ombre di un processo/11

Ombre di un processo/11

di Carla Baroncelli

15 dicembre 2017

OTTAVA UDIENZA PROCESSO BALLESTRI CONTRO CAGNONI

Riti spiritici, evocazioni, fantasmi ed esorcistiche benedizioni. La loggia massonica Pineta. L’ex Don Desio. Il dottor Cagnoni, nullatenente. Poi un lampo. Il velo si strappa. E anche il cuore. “I bambini stanno benissimo”. E se lo dice la nonna, bisogna crederle. Io non ci credo. Non ci credo, perché i bambini e le bambine, soprattutto, sono molto curiosi e astuti, sanno navigare nel web, sanno far domande a trabocchetto. Sanno immaginare le risposte che non gli sono date. Non hanno visto? Non hanno sentito? E se avesse visto e sentito? E non l’avessero detto a nessuno? E se avessero interpretato i fatti e le parole, come spesso succede, e si fossero attribuiti colpe inesistenti, ma non per questo meno laceranti? Ogni momento, di notte e di giorno. Confusi senza tregua. Dal 2000 al 2014, sono stati 1600 i bambini che hanno perso la mamma per colpa di un padre femminicida. I dati sono talmente vecchi, che c’è da vergognarsi. Manca purtroppo ancora una banca dati nazionale. Ho trovato uno studio sugli orfani di femminicidio, i cosiddetti orfani speciali. Questi bambini e bambine hanno vissuto tre terribili shock in una volta sola. Orfani. Sono diventati orfani, ma nel modo peggiore possibile. Imprevisto.  Nella loro casa. Il padre è un assassino? Ha ucciso la mamma? La mamma non c’è più. Il babbo neppure. Orfani due volte. Il babbo idolo crolla dal piedestallo. I punti di riferimento scompaiono dalla vita quotidiana. Essere orfani di un femminicida è spesso vissuto come una vergogna. Clima di guerra. La maggioranza degli orfani di femminicidio ha visto e sentito la guerra in casa. Hanno vissuto la violenza domestica sulla loro pelle, anche se non sono stati mai picchiati o maltrattati fisicamente. I bambini e le bambine hanno i sensi molto più sviluppati degli adulti. E anche quelli di loro più ignari, a posteriori, hanno visto, letto, trovato immagini e articoli di giornali sulla violenza subita dalla loro mamma. Quale violenza è peggiore dell’essere privati della mamma così crudelmente? Terremoto. Gli orfani di femminicidio in un attimo hanno perduto anche la loro casa, i loro giochi, gli abiti. Il cuscino e il letto. I peluche. La casa è sempre lì. Ma non si può più entrare. La famiglia è in macerie. Dalla scorsa primavera giace al Senato, una proposta di legge, già approvata dalla Camera all’unanimità, a tutela degli orfani di femminicidio. In pratica verrebbe esteso il fondo delle vittime di mafia e usura anche agli orfani di crimini domestici. Sarebbe possibile congelare i beni del femminicida e riconoscere ai figli della vittima la metà del risarcimento presunto già con la sentenza di primo grado. Eviterebbe tante situazioni paradossali come quella che il presunto femminicida possa ereditare dalla moglie o dalla compagna che ha ucciso. E le vittime potrebbero chiedere di cambiare cognome. La legislatura sta finendo e la sua approvazione appare sempre più in bilico. I minori devono restare fuori dal processo. A rappresentarli bene fece la Corte nell’ammettere fra le parti civili, l’Associazione dalla Parte dei minori del processo Ballestri contro Cagnoni. Ma, a proposito della parola ‘minori’, sollevo una obiezione a margine. E’ una parola inquinata. Sottintende inferiorità, disparità, sottovalutazione. Tant’è che nel nostro codice penale non è stato ancora introdotto il reato di violenza assistita, quella subita da bambini e bambine nelle famiglie violente. E dire che un bambino o bambina su cinque è vittima di questa violenza. Maltrattare la moglie o la compagna, o peggio ancora ucciderla, alla presenza dei figli è solo una ipotesi di aggravamento della pena per il femminicida. Propongo di sostituire nel nostro lessico la parola ‘minori’ con la più consona, ‘minorenni’. Dopo questa divagazione, riporto l’attenzione al processo. “I bambini stanno benissimo”. Il lampo si spegne. C’è ancora la mamma di Giulia sul banco dei testimoni dell’accusa. Ricordando le confidenze della nipotina, rivela che: “Lei si colpevolizzava … credeva che litigassero per lei … “. Una bambina astuta che vuole capire. Più coraggiosa di quanto si creda. Cerca e trova. Trova su internet la registrazione della videosorveglianza di venerdì 16 settembre dell’anno scorso. Vede suo padre arrivare a casa dei nonni a Firenze. Lui che va avanti e indietro dal bagagliaio alla siepe dietro l’angolo. Su e giù con sacchetti pieni, poi vuoti, poi pieni. La bambina sa che la mamma è stata trovata nuda. Il dubbio prende forma. Dove sono i vestiti della mamma? Nell’inquadratura compare anche il nonno, il padre dell’imputato. In uno dei sacchetti si distingue chiaramente la sagoma della borsa bianca della mamma. La bambina vuole sapere di più: “Allora il nonno lo sa dove sono finiti i vestiti, voglio che mi dica cos’è successo”. E’ determinata più che mai e lo chiede al nonno che risponde: “L’ho aiutato… devi capire… non è stato bene… non devi giudicare”. “E i vestiti?”. “Erano in un sacco ed è stato buttato via.” Ciò che è stato fino ad ora un segreto fra nonna e nipote è stato svelato. Par di vedere fluttuare nell’aula il desiderio della bambina, che ha confidato alla nonna: “Volevo avere un ricordo della mamma che non c’è più … il suo orologino … la sua borsetta bianca … “. Il suo desiderio è finito nell’immondizia. Appena termina la testimonianza della mamma di Giulia, una esplosione fa voltare tutti. L’imputato si alza di scatto, brandisce la sua cartellina rossa, si sbraccia, urla, insulta, si scaglia. La faccia rossa. Il corpo proteso verso la suocera. La accusa di plagio della bambina. Due agenti lo immobilizzano. Lui sputa minacce sconnesse. Ha la giacca di sghimbescio, il dolcevita arrotolato sulla pancia. E’ spigoloso più che mai. Non è il solito compassato dottor Cagnoni. Mi ha fatto paura. Penso a Giulia. E ai bambini.

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