco. Non voglio stare con lui, non lo sopporto, mi repelle. Sono in casa con uno stronzo vendicativo con cui devo gestire tre figli. Ed è pure psicopatico. Ma succede anche che mi sento in colpa per tutto. E vado avanti lo stesso stringendo la calma coi denti. Questa è la psicologia di Matteo. Gira le cose in modo da trovare una spiegazione a suo favore e a farmi cadere in contraddizione. Alla fine chi sbaglia sono sempre io. La colpa è mia anche se piove all’improvviso. Devo far presto, devo concludere la separazione subito. Devo concludere questa tortura soprattutto per i bambini. Più vivono in questa situazione più prendono il cattivo esempio. Non vorrei che i maschi diventassero aggressivi come il padre. La competitività, già gliel’ha trasmessa. La bambina è molto sveglia, acuta, più riflessiva. Spero non abbia preso da me la remissività. Rachele ha già capito tutto, sa che io e suo padre litighiamo. L’ho saputo da mia madre. Mi ha detto che la bambina si colpevolizza perché pensa che litighiamo per lei, spesso vuol fare delle cose che il padre non le permette: non la lascia andare alle feste delle compagne di scuola, prima dice di sì, poi all’ultimo momento non la fa andare; vorrebbe farsi i fori nelle orecchie come tutte le bambine, ma lui dice che è roba da prostitute. Le ha detto – racconta mia madre – che sono una nonna civetta, perché viaggio sempre e ho tanti amici. Rachele le ha confidato anche che io non posso uscire con le amiche perché il babbo non vuole. Le ha poi raccontato di quella sera che Matteo mi ha telefonato per chiedermi: dove siete? in casa?, mandami una foto! Ricordo bene che quella sera io e i bambini ci siamo fatti un selfie per mandarglielo. Ci siamo divertiti a farlo, ma mi ha dato fastidio. Solo ora so perché. Rachele ha capito che suo padre mi controlla e mi ossessiona. La rassicuro: abbiamo qualche problema, ma lo stiamo risolvendo. Ci abbracciamo strette, strette. Ti voglio bene. Buonanotte. Non voglio piangere, ma ormai le lacrime vengono fuori da sole. Vorrei raccontarle tutto. Farle capire perché voglio separarmi da suo padre. Son certa che capirebbe Vorrei parlarle di Stefano. Dell’amore, ora che so cos’è. Non posso: Matteo me l’ha vietato. Da qualche giorno cerchiamo di stare con i bambini separatamente. Così si abituano, sostiene Matteo. Non sono d’accordo. I bambini hanno diritto di sapere. Troverei le parole e i modi giusti per dire la verità. Sarei cauta, amorevole, come sono. Anche suo padre, il Professore, non vuole. Mi ha imposto, col suo fare da Signore: non mischiare le tue faccende private, con la famiglia. Vostro Onore, membri della Giuria, ancora una volta, la Famiglia mi ha tolto il diritto alla parola. Così quando guardo i miei bambini negli occhi, mi perdo. CORO: La colpa è di Giulia … non ha diritto di parola … si perde negli occhi dei suoi bambini Alla fine di agosto, finalmente raggiungiamo un accordo per la separazione, più o meno pacificamente. I bambini rimarranno in questa casa e noi ci alterniamo. Matteo provvederà alle spese per il loro mantenimento. Io invece non devo più mettere piede né nella villa di Marina Romea, né nella casa di Cortina. Manca qualcosa ancora, però, a grandi linee, abbiamo chiarito. Una nuova seccatura: Matteo sostiene che si spende troppo a tenere due avvocati distinti. Andiamo dallo stesso avvocato, – mi ha proposto – uno che sia super partes; ce n’è uno a Forlì che fa al caso nostro, però devi revocare l’incarico al tuo avvocato, così è la prassi. Non so… se lo dice lui … Matteo continua: ho già preso un appuntamento per il 13 settembre. CORO: un avvocato super partes … Matteo ha