OMBRE DI UN PROCESSO

OMBRE DI UN PROCESSO/1 di Carla Baroncelli

10 ottobre 2017  PRIMA UDIENZA DEL PROCESSO BALLESTRI

Ravenna. Corte d’Assise. Processo Ballestri (conosciuto come processo Cagnoni). La vittima è Giulia Ballestri e non Matteo Cagnoni, che è accusato di aver ucciso, il 16 settembre 2016, la moglie, Giulia Ballestri, appunto, con crudeltà, occultamento e premeditazione. Sono stata giornalista alla cronaca del tg2 per ventitre anni, di cui cinque passati a seguire il processo Marta Russo, la studentessa uccisa nel 1997 in un vialetto dell’Università la Sapienza di Roma. Sono stati anni all’inseguimento del come venne uccisa, particelle di polvere da sparo, calibri, false testimonianze, tattiche. Anni pieni di parole grondanti di sensazionalismi, soprattutto nei titoli, perché così si deve fare per catturare l’audience. Ora che sono in pensione, posso saltarle quelle parole, che comunque si trovano in qualsiasi giornale e tv.  Voglio dedicarmi, invece e finalmente, alla ricerca del perché le cose accadono, cercando di restituire un senso alle parole e chiamare le cose col proprio nome. La colpevolezza dell’imputato, le modalità del fatto e la pena non li ritengo compito mio. Vorrei, invece, mettere in luce quegli aspetti culturali che sono l’origine del femminicidio. Colgo questo processo come una occasione per ragionare di violenza di genere, di educazione di genere nella speranza che ci possano essere un giorno relazioni pacifiche e paritarie fra i sessi. Un obiettivo pretenzioso? Forse, ma perché non insistere? Credo che le azioni siano quasi sempre reazioni ai mutamenti nelle relazioni e dai quali spesso la violenza trae nuova forza. Così eccomi qui a leggere le OMBRE DI UN PROCESSO.
 
10 OTTOBRE 2017 – PRIMA UDIENZA PROCESSO BALLESTRI
Come si sa, in ogni processo ognuno gioca la propria parte.
La difesa di Cagnoni la tira per le lunghe chiedendo l’esclusione dal processo di tutte le parti civili, tranne ovviamente i famigliari. Secondo la tesi dell’avvocato Giovanni Trombini, Comune, Linea Rosa, Udi e Associazione dalla parte dei minori, non hanno subito alcun danno diretto, né di immagine, per  l’omicidio di Giulia Ballestri.  Ma qui non si tratta di un omicidio qualunque, si tratta di un femminicidio, anche se questa parola non è ancora di uso comune.  Femminicidio non indica il sesso della persona uccisa, ma il motivo per cui è stata uccisa. Una donna uccisa in quanto donna. Giulia è una delle donne di un triste e lungo elenco di mogli, compagne e fidanzate che vengono uccise dall’uomo che non amano più e che vogliono lasciare. Una ogni tre giorni, cento ogni anno.  Donne che non accettano più di vivere in un costante clima di violenza domestica e che hanno deciso cosa fare delle proprie vite. Donne che hanno trasgredito al ruolo loro assegnato, sottomesse per tradizione o opportunità sociale. Donne coraggiose che per questo sono state punite con la morte. Giulia era una di noi.
La richiesta è stata respinta dalla Corte: per statuto, Comune, Udi e Linea Rosa, hanno come scopo preciso la tutela delle donne e la ragion d’essere dell’Associazione dalla parte dei minori è la tutela dei diritti di bambini e bambine. E qui di bambini ce ne sono ben tre. “L’eventuale risarcimento economico a favore delle parti civili, priverebbe del giusto ristorno le reali persone offese”, ha sottolineato ancora la difesa di Cagnoni. Considerato che, qualsiasi risarcimento economico per la perdita della propria mamma sarebbe comunque insufficiente, l’eventuale risarcimento economico, dice l’Udi, “sarà devoluto ad un progetto di educazione culturale ‘differente’ nelle scuole, per contribuire a scardinare quella cultura della disuguaglianza tra i sessi, da sempre terreno fertile per la violenza contro le donne”.
(continua)      
OMBRE DI UN PROCESSO/2 di Carla Baroncelli

12 ottobre 2017 DOPO LA PRIMA UDIENZA DEL PROCESSO BALLESTRI

Dalla prima udienza del processo Ballestri, ci sono delle parole che continuano a pungere i miei pensieri. La difesa dell’imputato, durante la sua requisitoria sull’inammissibilità di alcune prove, a proposito delle intercettazioni telefoniche eseguite dalla Procura, elenca le persone intercettate subito dopo la scomparsa di Giulia Ballestri, quando ancora non era stato trovato il suo corpo e si sospettava un sequestro di persona: il dottor Cagnoni, suo padre e… (dopo una pausa allusiva di sopraffina arte forense) l’amante della povera Giulia.

Dottor. Amante.

Dottor: l’imputato è un dermatologo, un medico, quindi ci sta. Come si dice anche a chi laureato non è, magari per piaggeria. Far precedere dottor ad un nome, è già un un’attribuzione di valore positivo, socialmente di riguardo. Più corretto sarebbe chiamare dottor tutti i laureati, e premettere al cognome la professione per tutti e tutte.

L’ Amante invece non ha titoli, e neppure un nome e cognome, è solo un amante.

Ma la parola Amante? Che parola è? Non è una parola neutra. Possiamo dire amante della natura, della carne ai ferri,della birra, nel senso che amo natura, carne ai ferri, birra. Essere amante di una cosa reale, amante dei gatti, o immateriale, amante della solitudine, dà l’idea di una relazione positiva. Sottende affetto, cura, interesse, passione. E’ un indice di vitalità. Positività. L’amante di una persona, è una persona che ne ama un’altra. Ma la parola detta in aula è risuonata negativa, dispregiativa. Sottende tradimento, tresca, vergogna. Giudizio. Come se l’amante fosse un ladro che ha rubato qualcosa. Una cosa che possediamo. Una proprietà privata. L’ Amante ha rubato la povera Giulia al Dottor Cagnoni. Si possono rubare le persone come fossero cose proprie, un possesso? Si può togliere loro il diritto di scegliere la propria vita? Il diritto di non amare più. Il diritto di scegliere chi amare di nuovo. Il legame fra la povera Giulia e l’Amante era dichiarato, voluto. Forse era un grande amore, ma importa? C’era una richiesta di separazione in corso.

Ma per la difesa del Dottor, la povera Giulia, aveva un Amante. Quindi anche lei era un’amante.

Sarebbe opportuno usare i meno ridondanti il nuovo compagno, il fidanzato. E perché no, ci si potrebbe limitare ad un uguale Dottor, se non addirittura ad un democratico nome e cognome.

