OMBRE DI UN PROCESSO/14

OMBRE DI UN PROCESSO 14

Di Carla Baroncelli

26 gennaio 2018 – UNDICESIMA UDIENZA PROCESSO BALLESTRI CONTRO CAGNONI
“Stai zitta!”.
Questa è la frase che m’è rimasta addosso dopo l’undicesima udienza del processo contro Cagnoni.
L’ho estrapolata fra quelle pesantissime pronunciate dai testimoni odierni a favore dell’accusa. Sull’imputato, che finalmente sta zitto, sono piovuti lava e lapilli, prove e testimonianze.
Ma il boato finale l’ha provocato quel: “Stai zitta!”.
Nella notte fra il 18 e il 19 settembre 2016, a mezzanotte e quaranta, la Polizia fiorentina inizia a perquisire la villa Cagnoni a Firenze, su incarico dei colleghi di Ravenna, perché da due giorni è scomparsa una donna, Giulia Ballestri. La signora Vanna Costa e il professor Mario Cagnoni, i genitori dell’imputato, accompagnano in giro per l’immensa villa la Dottoressa Ghizzoni, la vice questore, e due suoi collaboratori. Dopo otto minuti un messaggio da Ravenna informa la Dottoressa: “trovato il cadavere”, non ci sono altri dettagli. L’ordine ora è quello di rintracciare il marito di Giulia Ballestri. “Dov’è Matteo?” chiede la Dottoressa Ghizzoni. “E’ qui, è lì, di qua, di là”, risponde Vanna Costa. La ricerca continua. All’una e trenta s’affacciano in una stanza da letto: ci sono tre bambini che dormono.
La Dottoressa Ghizzoni chiede alla nonna: “Perché sono soli?”, lei risponde: “Sono soli perché la mamma è morta. Come non lo sa? E’ stata uccisa due, tre giorni fa per una rapina nella villa del nonno a Ravenna … la notizia non è ancora stata pubblicata … è stato un albanese”. Il Professor Marito interviene rapido e strattona sua moglie per un braccio: “Stai zitta! Vieni via!” . E la porta via.
In quel momento, nella villa, nessuno sa, nemmeno la Dottoressa Ghizzoni, responsabile dell’operazione, né come, né dove sia stata uccisa Giulia Ballestri.
Molto probabilmente la Signora Vanna Costa ha raccontato la verità che conosce. Mica può essersela inventata. Qualcuno deve pur avergliela detta! Il figlio o il marito? Al Professore, invece, è stata racconta un’altra verità, lo intuiamo dalle immagini videoregistrate che abbiamo visto in aula. Alla Signora, no, a lei si è mentito. Perché? Forse non la si riteneva in grado di capire? La si è voluta proteggere? Comunque qualcuno ha deciso fosse meglio per tutti che non conoscesse la verità. Quindi, perché non doveva dire che Giulia è stata uccisa da un rapinatore albanese? Non le era stato detto di tacere, prima di quel perentorio “Stai zitta!”
Quante volte noi donne ci siamo sentite ripetere “stai zitta”, “non lo dire a nessuno”, o il più vetusto “i panni sporchi si lavano in famiglia”? Padri, mariti, fratelli, compagni, professori, datori di lavoro, in tutte le religioni patriarcali di questo mondo ce l’hanno imposto fino a convincere molte di noi a stare zitte. Zitte se ci maltrattano, zitte se esprimiamo un’opinione, zitte se qualcuno ci molesta. “Pensa che scandalo, se si venisse a sapere!”
Il tutto con un retrogusto di senso di colpa.
E siamo state zitte.
Se ci facciamo caso nella maggior parte dei femminicidi, le famiglie vengono descritte da vicini e parenti: normali, felici, chi l’avrebbe detto. Le donne tacciono sempre troppo. Non solo dentro casa, ma anche nel lavoro e nelle relazioni. Forse le donne che parlano fanno paura?
Ogni due giorni qualcuna di noi viene ridotta al silenzio, uccisa, massacrata, perchè non è stata zitta. Piegata e supina di fronte a chi sa bene come umiliare e sminuire.
A proposito di sminuire apro una parentesi per una puntualizzazione di linguaggio. L’avvocato Trombini, difensore, condisce i suoi controinterrogatori con Dottor e Professor quando si riferisce ai Cagnoni. Però la vice questore aggiunta della polizia di Firenze, Assunta Ghizzoni, è la Signora Ghizzoni. Questo è sminuire, svalutare una donna: un’altra arma che ancora molti uomini usano. Come rivolgersi a una donna, o a un uomo, dipende dal contesto. Ogni persona deve essere libera di dire come vuole essere chiamata.
Ma il tempo del silenzio sta scadendo.
Le donne stanno uscendo dal silenzio. Denunciano, alzano la voce, non vivono più soltanto fra le quattro mura domestiche. E alcuni uomini, ancora pochi per la verità, si pongono interrogativi e cominciano a rendersi conto delle violenze e della disparità di genere. A New York, il 20 e 21 gennaio, centinaia di migliaia di donne e uomini, in decine di città, hanno partecipato alla seconda Women’s March, la marcia delle donne. Il movimento, nato per contestate il sessismo di Trump, si è ingigantito durante la campagna #metoo (anch’io), iniziata dopo che decine di donne hanno denunciato gli abusi commessi dal produttore cinematografico Weinstein e da tanti altri uomini di spettacolo.
Intanto che ci ragioniamo, aspettiamo l’udienza prossima. La Dottoressa D’Aniello, per la pubblica accusa, ha chiamato a testimoniare, fra gli altri, Cagnoni Mario (padre) Cagnoni Stefano (fratello), Costa Vanna (madre).
Penso alla tormentata situazione in cui si trova la Signora Vanna Costa. Obbedirà ancora una volta all’imperativo del suo Professor Marito “Stai zitta!”, così come, forse, ha dovuto fare da tutta una vita?
Quale strategia adotterà nel controinterrogatorio l’avvocato Trombini, difensore di suo figlio?
Porrà, come fa spesso, domande che confondono e minano le certezze? Il suo lavoro è instillare dubbi nella memoria dei testi dell’accusa. In un Tribunale ognuno agisce la propria parte con l’obiettivo di giungere alla verità processuale.
Però, dai racconti delle donne che hanno subito violenze, stupri o molestie, sappiamo che durante gli interrogatori, nonostante, loro, siano le vittime, il più delle volte vengono fatte sentire in torto, costrette a giustificare la lunghezza delle gonne o la larghezza dei sorrisi. E la colpa finisce così per ricadere su di loro.
Per fortuna nella prossima udienza non ci sarà nessun Professore a strattonare la Signora Vanna Costa e a intimarle: “Stai zitta! Vieni via!”.
Invece, temo di più l’influenza degli occhi dell’imputato, suo figlio, fissi su di lei.

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