già preso l’appuntamento Il 13 settembre saremo tutti liberi. Un sospiro di sollievo: mancano pochi giorni. Da qualche tempo, Matteo mi ripete che ci farà un regalo, un regalo per me e Stefano. Sarai libera, conclude. Ma il modo con cui lo dice mi incute terrore. Non capisco. Che abbia in mente di fare qualcosa ai miei genitori? Oppure una cattiveria o del male a Stefano? Gli ho chiesto cos’è questo regalo, ma lui sta zitto. Forse intende far fare una verifica fiscale nell’azienda dei miei. Sento che qualcosa non va. Stefano è molto preoccupato. Vorrebbe andare a parlare con mio padre, ma è meglio non mettere in mezzo le famiglie. Vorrebbe incontrare mio fratello. Gli dico di star tranquillo. A me basta sentire la sua voce, che già mi sento meglio. Per tranquillizzarlo gli ho promesso: farò sempre in modo che ci sentiamo, però se inizi a non sentirmi per sette, otto ore, non stare lì a casa e far finta di niente, cioè cerca di capire dove sono. Intanto continuo sempre più a fatica a stare con Matteo in mezzo alla gente con questa parvenza di sorriso, di famiglia che non esiste più. Me lo devi, è un atto dovuto! – urla. Comunque in mezzo alla gente mi sento un po’ più tranquilla, è anche un modo per non stare sola con lui. Così mi dico: accontentiamolo. Anche perché se non sorrido e faccio la carina come vuole lui, se non dico quello che vuole lui, quando torniamo a casa sono litigate serie. Figuracce in pubblico non le voglio fare, hai capito? – urla – Tutto deve essere perfetto. Tutto deve essere perfetto, tranne lui. Qua a Marina Romea non c’è più nessuno e non mi piace stare in una zona così isolata e disabitata. Per fortuna domani ci trasferiamo a Ravenna, dove mi sento più sicura. Riprenderò le mie abitudini, poi iniziano le scuole, le palestre, i corsi. In casa c’è la Tata dei bambini, mi sento più tranquilla. CORO: lo devi a Matteo … è un atto dovuto … accontentiamolo … tutto deve essere perfetto Finalmente è il 13 settembre. Andiamo dall’avvocato super partes di Forlì, per l’accordo di separazione. E’ una avvocata. Prima ancora che io mi sieda mi dice: Allora signora, l’avviso subito che non ha diritto a niente, anzi, si preoccupi di vedere quanto può versare, lei, per il mantenimento dei figli, perché il mio assistito praticamente è nullatenente, non è più in possesso di beni mobili, immobili, titoli e investimenti vari. Finita la tirata, resto allibita. Non capisco bene: Matteo è nullatenente? Sento confusamente l’elenco delle condizioni: un assegno di mantenimento a me di mille euro e ai figli tremilaseicento al mese; l’affidamento dei bambini è condiviso e non è in discussione. Il loro collocamento è un po’ problematico. I bambini rimangono nella casa coniugale e noi ci alterneremo. Pretendo che l’accordo venga formalizzato e portato al Presidente del tribunale, per mettere dei paletti, su quando ci sta uno e quando ci sta l’altro, le ferie estive, Pasqua, Natale, le vacanze invernali. E’ inteso che il mantenimento di tutti sarà a carico del Professore. Matteo tronca ogni mio commento: Io vorrei che lei, avvocato, dicesse a mia moglie che non deve frequentare quel signore, perlomeno fino a quando risultiamo sposati e soprattutto le dica che non lo faccia entrare in casa nostra. Basta. Mi alzo e me ne vado. Quella donna è una strega. Non faccio nessun accordo. Tornerò dal mio avvocato. Come si permette di dirmi chi devo frequentare? CORO: Matteo è nullatenente … Giulia ha detto basta … Non posso crederci. Sono infuriata. Sono sempre più determinata a separarmi. Anche con una giudiziale. Lo psicologo di coppia mi ha definito passiva. Passiva io? Non più. Mi sento