In merito, poi, all’uso dell’aggettivo povera, come ci si riferisce a una persona defunta, lo trovo solo triste. Pietistico. Un po’ banale. Il nome di Giulia non riesco ad affiancarlo a povera, anche se è stata crudelmente uccisa. Lei è di più. Ciò che sconvolge e fa infuriare è pensare che un’altra donna sia stata uccisa e che ci siano altri tre bambini vittime di femminicidio. Così, se penso a Giulia, sento la forza di una donna che ha avuto il coraggio di dire ‘non ti voglio più’, anche se questa frase potrebbe essere la causa della sua morte.

Per me, per il suo coraggio, la povera Giulia, era e resta Dottoressa Giulia Ballestri.

(continua)

OMBRE DI UN PROCESSO/3 di Carla Baroncelli

17 ottobre 2017 DOPO LA PRIMA UDIENZA DEL PROCESSO BALLESTRI

Oggi gioco con i condizionali.

Se una vostra conoscente, una signora istruita, lettrice, attenta alle donne, vi dicesse: Non posso credere che suo marito abbia fatto una cosa così crudele … forse era molto arrabbiato e non ci ha visto più … gli uomini quando perdono la testa, non ci vedono più … poi si pentono. Magari a questo gli è venuto un raptus di follia, un colpo di testa … un momento di debolezza.

Se una donna, che si sta separando dal marito, scrivesse, come ha realmente fatto, dei messaggi al nuovo compagno, di questo tipo: ti vorrei chiamare, ma lui è una iena … domattina devo andare via con lui per vedere dei quadri, ma non mi fido … ha giurato sui miei figli che non mi farà del male … mi auguro che disastro non avvenga … oggi ho ribadito che non lo amo … mi dice che l’ho disonorato e che sono guai miei … può fare quello che vuole, ma non mi uccide. E’ debole e a volte mi fa tenerezza …

Se poi questa donna venisse trovata uccisa crudelmente … mi viene da chiedere: ma perché le donne scusano gli uomini, li perdonano sempre, e, nonostante tutto, continuano a provare tenerezza?

Eccola là, la trappola, in cui cadiamo noi donne. Non ci arrendiamo mai. E’ difficile credere che il proprio marito possa essere una iena fino in fondo. E’ uno stimato professionista dal perenne sorriso pubblico. E io l’ho disonorato. Non lo amo, ho detto che sono sfinita … ma aspetto … per i figli, per la famiglia e la gente … ha giurato sui miei figli che non mi farà del male. Non mi fido … però poi mi fido, è un debole, a volte mi fa tenerezza, e vado con lui in una casa abbandonata. Ed è lì che mi aspettano i guai miei.

Se la vostra conoscente vi mostrasse le foto sui giornali di lei e il marito in abiti da sera che sorridono, teneramente allacciati, e dicesse: qui sembrano la rèclame di vissero felici e contenti.

A questo punto, se io fossi quella donna uccisa, pretenderei almeno dai giornali il rispetto della mia privacy. Le fotografie sui due sposi, per favore no. NO: non eravamo una coppia perfetta, come dicono le fotografie. Non più. Come succede, come capita.

Una foto è il fermo di un attimo: forse di un lontano passato, forse di una soirée da papillon. E vi pare che in una foto in posa si possano mostrare i dissapori, le rabbie, i disagi? Cheese… click. Potrebbero essere due attori che recitano una parte sulla scena. Foto che, però, potrebbero infondere il sospetto che lei, la donna uccisa, qualche colpa l’avesse per indurlo ad ucciderla. Mentre lei forse avrebbe voluto soltanto calare il sipario su una recita che non ce la faceva a continuare. Ho detto che sono sfinita.

PS. E il diritto di cronaca? Una fotografia di quel tipo aggiunge qualcosa alla comprensione dei fatti? Quale interesse pubblico tutela? E’ essenziale alla notizia? Se rispondessimo di no, sarebbe meglio far riposare quelle fotografie in un album privato. In ogni caso, quelle fotografie mi stringono il cuore ogni volta che le vedo.

(continua)

 

OMBRE DI UN PROCESSO/4 di Carla Baroncelli

26 ottobre 2017 – SECONDA UDIENZA

Nella seconda udienza è risuonata la parola: personalità. A pronunciarla è stato l’avvocato Trombini, difensore, che pertanto chiamerà a testimoniare amici comuni della vittima e dell’imputato, perché “Solo così’ si potrà avere chiaro il rapporto di coppia tra Matteo e Giulia e come lui si relazionava nei confronti della moglie”. (Più nell’ombra veleggia anche la parola ambigua: moralità). E se saltasse fuori che l’imputato era un marito buono, bravo e bello, un professionista stimato, un padre eccellente e che alle elementari era un bambino generoso e mite? Potrebbe essere. Ma quando era tutto questo ben di dio? Quando? Sette donne su dieci vittime di femminicidio hanno subito maltrattamenti o stalking, prima di essere uccise. Tre su dieci, però, prima di essere uccise non avevano subito violenza fisica, ma una violenza psicologia, economica, fatta di denigrazione ed umiliazione quotidiana. In questi casi accade che per la donna vittima sia la prima volta che subisce una violenza fisica da parte della persona che l’ha uccisa. Ma non si tratta di raptus o di delitto passionale, come erroneamente titolano i media. I dati dimostrano che sono meno del 10 per cento i casi in cui il femminicida aveva un disturbo depressivo o una malattia psicologica o psichiatrica, L’imputato aveva accettato la separazione, si opponeva soltanto alla frequentazione dei figli con l’amante della moglie, dice l’avvocato Trombini, poi aggiunge: il femminicidio non è un concetto giuridico, ma sociologico. Ha ragione avvocato, non ancora. Prima o poi questa parola diventerà un concetto legale, com’è successo con la parola stalking. Già la legge ha recepito la differenza di genere. Genere, parola finora aborrita. Nella convenzione di Istanbul (art 3), infatti, è specificato che “l’espressione ‘violenza contro le donne basata sul genere’ designa qualsiasi violenza diretta contro una donna in quanto tale. Qualsiasi violenza diretta contro una donna in quanto donna. Per la prossima udienza, il 3 novembre, l’accusa ha chiamato a testimoniare il fratello di Giulia, la sua amica del cuore, il suo nuovo compagno e un agente di polizia. Ma un’immagine continua a balzarmi davanti. Il Presidente della Corte in apertura d’udienza ha letto i capi d’imputazione a carico di Cagnoni e ricostruito i momenti precedenti l’uccisione di Giulia, il 16 settembre dell’anno scorso. Dettagli crudi, feroci. Furia. Odio. Accanimento da parte dell’imputato. Nonostante fossero già stati resi noti nella conferenza stampa dopo l’arresto, quei dettagli colpiscono ancora dritti allo stomaco. Guardo le persone che mi stanno vicine: occhi sbarrati, strizzati, sguardi bassi, fiati sospesi. Espressioni di raccapriccio. Comunque siamo tutti immobili e annichiliti. E l’imputato? Scrive. La sua mano non trema, la mascella non si contrae. La penna non inciampa mai. Lo sguardo fisso sul foglio segue la scrittura. Impassibile. Meccanico. Una freddezza che non ci sta con le parole del Giudice: colpita ripetutamente, schizzi, denti, scalini e spigoli di un muro. Lui scrive. Appunti, memorie? Lui continua a scrivere. Come se il fatto non lo riguardasse. Come se Giulia fosse stata un’estranea. Come se non fossero stati sposati 12 anni. Come se non fosse la madre dei loro tre figli. (continua)