coraggiosa, sì coraggiosa. A parte Stefano, sono sola contro mio marito. Pur di arrivare alla separazione, accetto ogni passo necessario. Intanto vado a cercare Stefano nel suo ufficio. Ho bisogno di raccontargli tutto dall’incontro con l’avvocata. Matteo pretende che non ti veda più fino a che siamo sposati – incomincio – Come può solo pensarlo? Sono un individuo, ho la mia volontà, ha finito di comandare. Io ti amo. Mio marito mi ha preso in giro. Non solo, anche il Professore, suo padre, mi ha preso in giro. Ha sempre giocato un ruolo importante nel nostro matrimonio, ha mediato, si è messo in mezzo. Anche adesso per la separazione. Non mi ha mai trattato come una principessa, come sostiene, ma mi ha usato per gli interessi della Famiglia. Bugie. Bugie. Come Matteo. Bugie trasmesse da Padre in Figlio. Un disturbo ereditario? Nessuno mi ha avvertita che Matteo è nullatenente già da marzo e che ha quasi regalato a suo fratello tutto il suo patrimonio, anche la casa dove dovrebbero stare i bambini. Ma, quel che è peggio, alla fin fine sono costretta sempre a parlare col Professore, perché con Matteo non si ragiona. Finito lo sfogo, mi manca l’aria tanto sono angosciata. Stefano mi accompagna fuori. Ormai è ora che vada. Sono qui da due ore. Mentre ci salutiamo, una Fiat Punto entra all’interno del piazzale. Si gira, va via, rientra. Avanti e indietro dalla Romea. Alla guida c’è una persona con una cosa nera in mano. Una telecamera. Qualcuno ci sta riprendendo. Salgo in auto e parto. La stessa utilitaria la vedo anche a Fornace Zarattini. Prendo giù il numero di targa. L’ho dato a Stefano che si è informato: appartiene ad un cittadino privato. Entrambi siamo certi che si tratti della spia di Matteo. Intanto faccio controllare la mia auto per vedere se sono stati installati dei gps. Venerdì 16 settembre farò controllare anche la Mercedes di mia madre. Matteo continua a dare la colpa alla nostra relazione per la fine del matrimonio. Però ha detto che mi lascia libera. Venerdì, cioè dopo domani, devo andare di nuovo con Matteo a ri-fotografare un quadro, perché la foto fatta l’altro mese non è venuta bene a fuoco. Mi ha fatto una testa così con quel quadro: siccome l’abbiamo comprato metà per ciascuno, se lo vendiamo ci dividiamo i soldi … col tempo è cresciuto di valore … c’è un gallerista interessato a comprarlo … sessantamila euro … Lo conosco bene quel quadro. E’ Narciso. Metà nero, metà arancione. L’abbiamo comparto insieme, ma perché piaceva a lui, non a me. Stava in salotto, ma durante la gravidanza mi inquietava. Troppo cupo quel Narciso. Quindi l’ho fatto portare nella Villa del Nonno. A me non interessa che Matteo mi dia la metà dei soldi, ma quando l’ho detto a mia madre si è scandalizzata: come non ti interessa? – e scuotendo la testa – Sei sempre la solita principessa. Prendili. In fondo fanno parte della vostra vita. Mi tocca andare di nuovo. Quel quadro continua a perseguitarmi. Avevo detto che non l’avrei più accompagnato. Questa è l’ultima volta davvero. Ripeto a me stessa le avvertenze che ho sentito da qualche parte: mai accettare l’ultimo appuntamento, è il più pericoloso, è quello fatale. Ma questo non è un appuntamento, è per chiudere finalmente con Narciso e poi lui ha giurato sul figlio. Vostro Onore? Come si fa a sapere che quello è l’ultimo appuntamento? CORO: … questa è l’ultima volta davvero … è l’ultima volta … avvertenze, avvertenze Fu davvero l’ultima volta. Matteo aveva giurato il falso. Mi sono fidata di una bugia. Oggi è il compleanno di Giorgino. E’ nato tre anni fa, il 15 settembre. Ho organizzato una bella festa, con tantissimi amichetti dei bambini. Oggi è anche il primo giorno di scuola di Rachele e Leonardo. La loro emozione mi ha messo allegria. Ho tutto sotto controllo. Stamattina mi sono messa d’accordo con Stefano per vederci domattina. Dopo aver portato i bambini a scuola, mi accompagna a far controllare le auto. Così potrò spostarmi senza che mio marito sappia dove sono, cosa faccio, con chi parlo, con chi mi vedo. Ho telefonato anche al mio avvocato per dirgli dell’accordo saltato e che Matteo è nullatenente. Ha detto che farà gli accertamenti catastali e che lunedì mi saprà dire. La festa è per le sei di pomeriggio. I regali li abbiamo presi. Mancano la torta e i salatini. Li sta andando a prendere Matteo. Non capisco, è già in ritardo di un’ora. Poi tutto s’infila. I bambini si sono divertiti. Per un attimo dimentico e mi riempio della loro bellezza. Prima di dormire invio un messaggio a Stefano: buonanotte, a domattina, amore mio. CORO: buonanotte amore mio … amore mio … a domattina … Stamattina va tutto storto. Matteo mi ha svegliato con una gran fretta addosso. Non sono neppure riuscita a dare il buongiorno a Stefano. Spero non si preoccupi, non è mai successo prima. Cominciamo ad avere delle abitudini tutte nostre. Mio marito non mi ha lasciato sola neppure nel mio bagno. Dice che l’altro è intasato. Facciamo colazione. C‘è ancora un po’ di torta della festa. I bambini sono allegri, oggi è già il secondo giorno di scuola e sono meno ansiosi di ieri. Hanno trovato le solite maestre e i soliti compagni. Ancora non capisco questa nuova regola imposta da Matteo. Mentre ho sempre accompagnato i bambini a scuola da sola, adesso non vuole più: deve esserci anche lui, dobbiamo andarci assieme. Giulia porta pazienza. Matteo mi sta appiccicato addosso e non si distrae un attimo. Dove ho messo il cellulare? Penso a Stefano. Spero non sia in ansia. Fra poco ci vediamo. Appena abbiamo lasciato i bambini a scuola, Matteo va Bologna perché deve fare ambulatorio al Toniolo. Ma dov’è il mio cellulare? Sono certa di averlo messo in borsa, stamattina. Primo contrattempo: Matteo vuole che andiamo a fotografare il Narciso prima di andare al Bologna. Secondo contrattempo: Matteo vuol pure andare a far colazione in pasticceria. Una colazione lunga che non finisce mai. Lui parla, parla, senza fermarsi un attimo e scuote le gambe sotto il tavolo: deve fare assolutamente quella foto del Narciso subito, perché il mercante d’arte la sta aspettando. Almeno che facciamo presto. Ma dov’è il cellulare? Se devo dire la verità non mi sento tranquilla, ma poi mi ripeto che ha giurato sulla testa di Leonardo. Non mi farà niente. Leonardo è sempre stato il suo preferito. Il primo figlio Maschio, diceva. Il suo erede. Sono certa che non mi succederà niente. Secondo il suo codice d’onore un padre non può tradire il figlio. Eccoci alla Villa del Nonno. Scendiamo dalla Mercedes ed entriamo nel cancello. Poi in casa. Saliamo lo scalone. Il Narciso è di sopra, nel ballatoio. Posato per terra, abbandonato fra gli altri. Matteo lo solleva e me lo porge. Ma quanto è inquietante! Pronta per la foto? In piedi, tengo il quadro sollevato, davanti al bacino. Clic. Guardo la foto sul display. Il quadro è a fuoco. Al centro. Si vedono le mie mani che lo tengono ai lati. Peccato si veda una parte di una mia gamba coi jeans strappati. Matteo trova che vada bene. Ora lo deve inviare. Ho fretta, voglio andarmene di qui. Mi metto a sedere su una delle poltroncine d’epoca, quelle che il Professore adora perché le ha disegnate non so quale grande architetto. Fisso il Narciso. Nero. Arancione. Betta dice che Matteo è un Narciso. L’importante è che