 

OMBRE DI UN PROCESSO/5  di Carla Baroncelli

3 novembre 2017 – TERZA UDIENZA PROCESSO BALLESTRI

Di Carla Baroncelli

L’imputato oggi, giorno delle testimonianze del fratello e della migliore amica di Giulia, non scrive neppure una riga. Si agita sulla sedia. Si gira e rigira. Mette e toglie gli occhiali. Intreccia e scioglie le mani. Due volte afferra il microfono del suo difensore per interrompere: Non è vero. Il presidente della corte lo redarguisce. Lui tace, la sua mascella mastica i denti. Sembra non essere lo stesso uomo delle scorse udienze. E forse, ascoltando bene le parole dei testi, se ne intuisce il perché. SEMBRAVANO UNA FAMIGLIA NORMALE, ha detto il fratello di Giulia. NORMALE. E’ la faccia mostrata fuori di casa: moglie, marito e tre figli; tutti belli, benestanti, colti, giovani; socialmente ben inseriti; sostenitori di un’Associazione contro la violenza sulle donne, come Linea Rosa. SEMBRAVANO. E’ la faccia dentro casa, fra le pareti domestiche: il marito, mosso dalla morale, maltratta la moglie, che difende il suo essere persona. E mentre la ragnatela brilla al sole, il ragno è in agguato dietro una foglia. Su ogni filo, s’annida un tipo di violenza: psicologica, economica, con ricatti affettivi, l’umiliazione economica, il sesso forzato. L’obbligo morale del silenzio. Così, di fronte alla richiesta di divorzio da parte di Giulia, il marito risponde: non siamo in crisi, noi andiamo benissimo, siamo belli e stimati, sei solo depressa, verso i 40 anni è facile che le donne si deprimano. Prendi queste medicine… Giulia si ribella: Lui si siede di fronte a me con la pillola in mano, finché non la prendi, non ti alzi di qui. Me la mette in bocca e mi costringe a mandarla giù. Così la prendo e basta. I ricatti affettivi sono la mossa più vigliacca. Ho le prove che hai un amante, le dice il marito, ti ho fatto pedinare e ti ho clonato il telefono. Io ti porto via i bambini, Ti distruggerò. Già i figli. Giulia si tormenta: Non posso abbandonare i bambini, mi ricatta, dice che mi devo comportare come se niente fosse, minaccia di dire ai bambini che lo tradisco. Giulia riconosce anche la violenza economica: Non va più a lavorare, disdice gli appuntamenti per controllarmi. Viviamo con la paghetta che gli passano i suoi genitori, e i soldi devo chiederli a lui. Non vuole che io torni a lavorare. Non mancano le regole di stampo patriarcale: non posso bere una birra che mi mortifica dicendo ai bambini: la mamma si ubriaca. Non posso fumare una sigaretta, e posso leggere solo i libri che sceglie lui. Mi controlla anche quando vado in bagno, per stare un po’ da sola. E mi dice: puoi andare dalle tue amiche una volta la settimana, ma non dovete andare al ristorante. E ovviamente arriva il richiamo del marito al dovere coniugale cui deve sottostare una moglie: Tutte le notti mi costringe a stare a sentirlo, poi mi costringe a fare sesso. Durante la pausa pranzo, mi porta in camera, chiude a chiave e vuole far sesso. Sempre sesso. Alla fine mi concedo… ma come una morta. L’esplosione della morale del marito, è un classico: Mi hai disonorato, ma io non posso perdere la faccia ed essere deriso dalla gente. Facciamo i separati in casa, perché così nessuno vede e non diamo nell’occhio. Fuori devi sorridere e far finta. Ogni giorno una minaccia: mi ha spinta contro l’armadio, mi ha messo le mani al collo, l’ho scansato con uno spintone. Gli ho fatto capire che non doveva più farlo. Non lo farà più. Giulia si è fidata di se stessa. E di lui. E dire che non voleva la luna, voleva solamente avere una famiglia normale, non sembrarlo. Ma non ha tenuto conto dell’avvertimento del marito: Ti distruggerò. Così è rimasta intrappolata nella ragnatela che il ragno ha costruito per mesi. Ha subito tutte quelle violenze, restando però coraggiosamente determinata a volere il divorzio. Più la preda si dibatte, più s’immobilizza. Il fratello e la sua amica l’hanno confortata, circondata d’affetto e attenzione per alleviare il suo sono angosciata, non ne posso più, ho paura. Ma dentro le mura di quella casa, in cui abitava quella che sembrava una famiglia normale, Giulia rimaneva sola. E in solitudine, chiusa a chiave in camera da letto col marito, si rassegnava: lo lascio fare, come una morta. Crediamo ancora al vecchio adagio: fra moglie e marito non mettere il dito? E se qualcuno, fra amici e familiari, avesse invece affondato il dito nella piaga? L’avesse aiutata ad allontanarsi dalla ragnatela, prima che il ragno, zac, la distruggesse, come aveva minacciato? Si usa dire anche: è facile parlare da fuori e col senno del poi e dire dovevi fare, andare, denunciare… Ma non c’è solo il senno del poi, c’è anche quello del prima. La violenza sessuale, dal 1997, non è più un reato contro la morale, ma un reato contro la persona. Nel corso degli anni le donne hanno capito di essere portatrici di diritti, oltre che di doveri, e faticosamente sono riuscite ad ottenere leggi importanti contro la violenza sessuale, lo stalking, i maltrattamenti, la violenza di genere. Purtroppo sono sempre di più le donne uccise dai loro mariti, compagni o ex, dentro famiglie che sembrava normali. Forse perché ancora dobbiamo imparare a chiedere aiuto. E dire che Linea Rosa era lì, a qualche passo di distanza da casa di Giulia.