mi liberi di entrambi. Voglio chiamare Stefano. Un rumore dentro la testa. L’arancione si frantuma nel nero. CORO: Il marito ha ucciso la moglie … Signori Giurati, signori della Corte, ora sta a Voi il difficile compito di quantificare la portata del male che è stato fatto da Matteo Cagnoni, non solo a me. Uccidendomi, Matteo Cagnoni ha bruscamente interrotto l’infanzia dei miei bambini. Continuando a professarsi innocente, nonostante la condanna, farà vivere i miei figli nel dubbio. Togliendo anche a loro la libertà di scegliere i propri sentimenti. Signori della Corte: la giustizia terrena non mi tocca più. Le parole che userete nella Vostra sentenza però toccheranno tutti. Perché la Vostra sentenza farà giurisprudenza. Farà Cultura. Non basta una sentenza per riequilibrare la disparità di potere fra donne e uomini. E’ un lavoro lungo. Quante donne sono state uccise dal partner o dall’ex da quando esiste il mondo! Ma torniamo all’oggi. Oggi servono parole importanti, come saranno certamente le Vostre, perché Voi siete una Istituzione, rappresentate la Magistratura. Parlate in Nome del Popolo. Ciò che Vi chiedo è di scandire parole coraggiose, che tengano conto che il femminicidio non è un fenomeno: il femminicidio è sistemico e non occasionale, strutturale e non frutto di raptus, troppo amore o gelosia. Proprio in questi giorni, di fronte all’ennesimo femminicidio, un quotidiano locale ha titolato: Amore assassino! Riecheggia nell’aria la storia di Francesca da Polenta, la mia testimone, arrabbiata con Dante per averle fatto dire ‘Amor condusse noi ad una morte’. Accadde tredici secoli fa. E non fu il titolo di un giornale, bensì un verso della Divina Commedia. Quante donne sono state uccise sotto la copertura dell’amore? Tremila, dal 2000 al 2015, solo in Italia. Tremila femminicidi. Ciò significa che tremila uomini hanno ucciso tremila donne. Lo so, la Corte di Giustizia verifica le prove, individua le colpe, stabilisce le pene, ma le donne hanno bisogno di giustizia prima ancora che il responsabile della loro morte finisca in Tribunale. Pensate a quante donne, in questo preciso istante, sono in pericolo, in bilico fra la vita e la morte. E sono sole, si sentono sole, non sanno con chi confidarsi, con chi parlare, ma non sanno neanche chi ascoltare, a chi credere. Ogni sessanta ore una donna viene uccisa dal compagno o ex. Ogni sessanta ore un uomo uccide la sua compagna o ex. Perché gli uomini uccidono le donne? CORO: Perché gli uomini uccidono le donne? Vostro Onore, membri della Giuria popolare, La pena inflitta da Dante a Gianciotto, per aver tradito i parenti, fu di restare immobile tra il ghiaccio del Cocito, dove “Caina attende chi a vita ci spense”. Questa Corte d’Assise può andare oltre. La strage femminicida avviene solo perché i rapporti fra i sessi sono tuttora fondati su pregiudizi, stereotipi, luoghi comuni, come tredici secoli fa. E’ ora di un cambiamento culturale a partire dalle parole. Ogni cambiamento ha bisogno di pensieri e parole coraggiose. La Giustizia ha bisogno di parole giuste. Le parole non sono neutre. CORO: le parole non sono neutre … la giustizia ha bisogno di parole giuste Giulia si ritira e torna Ombra fra le Ombre. Mi aspetto un’ultima dichiarazione spontanea dell’imputato, poco prima che la Corte si ritiri in Camera di Consiglio. L’imputato ci tiene ad aver l’ultima parola. Stavolta non sarà così. L‘ultima parola spetta alla Corte. In nome del popolo italiano. Si spengono le luci in aula, il pubblico se ne va e tutte le Ombre svaniscono.

OMBRE DI UN PROCESSO / 33 22 giugno 2018 – TRENTESIMA UDIENZA

La parola di oggi è Ergastolo.
E’ nella sentenza delle donne e degli uomini della Corte D’assise di Ravenna: ergastolo per Matteo Cagnoni per il ‘femminicidio’ di Giulia Ballestri. Femminicidio l’ho aggiunto io, la parola usata nel dispositivo è ‘omicidio volontario pluriaggravato’.
Quelle donne e quegli uomini hanno creduto alle parole di Giulia, alle confidenze che aveva fatto a chi le voleva bene, e che è venuto a testimoniare in aula. Suo marito era violento, possessivo, manipolatore, persecutore.
Giulia è stata la Testimone Principale di questo processo.
La sua storia è un tesoro che noi donne, e spero tanti uomini, porteremo nella vita quotidiana, come nuova consapevolezza di quanto il femminicidio sia tutt’altro che un fenomeno occasionale, ma un modo per definire il movente dell’omicidio di una donna, quando questa viene uccisa da un marito o un ex perché vuole vivere una vita diversa e uscire da una famiglia autoritaria e patriarcale che la opprime fino a toglierle la voglia di vivere.
Le donne e gli uomini della Corte non hanno creduto alle parole di Matteo Cagnoni, nella sua ultima presa di parola in aula.
Qualcosa, o tutto, non li ha convinti nella sua dichiarazione sul suo rapporto con Giulia.
Taci e sii bella, non gli appartiene, dice.
Recita poi: quando Giulia venne da me non ne avevo percepito la bellezza, ma ho visto in lei qualcosa di speciale; di lei mi ha colpito la semplicità, la simpatia, una capacità di battuta rapida, quasi maschile; in poco tempo mi sono reso conto che mi divertivo con lei come con un amico; Giulia era il mio baricentro esistenziale; quando non ero con lei, il mondo si ingrigiva; uscire da solo senza di lei, per me era sprecare una serata.
Quante cose voleva da quella donna? In quanti modi l’ha usata? Di quanto peso l’ha caricata? Si divertiva con lei come fosse un amico. Non un’amica. Dalla battuta rapida, quasi maschile. Quasi.
Poi ha continuato Cagnoni, sempre leggendo a testa bassa: Ho tre figli che hanno un trauma spaventoso addosso.
Questo no. Non può permettersi di dirlo. Non si può ascoltare.
Le donne e gli uomini della Corte hanno scritto nella sentenza: dichiara Cagnoni Matteo in stato di interdizione legale, nonché sospeso dall’esercizio della potestà di genitore per la durata della pena.
Ha perso la potestà sui figli.
La Famiglia, quella che ha affida al figlio maschio la prosecuzione del sangue, della stirpe, del cognome, è un ritratto da rifare.
Mi hai disonorato, diceva il marito alla moglie. Ora lui ha disonorato Famiglia, Padre, Figli.
Ma non è questione di Onore, è questione di Potere.
Quel Potere che, pur disonorato, saprà evitargli di finire a convivere in compagnie ben peggiori di quella ‘gente poco evoluta’ del carcere di Ravenna.
Il Potere della Famiglia ha solide radici, segrete logge.
Le cose si pacificano pagando non scappando, disse il Patriarca al Figlio.
La vox populi intanto mormora: ben gli sta, tre ergastoli gli dovevano dare, uno per ogni figlio; dovrebbe ringraziare, in America la sedia elettrica gli davano; in miniera a lavorare lo manderei; la catena al piede con la palla di piombo.
Il giustizialismo s’impenna nei commenti di chi, prima della sentenza, chiedeva: l’ergastolo gli devono dare e buttare via la chiave. Trova sempre un oltre stratosferico da immaginare.
Non credo sia la soluzione. Queste parole sono sterili, vuote, non servono per andare oltre. Il giustizialismo si autoalimento e non produce alcun cambiamento.
Il caso è chiuso, per ora.
Non sappiamo se Matteo Cagnoni è davvero destinato a scontare la pena dell’ergastolo poiché ci sono ancora 2 gradi di giudizio da affrontare. Tuttavia la sentenza di primo grado è stata letta ad alta voce dal Presidente della Corte Corrado Schiaretti, registrata, trasmessa dai telegiornali della sera di venerdì 22 giugno e ascoltata da tutto il paese. Giustizia è fatta, in nome del popolo italiano. Non di Matteo Cagnoni.