 

OMBRE DI UN PROCESSO / 6 di Carla Baroncelli

10 novembre 2017 – QUARTA UDIENZA PROCESSO BALLESTRI

Riguardando gli appunti presi durante le ultime udienze, c’è un participio passato, e aggettivo, che svetta fra gli altri: DISONORATO.
In cinque ore di interrogatorio, il nuovo compagno di Giulia ha riferito le parole che l’imputato ripeteva ossessivamente alla moglie, come avevano già detto sia il fratello, sia l’amica di Giulia, nelle scorse udienze.
Disonorato: “Che ha perduto l’onore, irrimediabilmente menomato nel prestigio o nella dignità”. (Garzanti Linguistica)
Onore: “Onore non è altro, che rendimento di riverenza in testimonianza di virtudi”. (Jacopo da Cessole, un frate domenicano, nel 1300).
Onore che l’imputato, a sentire le parole di Giulia, temeva di perdere. Non voleva essere disonorato.
Parole di Giulia che fanno apparire l’imputato tutt’altro che un uomo pieno di “virtudi”, a meno che non si tratti di confusione lessicale o ribaltamento di significati.
A quanto pare è disonorevole che una donna voglia divorziare, abbia un amante, voglia andare a lavorare, voglia essere libera di scegliere quali libri leggere, andare a trovare i propri genitori e il fratello, voglia mettere nel campanello anche il suo cognome da nubile, tenga nella rubrica del cellulare il nome dei propri amici, beva solo da bottiglie sigillate per paura che il marito manipoli i liquidi e che dica al suo innamorato: “se non mi senti per sette, otto ore, vieni a cercarmi”. E’ disonorevole che una donna subisca e subisca col pensiero rivolto ai propri figli.
D’altra parte invece, è onorevole che un uomo spii la moglie con investigatori privati e intercettazioni ambientali e telefoniche, che pretenda di mettere solo il suo cognome nel campanello, che faccia
terra bruciata attorno alla moglie per isolarla da amici e parenti, che la costringa ad andare dal suo amico psicologo e che si faccia riferire da questi i colloqui con la moglie. E’ onorevole che un uomo costringa la moglie a prendere dei sedativi sottostare a rapporti sessuali, per dovere coniugale, e che la minacci di sputtanarla con i figli.
E’ onorevole che un uomo incuta paura alla moglie preannunciando: “Ti farò un regalo e tu sarai libera”.
Sento, in lontananza, l’eco del famigeratonart. 587 del Codice Penale del 1930: “Chiunque cagiona la morte del coniuge, della figlia o della sorella … nello stato d’ira determinato dall’offesa recata all’onor suo o della famiglia, è punito con la reclusione da tre a sette anni”. Cioè il marito aveva la pena ridotta.
Sento nei discorsi riportati anche odore di ”pater familias”. Il patriarca della famiglia aveva diritto di vita e di morte su moglie, figlie e schiavi, e le botte erano semplicemente correzioni, quindi lecite.
Lo so che il “delitto d’onore”, che giustificava il femminicidio, è stato abrogato nel 1981, e che dal 1975, è stata introdotta la piena parità tra uomini e donne nella famiglia e che è stata abolita la “patria potestà”.
Io lo so, noi lo sappiamo. Lo sappiamo?
Pare che l’imputato sia uno di quelli che non lo sa.
Purtroppo, come lui, sono in troppi a non saperlo.
Ogni due giorni una donna viene uccisa da un marito, un compagno o un ex. Dall’inizio dell’anno ad oggi, in Italia, i femminicidi sono già 53. Per amore o per passione o per l’onore oppure per evocazioni spiritiche nella Villa dei Morti?
E dire che sarebbe bastato solo il rispetto per le scelte altrui per essere un uomo d’onore.

 

OMBRE DI UN PROCESSO / 7 di Carla Baroncelli

16 novembre 2017 – prima della QUINTA UDIENZA PROCESSO BALLESTRI

“Moglie pedinata e maltrattata: assolto”. E’ il titolo che ho trovato sul Carlino di oggi, giovedì, proprio nella pagina a fianco dell’articolo sul processo contro Cagnoni, in corte d’Assise domani, per la quinta udienza.
Un uomo è stato assolto dall’accusa di maltrattamenti in famiglia ai danni della moglie.
Assolto perché il fatto non sussiste?!
Subito ho pensato: “è una fake news”.
Poi ho letto l’articolo.
Secondo la difesa, è vero che il marito maltrattava la moglie, ma solo talvolta, “episodi distanti nel tempo e sporadici”, così riporta il giornale.
Per la Procura il marito ha sottoposto la moglie a “sofferenze fisiche e morali”: durante i frequenti litigi, l’ha insultata, minacciata di morte e picchiata. Una volta, l’ha ferita, e c’è un referto medico. La prognosi è stata di cinque giorni.
Assolto perché il fatto non sussiste?
Perché avrebbe maltrattato la moglie? Ovvio: la gelosia. Il sospetto di un amante. E per incastrarla di fronte ad un tradimento, il marito l’ha fatta anche pedinare, ha messo una cimice in camera da letto e una microspia con GPS nella sua auto.
Ma non si è rivolto ad agenzie investigative o spie professioniste, si è fatto aiutare da alcuni amici, che costano pure meno.
Quindi, siccome è stata abolita dal codice penale l’assoluzione per insufficienza di prove, non resta che l’assoluzione “perché il fatto non sussiste”.
Il fatto non c’è, non è penalmente perseguibile. Non sussiste la violenza, il maltrattamento, se non reiterato e crudele.
Per provare la violenza del marito, la moglie ha solo un referto. E con una prognosi di soli cinque giorni.
Come dire: “Signora, in fondo non le ha fatto molto male!”
Infatti, il marito è stato assolto perché il fatto non sussiste.
E le minacce di morte sono un ‘pour parler’?
Forse il marito avrebbe dovuto fargliele per iscritto, con firma e testimoni. Quante minacce di morte ci vogliono per renderle credibili?
Signora, servono più episodi di violenza, almeno più frequenti, meglio se più violenti. Più efferati. Le ferite devono essere più gravi.
Quanti episodi di violenza servono? A distanza di quanti giorni, o ore, devono avvenire? Quanti giorni o mesi di prognosi servono per sentenziare un maltrattamento? E le violenze psicologiche come si contano?
Potrebbe essere un rigurgito del, mai morto del tutto, “pater familias”, annidato nella mente di qualche marito che ritenga suo diritto picchiare la moglie per correggerla. Ma quando scatta l’eccesso di correzione?
Non mi arrendo e cerco, senza trovarla, la stessa notizia su altri media, spero ancora sia davvero una fake news.
Se così non fosse, aspettiamo un altro femminicidio, un altro processo Ballestri, per dire che era una morte annunciata, e dolerci a capo chino?
Donne, e uomini, c’è ancora un sacco da fare.