Cosa fare per andare oltre? Oltre la sentenza che riguarda una persona? Oltre l’indignazione per il femmincidio di Giulia? Oltre la pietas di una lacrima?
A cosa è servito questo processo?
Serve una camminata in riva al mare.
Ho ancora ai piedi le Scarpe Rosse che avevo per assistere alla sentenza. Tante donne e qualche uomo le hanno indossate. Rosso. Nastri rossi. Lacci. Fiocchi. L’avvocato Scudellari, è vero non le ha potute indossare per rispetto della Corte, ma con orgoglio ha mostrato il cinturino del suo orologio..
Scarpe Rosse e una sedia vuota. Un posto riservato per la Testimone principale di questo processo. Giulia Ballestri.
Scarpe Rosse ad ascoltare.
Sono le Scarpe Rosse delle Ombre delle donne uccise da un marito o dall’ex, per privarle della libertà. Ombre che non potranno più indossare scarpe. Abbiamo fatto, noi tutte, un fatto politico, un flash mob partendo dallo stesso sentire. Di donne.
Il mare è in burrasca. Inquieto.
Mi slaccio le scarpe e le poso sulla battigia.
Le onde danno voce alle Ombre.
La sentenza ha ridato dignità ad una di noi.
Giustizia è fatta per Giulia, i suoi bambini e la sua famiglia.
Restate umane. Umani. L’ergastolo, per quanto giusto, rimane una sconfitta per tutte e tutti.
Leggeremo le motivazioni che hanno portato la Corte alla condanna. Fra novanta giorni.
Sapremo perché Giulia Ballestri è stata uccisa, secondo la verità processuale. Dalle motivazioni sapremo se il processo potrà essere considerato un seme verso un cambiando, se farà giurisprudenza, se sarà un punto di riferimento per i futuri processi per femminicidio.
E intanto?
Rimetto le scarpe.
Ciò che è successo durante il processo è già un fatto importante contro il femminicidio.
Un processo per femminicidio dove la Pubblica Accusa è stata rappresentata da una donna, Cristina D’Aniello. Donna la Cancelliera, Susi Randi.
Dove sono state accolte le parti civili: Comune, Udi, Linea Rosa e Associazione dalle parte dei minori.
Dove le donne del pubblico hanno partecipato come se ognuna chiedesse giustizia anche per se stessa. Per una famiglia patriarcale che ha represso madri, figlie, mogli, amiche. Una famiglia patriarcale dove il Potere del Pater è violento fino ad uccidere.
Questo Processo ci ha fatto crescere, prendere consapevolezza che bisogna cambiare la cultura che sta alla base della relazione uomo donna.
Lo so che la Cultura si insegna a scuola, ma la cultura si fa a partire dalla famiglia, e prima ancora dall’esempio, la cultura si fa anche nelle aule di giustizia.
Un messaggio di Morena: ho letto le Ombre di un processo udienza dopo udienza e quando avranno l’età giusta, leggerò questi tuoi articoli alle mie due figlie per far sì che abbiano gli strumenti per riconoscere certi mostri che prima imbrigliano la libertà delle donne e poi le uccidono brutalmente.
Sappiamo che non basta consolare le donne maltrattate. Occorre aiutarle a rendersi conto che di fronte alla violenza in famiglia si deve chiedere aiuto, pretendere ascolto e protezione.
Da dove cominciare?
Prestiamo attenzione alle parole e impariamo a riconoscere quelle che alimentano una cultura discriminatoria e sessista, che rafforzano gli stereotipi del maschile e del femminile.
Un cronista locale, descrivendo la tensione dell’attesa della sentenza scrive che l’avvocato Trombini, un uomo, tamburella con le dita sul tavolo, mentre IL PM, una donna, continua ad aggiustarsi i capelli e IL CANCELLIERE, un’altra donna, annuncia l’entrata della Corte.
Allora Alberto, lo fai apposta? Speriamo di sì.
Le Ombre di un Processo continuano ad ascoltare.

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