 

OMBRE DI UN PROCESSO / 8  di Carla Baroncelli

17 novembre 2017 – QUINTA UDIENZA PROCESSO BALLESTRI

Perché le donne che vivono continui maltrattamenti e violenze in casa, non se ne vanno?”, mi ha chiesto un amico avvocato prima dell’udienza di oggi. Poi è entrata la corte e ci siamo zittiti. La risposta mi è balzata davanti subito, all’inizio del dibattimento. Durante la deposizione dell’amico greco di Giulia, suo compagno di banco al liceo, traggo una parola che ha ripetuto più volte: COLPA. “Giulia viveva come una che sta in apnea, piena di paure, triste, infelice. Viveva sopraffatta dal senso di colpa per i suoi figli.” “Pensaci bene, non aver fretta, porta pazienza, pensa alla gente, pensa ai bambini…”, le dicevano i suoi familiari. “Era combattuta fra il desiderio di ricostruirsi una vita tranquilla con i suoi figli e la consapevolezza che la sua scelta li avrebbe fatti soffrire la faceva sentire in colpa”, dice l’amico greco. Oltre a tutte le violenze che subiva, Giulia si sentiva anche in colpa. Senso di colpa? Il senso di colpa nelle donne-mamme fa venire ansia, palpitazioni, insonnia. Sensazione di inadeguatezza, frustrazione. Dubbi e insicurezza. Rende immobili e in attesa. Annichilite e turbate. Sole ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte. In trappola, ma pronte al sacrificio di se stesse. La colpa sta non voler essere solo madri, ma anche donne. Ed è su questo senso di colpa che molti uomini costruiscono la loro forza, esercitano il loro potere patriarcale in nome della sacralità della famiglia, alimentandolo con i ricatti affettivi. Alla donna si attribuisce la colpa di uno stupro, se porta la minigonna. Di chi la colpa se arriviamo in ritardo al lavoro, ma i figli sono pur da accompagnare a scuola, se vorremmo avere figli, ma ci licenziano quando restiamo incinta? Di chi la colpa se non riusciamo ad accudire i nostri genitori, perché non abbiamo gli anni per la pensione? Di chi la colpa se vogliamo separarci da un marito oppressivo, minaccioso, che ci fa paura? Giulia ha sciolto i dubbi. Ha deciso di uscire dal ruolo impostole dal marito. Immagino con quanta sofferenza lei abbia trovato il coraggio di alzare la testa e di affermare di non voler vivere più in quella famiglia e con quell’uomo, chiedendo la separazione. L’amico greco di Giulia ammette: “Tutti consigliavamo a Giulia di appianare di divergenze, anch’io l’ho fatto, e oggi mi sento in colpa”. Forse, dopo la morte terribile e atroce di Giulia, molti di quelli che l’amavano, oggi, si sentono un po’ in colpa. Di questo femminicidio, come di tutti gli altri, forse ci si dovrebbe sentire in colpa un po’ in tanti. Forse, per evitare inutili sensi di colpa postumi, si dovrebbe agire prima che la morte annunciata arrivi. Nell’imputato invece, anche oggi, non si nota alcun senso di colpa. Al termine dell’udienza, dopo essersi visto nelle immagini delle videosorveglianze registrate il 16 settembre dell’anno scorso, mentre scende con Giulia dall’auto, mentre entra con lei nella Villa del delitto, per uscirne, un’ora e 49 minuti dopo, da solo, l’imputato ride ad una battuta ironica del Presidente della Corte e con due dita toglie un peletto bianco dalla tonaca nera del suo legale. All’uscita, ho risposto al mio amico avvocato con una domanda: “Perché gli uomini non provano sensi di colpa?”

OMBRE DI UN PROCESSO/9 di Carla Baroncelli

24 novembre 2017 – sesta udienza processo Ballestri

Quanta ferocia. Da non poter guardare. Un massacro. Una violenza rabbiosa. S’immaginano urla disperate. L’accusa aveva chiesto una visione a porte chiuse, considerata la crudezza delle immagini girate dalla polizia scientifica, nella villa di via Genocchi, dall’entrata fino al ritrovamento del corpo di Giulia nello scantinato. L’avvocato della famiglia Ballestri, se con la pancia ritiene si debba rispetto, pietà e riservatezza per Giulia, con la ragione, a nome di Guido, il fratello, ritiene che le immagini vadano viste perché spiegano più delle parole. Il Presidente decide per la visione pubblica. Le immagini scorrono nel grande schermo. Villa: esterno e interno. Guido si asciuga la fronte, posa il capo su una mano, passa l’altra sotto gli occhi. Dal pubblico non un fiato. Sangue sgocciolato, sparso, ripulito. Scie. Strie. Impronte. Poi, il corpo di Giulia. Guido porta le mani davanti alla bocca come a tapparsela. Un tonfo. L’imputato è crollato dalla sedia. Sono le 10 e 25. Pochi attimi e un agente lo rialza. Beve un po’ d’acqua. Pausa. I commenti fuori dall’aula: “poverino non ha retto all’emozione”, “ma si vedeva che era una finta”, ” vuol dimostrare che è innocente?”, “malato di protagonismo”, “narcisista”. La visione interrotta riprende. L’imputato abbassa la testa ogni volta che, sullo schermo, appare il corpo di Giulia.  “Una violenza inaudita!”, si sente dire fuori campo dal medico legale. Violenza e sangue. Le parole più ripetute. Sangue. Violenza. Sangue. E se il sangue non ci fosse stato? Se questo femminicidio fosse stato meno sanguinario? Cosa cambierebbe?  Non necessariamente serve il sangue per riconoscere la violenza. Soprattutto la violenza di genere. Nelle molestie, per esempio, non c’è sangue, né maltrattamento. Eppure anche la molestia è una violenza di genere, senza, con questo, voler paragonare un femminicidio ad una molestia. Le cronache di questi giorni, riportano che centinaia di attrici hanno denunciato alcuni potenti uomini dello spettacolo di averle molestate. Le denunce sono arrivate tutte in una volta, a distanza di anni dai fatti. “E’ una strumentalizzazione”, ha commentato un’avvocata stamattina. Complicità, ammiccamento da parte di quelle donne? Pochi si soffermano a pensare che dietro una mancata denuncia ci sia una donna che si sente debole, frustrata e sola. Con la paura di perdere i figli. Il lavoro. Una donna ricattata.  Anche le molestie sono violenza. Con quelle denunce, finalmente, il privato è diventato pubblico. Sono uno sprone per parlare di violenza di genere. Le vedo come una sfida ai pregiudizi. Mi sembrano un possibile svolta nell’affrontare il tema della violenza contro le donne. Mi pare bellissimo che le donne non vogliano più restare da sole a leccarsi le ferite, ma che uniscano le loro forze, che si diano coraggio a vicenda, e denuncino. Quante donne molestate sul posto di lavoro, non hanno fatto denuncia quando c’è stata la molestia? Quante di noi hanno subito molestie da uomini adulti e non l’hanno detto a nessuno, tranne a qualche amica, che ha aggiunto quelle subite da lei. Ah, la vecchia, cara, autocoscienza degli anni settanta…  La violenza contro le donne affonda sempre in una stessa radice. La debolezza degli uomini che usano la violenza come compensazione, facendo leva sugli stereotipi che regolano le relazioni fra donne e uomini. “Se un uomo viene tradito, è normale che diventi violento”, così la pensano 16 persone su cento, secondo l’indagine WeWorld, pubblicata in questi giorni. E per 14 persone su cento, gli uomini diventano violenti per il troppo amore. Ancora lì, siamo. Si dovrebbero abolire gli stereotipi di genere, non solo quelli maschili. Esistono anche gli stereotipi di tante donne che considerano la gelosia, un amore passionale. Una specie di autostereotipizzazione. Siamo tutti viziati dagli stereotipi di genere!  Purtroppo, sempre dalla indagine di WeWorld: per 19 persone su cento è accettabile fare battute a sfondo sessuale, e per 17 su cento “fare avances fisiche esplicite non è poi un gran problema”. Gli uomini giustificano la molestia, chiamandola complimenti o avances. I complimenti piacciono a tutte le donne, e anche agli uomini, ma nel momento giusto. Spesso le avances sono fastidiose, fino ad essere assillanti. Quasi sempre sono taciute, per timore. Ma a stabilirne il limite, non può essere altri che la donna stessa in base al suo sentire.  Anche gli uomini dovrebbero aiutare se stessi come genere. Tutti gli uomini, anche quelli che non praticano la violenza, dovrebbero chiedersi perché ‘gli uomini agiscono la violenza per risolvere i conflitti?’ Perché non riconoscono la propria debolezza nelle relazioni, a partire da quelle con le donne? La violenza è una sconfitta in ogni caso, uccide il dialogo e, a volte, la vita. In Italia, nei primi dieci mesi di quest’anno, sono già 120 le donne uccise da un femminicida. Nel nostro paese ci sono mille e seicento bambine e bambini resi orfani da un femminicida, che hanno vissuto la violenza nella loro casa. L’hanno subita, sentita. Vista. Già, le immagini parlano più delle parole. Rispetto la scelta della Corte di mostrare le riprese del sopralluogo nella villa. Ma, forse perché sono una donna, perchè ho la sensazione che oggi ci sia stata una ulteriore profanazione del corpo di Giulia? Alla manifestazione del 25 novembre per l’eliminazione della violenza contro le donne, porto con me una immagine di quei video: la fede nuziale nell’anulare di Giulia. E’ deformata. Ovalizzata. Appiattita. Schiacciata. Anche lei, distrutta.

OMBRE DI UN PROCESSO / 10 di Carla Baroncelli

1 dicembre 2017 – SETTIMA UDENZA PROCESSO BALLESTRI PERSONALITÀ.

Durante la settima udienza del processo Ballestri contro Cagnoni, si è tornati a parlare di personalità. O, meglio, di: DEPERSONALIZZAZIONE MOMENTANEA. E’ lo psicologo dell’imputato, durante il controinterrogatorio della difesa, a riferire di suoi episodi pregressi di panico e di “depersonalizzazione momentanea, un disturbo della personalità, un cluster B, su base narcisistica, con una presenza importante aggressiva e vendicativa”. La mia amica psicologa mi spiega che si tratta di sensazioni e che può essere considerato un sintomo di disturbo dissociativo della personalità, con momenti in cui non si è presenti a se stessi, ci si dissocia. Succede quando uno non si sente nella propria pelle, non si sente in sé. Non ci si riconosce più. Io provo qualcosa di così sconvolgente che faccio qualcosa che non farei in un altro momento. Eccolo qua il fantasma del RAPTUS. Non vi ci provate a tirare in ballo, come scusante, il raptus. Sarebbe come giustificare la violenza sulle donne e sui più deboli. Sarebbe una giustificazione alla prevaricazione, alla violenza, all’assassinio. E giustificare non aiuta a capire il perché di quella esplosione. E’ come se il corpo agisca come un robot. Un corpo scisso. Agli atti, non c’è traccia di disturbi conclamati della personalità dell’imputato. Credo piuttosto che lo psicologo abbia teso una mano al suo amico e cliente. Un suggerimento. Una scappatoia. Una possibile giustificazione, appunto. L’imputato oggi è quasi garrulo. Ride spesso. E’ sereno. In Corte d’Assise, stamane, manca il riscaldamento, ma a peggiorare le cose c’è un spiffero gelato intermittente: la FAMIGLIA. Quella d’origine. La famiglia fuori casa. Quella dentro casa. La famiglia desiderata. La famiglia distrutta. Apparenza e realtà. Sempre lo psicologo: “Sicuramente c’è stato un antico stato di insicurezza, frustrazione, da bambino poco visto, una infanzia con poche attenzioni, che ha portato a un eccesso di affermazione, dell’apparire, e la paura della perdita dell’immagine era vissuta in modo drammatico … Matteo Cagnoni è aggressivo”. La madre dell’imputato dice ad una amica, lo si sente nella registrazione di una intercettazione telefonica,: “Diciamo che l’ha fatta grossa, ma ha avuto un trauma così grosso lui, per la distruzione della sua famiglia che non ci ha visto più … chi l’avrebbe mai detto, sembrava che Matteo fosse il dio in terra … si vede che a volte gli ormoni fanno brutti scherzi … si vede che gli è venuto un frullo in testa che non ha saputo resistere … Delle donne giovani con un marito bravo, un marito buono così, andare a commettere degli errori per … per … rovinare tutto così … “. E qui svetta la parola chiave: gli ERRORI di Giulia. Era un errore non volere più cotanto dio. Era un errore non voler essere pedinata, controllata, costretta a leggere i libri scelti da lui, lui che le organizzava orari, entrate, uscite, tempi. Amicizie, messaggi, rubrica telefonica. A detta dello psicologo, Giulia non era depressa, piuttosto era passiva. Ma poi era cambiata, era diventata una donna decisa a riprendersi i propri spazi, le amicizie, gli interessi e anche le passeggiate. Voleva più autonomia. Sbagliava a voler interrompere una vita coniugale che la soffocava, sbagliava a desiderare una vita diversa? L’unico errore di Giulia è aver sottovalutato la minaccia: “ti distruggo”. In un’altra registrazione, si sente il padre dell’imputato, riferendosi al figlio in carcere, dire ad una amica: “Ho sempre fatto fatica a capirlo questo ragazzo, anche adesso, è strano che sia tranquillo… l’ambiente non è proprio rallegrante … soprattutto vederlo così … tranquillo come sai… io direi che l’unica cosa come … giustizia è fatta”. Così giustizia è fatta, in nome dell’onore della famiglia. Poco importa se in quella famiglia c’erano anche tre figli piccoli. Anzi, meglio un femminicidio di un divorzio, come fa intendere l’imputato, secondo quanto riferisce suo padre: “non è accettabile la condizione del figlio conteso, meglio l’orfano che il figlio conteso”. E questa sarebbe la famiglia da difendere? Quella che inizia con un matrimonio e continua fin che morte non ci separi? Forse la patologia sta proprio nel retaggio patriarcale, nella disparità di genere che vige in ogni famiglia, e che è la base di ogni violenza domestica. Al termine dell’udienza, l’imputato esce dall’aula tronfio, come un dio in terra.

 

OMBRE DI UN PROCESSO / 11 di Carla Baroncelli

15 dicembre 2017 – OTTAVA UDIENZA PROCESSO BALLESTRI CONTRO CAGNONI

Riti spiritici, evocazioni, fantasmi ed esorcistiche benedizioni. La loggia massonica Pineta. L’ex Don Desio. Il dottor Cagnoni, nullatenente. Poi un lampo. Il velo si strappa. E anche il cuore. “I bambini stanno benissimo”. E se lo dice la nonna, bisogna crederle. Io non ci credo. Non ci credo, perché i bambini e le bambine, soprattutto, sono molto curiosi e astuti, sanno navigare nel web, sanno far domande a trabocchetto. Sanno immaginare le risposte che non gli sono date. Non hanno visto? Non hanno sentito? E se avesse visto e sentito? E non l’avessero detto a nessuno? E se avessero interpretato i fatti e le parole, come spesso succede, e si fossero attribuiti colpe inesistenti, ma non per questo meno laceranti? Ogni momento, di notte e di giorno. Confusi senza tregua. Dal 2000 al 2014, sono stati 1600 i bambini che hanno perso la mamma per colpa di un padre femminicida. I dati sono talmente vecchi, che c’è da vergognarsi. Manca purtroppo ancora una banca dati nazionale. Ho trovato uno studio sugli orfani di femminicidio, i cosiddetti orfani speciali. Questi bambini e bambine hanno vissuto tre terribili shock in una volta sola. Orfani. Sono diventati orfani, ma nel modo peggiore possibile. Imprevisto.  Nella loro casa. Il padre è un assassino? Ha ucciso la mamma? La mamma non c’è più. Il babbo neppure. Orfani due volte. Il babbo idolo crolla dal piedestallo. I punti di riferimento scompaiono dalla vita quotidiana. Essere orfani di un femminicida è spesso vissuto come una vergogna. Clima di guerra. La maggioranza degli orfani di femminicidio ha visto e sentito la guerra in casa. Hanno vissuto la violenza domestica sulla loro pelle, anche se non sono stati mai picchiati o maltrattati fisicamente. I bambini e le bambine hanno i sensi molto più sviluppati degli adulti. E anche quelli di loro più ignari, a posteriori, hanno visto, letto, trovato immagini e articoli di giornali sulla violenza subita dalla loro mamma. Quale violenza è peggiore dell’essere privati della mamma così crudelmente? Terremoto. Gli orfani di femminicidio in un attimo hanno perduto anche la loro casa, i loro giochi, gli abiti. Il cuscino e il letto. I peluche. La casa è sempre lì. Ma non si può più entrare. La famiglia è in macerie. Dalla scorsa primavera giace al Senato, una proposta di legge, già approvata dalla Camera all’unanimità, a tutela degli orfani di femminicidio. In pratica verrebbe esteso il fondo delle vittime di mafia e usura anche agli orfani di crimini domestici. Sarebbe possibile congelare i beni del femminicida e riconoscere ai figli della vittima la metà del risarcimento presunto già con la sentenza di primo grado. Eviterebbe tante situazioni paradossali come quella che il presunto femminicida possa ereditare dalla moglie o dalla compagna che ha ucciso. E le vittime potrebbero chiedere di cambiare cognome. La legislatura sta finendo e la sua approvazione appare sempre più in bilico. I minori devono restare fuori dal processo. A rappresentarli bene fece la Corte nell’ammettere fra le parti civili, l’Associazione dalla Parte dei minori del processo Ballestri contro Cagnoni. Ma, a proposito della parola ‘minori’, sollevo una obiezione a margine. E’ una parola inquinata. Sottintende inferiorità, disparità, sottovalutazione. Tant’è che nel nostro codice penale non è stato ancora introdotto il reato di violenza assistita, quella subita da bambini e bambine nelle famiglie violente. E dire che un bambino o bambina su cinque è vittima di questa violenza. Maltrattare la moglie o la compagna, o peggio ancora ucciderla, alla presenza dei figli è solo una ipotesi di aggravamento della pena per il femminicida. Propongo di sostituire nel nostro lessico la parola ‘minori’ con la più consona, ‘minorenni’. Dopo questa divagazione, riporto l’attenzione al processo. “I bambini stanno benissimo”. Il lampo si spegne. C’è ancora la mamma di Giulia sul banco dei testimoni dell’accusa. Ricordando le confidenze della nipotina, rivela che: “Lei si colpevolizzava … credeva che litigassero per lei … “. Una bambina astuta che vuole capire. Più coraggiosa di quanto si creda. Cerca e trova. Trova su internet la registrazione della videosorveglianza di venerdì 16 settembre dell’anno scorso. Vede suo padre arrivare a casa dei nonni a Firenze. Lui che va avanti e indietro dal bagagliaio alla siepe dietro l’angolo. Su e giù con sacchetti pieni, poi vuoti, poi pieni. La bambina sa che la mamma è stata trovata nuda. Il dubbio prende forma. Dove sono i vestiti della mamma? Nell’inquadratura compare anche il nonno, il padre dell’imputato. In uno dei sacchetti si distingue chiaramente la sagoma della borsa bianca della mamma. La bambina vuole sapere di più: “Allora il nonno lo sa dove sono finiti i vestiti, voglio che mi dica cos’è successo”. E’ determinata più che mai e lo chiede al nonno che risponde: “L’ho aiutato… devi capire… non è stato bene… non devi giudicare”. “E i vestiti?”. “Erano in un sacco ed è stato buttato via.” Ciò che è stato fino ad ora un segreto fra nonna e nipote è stato svelato. Par di vedere fluttuare nell’aula il desiderio della bambina, che ha confidato alla nonna: “Volevo avere un ricordo della mamma che non c’è più … il suo orologino … la sua borsetta bianca … “. Il suo desiderio è finito nell’immondizia. Appena termina la testimonianza della mamma di Giulia, una esplosione fa voltare tutti. L’imputato si alza di scatto, brandisce la sua cartellina rossa, si sbraccia, urla, insulta, si scaglia. La faccia rossa. Il corpo proteso verso la suocera. La accusa di plagio della bambina. Due agenti lo immobilizzano. Lui sputa minacce sconnesse. Ha la giacca di sghimbescio, il dolcevita arrotolato sulla pancia. E’ spigoloso più che mai. Non è il solito compassato dottor Cagnoni. Mi ha fatto paura. Penso a Giulia. E ai bambini.

 

OMBRE DI UN PROCESSO / 12 di Carla Baroncelli

22 dicembre 2017 – NONA UDIENZA PROCESSO BALLESTRI CONTRO CAGNONI

L’immagine di oggi è una fede nuziale in un barattolino trasparente col tappo azzurro.
Una fede schiacciata, ovalizzata.
“E’ la fede della signora Ballestri?”, chiede l’accusa mostrandola alla difesa e alle parti civili.
Anche l’imputato la guarda. Annuisce subitamente.
La fede viene ammessa agli atti.
Il Presidente più volte durante l’udienza prende il barattolino trasparente. La guarda pensoso.
Intanto continuano ad ammucchiarsi le prove contro l’imputato e la premeditazione della tragedia.
Abbandonando il come è successo agli esperti e alla corte, la domanda alla quale cerco di trovar risposta è sempre la stessa: perché gli uomini uccidono le donne?
Mi servo di alcune frasi pronunciate in aula.
Uno degli amici dell’imputato racconta di serate conviviali di soli uomini in cui si parlava di donne e separazioni legali.
“Matteo parlava come un talebano, la madre deve stare a casa coi figli”. L’amico riferisce anche di “schede telefoniche che mi aveva chiesto, gli servivano per contattare accompagnatrici per andare a dei convegni… lo accompagnai da una massaggiatrice a Milano Marittima, una bella signora, non troppo giovane”. Se costei fosse una prostituta, l’amico non sa, però, tornato in auto dopo essere stato da lei, dice: “lui si è cambiato i vestiti… la moglie non si sarebbe accorta di niente”.
Cagnoni nel suo appello per ottenere gli arresti domiciliari, fra l’altro afferma che ” le lettere scritte dal carcere mi hanno salvato la vita, perchè in carcere c’è gente poco evoluta”.
Da persona più evoluta dei compagni di cella, Cagnoni e compagni, come succede in ogni gruppo di amici maschi si trovano in congreghe maschili sicuri di trovare solidarietà e complicità. Si parla di donne, sport, soldi e sesso.
Di converso, sappiamo che Giulia, costretta a stare a casa coi tre bambini, quando ci riusciva, si lamentava con le amiche di non poterne più di essere controllata, compressa dal marito. Forse parlavano di bambini, ricette, moda, diete?
Di cosa parlino gli uomini o le donne quando sono in gruppo senza i partner è ormai una stereotipia.
Ma se a 14 anni è comprensibile, come gioco delle parti, cambiarsi abito o scarpe fuori dalla porta di casa, perché non se accorga la mamma, per non farla brontolare, a cinquant’anni e passa non ci si può ancora cambiare d’abito perché la moglie non s’accorga che hai fatto sesso con un’altra donna. Si presume che, con l’età, si maturi, ci si evolva. E se ciò non accade, mi viene il sospetto che persista un’immaturità fanciullesca forte di una cultura patriarcale. Che relazione è quella fra un uomo e una donna basata sulla disparità di potere, sulla mancanza di rispetto e uguaglianza?
Come quell’uomo considera quella donna? Cosa vale la vita di una donna ridotta ad oggetto da un marito che si cela dietro una professionalità rispettabile?
Da perfetto talebano, la madre deve stare a casa coi figli. Non può avere volontà e desideri propri. E se ce l’ha, le spetta una punizione.
Per convincere la corte a concedergli gli arresti domiciliari, l’imputato si definisce “Un padre esemplare. Non sono il conte Ugolino”. (Qui fa un po’ di confusione storica, perché Dante l’ha collocato all’inferno come traditore della patria e non per la diceria popolare che lo accusava di aver mangiato i suoi figli).
Da padre esemplare, non è un conte Ugolino, dice. Lui i suoi figli non li mangerebbe. Promette. Sull’aggettivo esemplare, non pare che l’imputato abbia dato segnali di mitezza e virtù, almeno durante le prime nove udienze del processo.
Ma la chicca del Cagnoni pensiero, è scritto in una lettera dal carcere, sempre allo stesso amico: “Pensando a quegli anni felici non posso non accostare la nostra storia a quella del film Pretty Woman. Io bello, ricco, dottore, più maturo di testa e di età ho in contrato una ragazza sbandata e infelice e le ho dato una ragione interiore, sicurezza e felicità”.
Da perfetto Richard Gere, dalla ragazza sbandata e infelice che era prima di incontrarlo, modestamente, ha creato una donna sicura e felice.
Ma non siano in un film e neppure in un canto infernale.
Siamo di fronte ad un pensiero demoniaco: quella donna l’ho creata io e ora osa ribellarsi, quindi posso distruggerla, eliminarla.
“Nella brutalità con cui ha ucciso la signora Ballestri non c’è stato raptus, ma odio covato per più di un anno, un odio che l’ha portato a cancellare quel corpo e quella faccia”, afferma la PM esprimendo il suo parere negativo alla richiesta degli arresti domiciliari.
Odio, frutto di una cultura virile e onnipotente. Quante donne vengono uccise dai loro mariti o ex, solo perché, come Giulia, avevano deciso di uscire da quella prigione in cui erano state rinchiuse. Un conto è esser diventata sicura e felice, un conto è essere schiave del volere di un uomo.
Noi donne non siamo delle stereotipie, e credo che neppure tanti uomini lo pensino. Basta con la donna debole e fragile, l’uomo forte e protettivo.
Il colto imputato invece pare essere proprio convinto che sia così. Infatti, a suo padre ha raccontato di aver ucciso lui, Giulia, invece alla madre, per proteggerla,avrebbe raccontato che era stata uccisa da uno straniero. Anche lei è una donna debole, fragile e da proteggere.
Ma le bugie, le finzioni, i trucchi, le stereotipie, proteggono davvero? Quasi mai. Intanto credo che le donne debbano decidere da sole, se, quando e da cosa vogliono essere protette. E soprattutto da chi.
Da tanto padre esemplare?
Ciò nonostante l’imputato, nella parte dell’agnello, si appella alla bontà natalizia che lo mandi a casa in vacanza, a Ravenna, dal fratello: “Mi darebbe una gran gioia … sarei felice …”
Io invece non ne sarei felice. Intanto che la corte decide, entro cinque giorni, sugli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, mi consolo con una notizia di due giorni fa. Il Senato ha approvato in via definitiva la legge per gli orfani di femminicidio. Prevede il gratuito patrocinio, il sequestro conservativo dei beni del femminicida, la sospensione del diritto alla pensione di riversibilità e l’indegnità a succedere. Sulla carta questa legge appare l’unica esistente in Europa per tutelare bambine, bambini, ragazze e ragazzi la cui vita è stata sconvolta dal proprio padre che ha ucciso la loro madre. Un primo passo perché in realtà bisogna aspettare i decreti attuativi con gli eventuali ricorsi e che, gli organismi che la rendono applicabile, siano operativi. Fra l’altro, gli orfani di femminicidio potrebbero chiedere di cambiare il cognome. Sarebbe come disconoscere il padre. Una punizione davvero esemplare, per chi del proprio nome ne ha fatto un vessillo.

P.S.: Il 24 dicembre la Corte d’Assise ha respinto la richiesta di Cagnoni di arresti domiciliari. Può fuggire. Reiterare il reato. Inquinare le prove.

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